Il sindacato accusa l’Ilva: “Basta minacce agli operai”
La Fim, Fiom e Uilm in una nota diramata all’interno dell’azienda riferisce di minacce e intimidazioni che gli operai starebbero subendo in vista della manifestazione del 30 di marzo.
Le principali sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm hanno in un comunicato chiarito la loro posizione in merito a presunte pressioni a carico dei lavoratori Ilva in vista del prossimo appuntamento del 30. “Le RSU ritengono necessario –spiegano- avvisare tutti i lavoratori circa la presenza in fabbrica di un gruppo, che a nome dei lavoratori dell’Ilva, ha indetto per giorno 30 marzo 2012 una manifestazione sulla questione ambientale a Taranto, in coincidenza con la verfifica delle perizie presso il Tribunale”.
“Sulla questione ambientale- proseguono- riteniamo opportuno che la magistratura assuma le decisioni nella piena libertà senza alcun condizionamento”. Sembra infatti che la diffusione di volantini che “incoraggiavano” gli operai ad essere presenti in un corteo di protesta il prossimo venerdi faccesse seguito a pressioni che alcuni di essi dicono di aver subito dai vertici aziendali. “I lavoratori ci riferiscono- proseguono le RSU-che i capi starebbero facendo pressioni e minacce, affinchè gli operai aderiscano. Nonostante i nostri inviti e sollecitazioni i “responsabili aziendali”, continuano ad imporre l’adesione ai lavoratori: un’azione che noi riteniamo profondamente sbagliata” . Poi concludono: “Ai lavoratori diciamo di non partecipare all’iniziativa indetta per domani soprattutto per questo motivo”. Poi rivolgendosi ai responsabili affermano: Ai “capi” che hanno scoperto improvvisamente il gusto delle manifestazioni per difendere un diritto diciamo due cose: avrebbero dovuto presenziare con noi lunedi. In tale occasione, diversi lavoratori non hanno potuto prender parte alla nostra iniziativa, per artefatti imepdimenti aziendali legati a problemi di produzione. Secondo, l’adesione a scioperi e manifestazioni è sempre e comunque una questione di democrazia e libertà. Obbligare e costringere, con atti intimidatori, con minacce, sono azioni che appartengono ad un passato sepolto”
Inquinamento o disoccupazione. Taranto condannata a morire
Un reportage pubblicato sul quotidiano La Stampa il 19 marzo 2012: Viaggio nella città dove il 30 Marzo si deciderà il futuro dell’acciaieria Ilva
Inquinamento Taranto, cercansi volontari per i test sull’arsenico
Fonte: Repubblica di Bari – 14 marzo 2012
L’Azienda sanitaria locale di Taranto cerca 50 volontari per stabilire la presenza o meno di arsenico nella popolazione. I volontari, 25 donne e 25 uomini di età compresa tra i 20 e 44 anni, devono essere residenti a Taranto, metà dei quali nel quartiere Tamburi, che si trova a ridosso dell’area industriale. La richiesta – spiega l’Asl in una nota – è finalizzata ad avviare il progetto ‘Sepias Ccm’, finanziato dal ministero della Salute.
L’obiettivo del piano di sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica è quello di verificare se l’arsenico trovato nelle acque, nell’aria e nel terreno sia entrato in contatto i residenti del capoluogo ionico, in che modo e in quale quantità.
Le aree scelte per la ricerca in tutta Italia sono quattro: un’area della provincia di Viterbo nel Lazio, il Monte Amiata in Toscana, il comune di Taranto in Puglia e l’area di Gela in Sicilia. I volontari prima di sottoporsi alla visita cardiologica e agli esami di urine e sangue, saranno intervistati sulle loro abitudini di vita.
Caso Ilva, a Taranto tensione sempre alta dopo la perizia shock
La gazzetta del mezzogiorno 4 marzo 2012
TARANTO – Ormai è un incalzare di commenti e valutazioni passando attraverso la richiesta di aiuto al governo espressa dal sindaco Ippazio Stefàno e la richiesta della Regione Puglia al ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, di rivedere l’Autorizzazione integrata ambientale concessa all’Ilva. La perizia medico-epidemiologica redatta dal dottor Francesco Forastiere (direttore del dipartimento di Epidemiologia dell’Asl di Roma) e dai professori Annibale Biggieri (docente ordinario dell’Università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica) e Maria Triassi (direttore di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli), consulenti del gip Patrizia Todisco nell’ambito del cosiddetto processo contro i fumi dell’Ilva, apre ad ulteriori, pesanti considerazioni. Predisposte grazie ad un lavoro di otto mesi, le 282 pagine di perizia non lasciano scampo: le emissioni dell’Ilva hanno provocato e provocano malattie e morti. Nell’arco dei sette anni presi in considerazione dagli esperti, nei quartieri Tamburi e Borgo si è registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto all’intera città. Nella perizia, peraltro, sono rimasti fuori dati ricevuti troppo tardi, come quelli relativi al personale civile dell’arsenale della Marina Militare. Inoltre, non c’è stato tempo – ammettono gli stessi autori – di prendere in considerazione altri aspetti come gli effetti degli inquinanti sulla fertilità e la vita riproduttiva, l’esposizione cumulativa, gli effetti sanitari legati alle mansioni svolte dai lavoratori, al comparto, alla durata, alla latenza. E molto altro ancora. Tutte tracce su cui lavorare. Ed, infatti, il direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato, ritiene che propria questo sia il percorso “da seguire e da mantenere in piedi con lo stesso livello di studio ed approfondime“Una perizia shock”, tagliano intanto corto gli ambientalisti.
E Alessandro Marescotti, Peacelink (l’associazione che tirò fuori lo scandalo del formaggio alla diossina, ndr), non ha dubbi. “E’ una perizia che rischia di far precipitare gli eventi, ciò che appunto teme il livello politico”.
Il ritardo, la lentezza, l’incalzare degli eventi solo sotto la spinta dell’azione della magistratura, apre infatti a nuove accuse. Saverio De Florio, presidente dell’Associazione tarantina “Malati infiammatori cronici e immunitari”, incalza: “Le dirigenze delle Autorità Sanitarie competenti chiedano scusa alla città di Taranto e, come atto dovuto, provvedano anzi a formulare al più presto le proprie dimissioni, poiché le implicazioni evidenti nel lavoro svolto dei periti incaricati dal gip Todisco presentano un quadro disastroso non soltanto sul piano sanitario, ma pure e soprattutto su quello politico in virtù delle parziali o mancate tutele garantite alla popolazione della nostra provincia”.
Ilva, processo alla diossina. Il tribunale preso d’assalto
La Repubblica, venerdì 17 febbraio 2011
Palazzo di giustizia assediato nel giorno del processo all’Ilva. Centinaia di persone, rispondendo all’appello delle associazioni ambientaliste, si sono presentate dinanzi al Tribunale di via Marche di Taranto proprio oggi, in vista dell’incidente probatorio con al centro la maxi perizia sull’inquinamento targato Ilva. In camera di consiglio i quattro periti del pool incaricato dal gip Patrizia Todisco relazioneranno sul loro lavoro durato più di un anno. Il gigantesco rapporto mette sotto accusa la grande fabbrica dell’acciaio per le emissioni incontrollate di fumi e polveri che piovono sulla città. Molti dei manifestanti, che hanno esposto alcuni striscioni, indossano fasce bianche al braccio.
In programma la discussione proprio sulle inquietanti conclusioni alle quali sono giunti i quattro esperti, che hanno puntato il dito contro le ciminiere Ilva per la contaminazione di terreni e animali di Taranto. Come si ricorderà nel 2008 migliaia di capi allevati nelle masserie vicine al capoluogo ionico, vennero abbattute perché nelle loro carni venne riscontrata la presenza di diossine. L’inchiesta che vede indagati i vertici dello stabilimento siderurgico Ilva accusati di disastro ambientale,
avvelenamento colposo di sostanze alimentari e getto pericoloso di cose, inquinamento atmosferico e altri reati. Titolari dell’inchiesta sono il pm Mariano Buccoliero e il procuratore capo Franco Sebastio. Le indagini sono partite circa tre anni fa, in seguito al ritrovamento di pericolose tracce di sostanze inquinanti nei formaggi provenienti dagli allevamenti di pecore che pascolavano vicino alla zona industriale.
Nel corso del confronto in camera di consiglio, i legali dell’Ilva hanno puntato a sostenere l’inattendibilità della perizia. Al termine della discussione, l’avvocato Francesco Perli ha dichiarato: “Nel loro lavoro i periti hanno fatto riferimento ai parametri di una direttiva europea che entrerà in vigore entro il 2018. A noi preme dimostrare che l’Ilva opera nel rispetto delle normative vigenti”.
Rosella Balestra, del Comitato Donne per Taranto, spiega che la presenza dei cittadini ha l’intento “di far capire che comunque Taranto c’è, che la città è sveglia e non è disposta a subire supinamente quello che abbiamo subito per anni. Ci saremo a tutte le udienze sempre in maggior numero – promette – con una presenza silenziosa e dignitosa. Vogliamo manifestare poi fiducia nella giustizia e solidarietà agli allevatori che si sono costituiti parte civile e alle vittime da inquinamento da diossina”. La maxiperizia richiesta dal gip Patrizia Todisco individua, oltre alla diossina, anche un mix di emissioni inquinanti. “Le conclusioni della perizia sono molto gravi”, dice la donna.
Il tutto mentre si è in attesa dell’indagine epidemiologica, affidata a tre specialisti, che dovrà accertare l’esistenza del nesso causale tra quell’inquinamento e le patologie riscontrate sul territorio. Verrà depositata entro l’1 marzo e sarà discusso in camera di consiglio nell’udienza del 30 marzo. Nel procedimento risultano indagati Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato. A loro carico sono ipotizzate le accuse disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.
MAXIPERIZIA SULL’ILVA: DIBATTITO IN TRIBUNALE IL 17 FEBBRAIO 2011
Il 17 febbraio, tre anni dopo l’esposto con cui PeaceLink portò in tribunale i risultati delle analisi di laboratorio sul pecorino contaminato dalla diossina, si avvera il sogno di poter chiedere giustizia.
“Quel 27 febbraio 2008 cominciava un percorso difficile, ripido e pieno di ostacoli – afferma in un comunicato Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink-. Oggi possiamo dire che ne è valsa la pena. Ripetevamo spesso ‘nulla sarà come prima’. E così è stato”.
“Taranto, capitale nazionale della diossina, chiede adesso giustizia. Dopo che per anni lo Stato italiano ha omesso di fare quello che l’Europa chiedeva. Dopo leggi ad aziendam e scandalosi silenzi. Dopo un’incredibile catena di cose non fatte e di prescrizioni non osservate.
La diossina a Taranto è la storia di un segreto nascosto all’opinione pubblica ed emerso grazie all’impegno civile dei cittadini.
Adesso finalmente lo scandalo è venuto allo scoperto. Taranto è sotto i riflettori nazionali. E lotta in nome di tutte le vittime dell’inquinamento. E’ il simbolo dell’Italia inquinata che chiede giustizia. Il desiderio di legalità e di giustizia rinasce dalla città più inquinata d’Italia e si fa impegno civile per tutta la nazione.
Il 17 febbraio, tre anni dopo quell’esposto di PeaceLink, si avvera il sogno di poter chiedere giustizia. La maxiperizia sarà discussa in tribunale. Verrà finalmente avviato il percorso per accertare la verità su chi ha inquinato. La maxiperizia richiesta dal GIP Patrizia Todisco individua, oltre alla diossina, anche un mix di emissioni inquinanti che non ha eguali in Italia per varietà e quantità. Un’enciclopedia di veleni che l’Arpa Puglia ha quantificato negli ultimi anni offrendo una finestra di conoscenza in passato negata.
Attorno al tribunale, simbolo della giustizia e della legalità, si stringeranno idealmente tutti i tarantini che hanno una speranza. Con la voce del silenzio giungerà un forte sostegno alla magistratura. Attorno al tribunale una catena umana abbraccerà gli allevatori. La città li
sosterrà, fino alla vittoria“.
Taranto, i periti del tribunale: “Inquinamento, è colpa dell’Ilva”
Per la prima volta, nero su bianco, la correlazione tra i veleni record della città e l’insediamento siderurgico. Nell’inchiesta sono indagati i vertici del colosso, accusati tra l’altro di disastro colposo e avvelenamento. L’azienda: “Emissioni nei limiti”
La Repubblica, 27 gennaio 2012
Oltre 500 pagine per mettere nero su bianco che dall’Ilva di Taranto vengono emesse in atmosfera sostanze come diossine e Pcb, pericolose per i lavoratori e la popolazione. E’ la prima verità sull’inquinamento a Taranto, dove è stata depositata la relazione dei periti chimici che costituisce la prima parte della maxi perizia sull’Ilva, disposta nell’ambito di un incidente probatorio, che dovrà accertare se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute umana nell’inchiesta al maxi colosso. I documenti sono ora al vaglio del gip Patrizia Todisco, che nominato gli esperti e disposto l’accertamento peritale durato oltre un anno. Ad essere indagati sono Emilio Riva, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva presidente dell’Ilva dal 20 maggio 2010, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, capo area del reparto Agglomerato. Le accuse sono disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.
La perizia dove stabilire se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento siderurgico siano nocive alla salute sia degli operai che lavorano nel siderurgico sia dei cittadini di Taranto e dei comuni limitrofi, e se all’interno della fabbrica siano rispettate le misure di sicurezza per evitare la dispersione di diossina, Pcb e benzoapirene. Nelle risposte dei periti le prime verità. Nel documento si legge nero su bianco per la prima volta le risposte a queste domande.
Per quanto riguarda il primo quesito concernente “se dallo stabilimento si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e sostanze solide (polveri ecc.), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori operanti all’interno degli impianti e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto e, eventualmente, di altri viciniori, con particolare, ma non esclusivo, riguardo a Benzo(a)pirene, Ipa di varia natura e composizione nonché diossine, Pcb, polveri di minerali ed altro la risposta è affermativa”, scrive nelle conclusione della propria perizia il pool di periti chimici chiamato ad analizzare l’aria di Taranto, ed i veleni che respirano i tarantini.
Per quanto riguarda il secondo quesito concernente “se i livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti, appartenenti alle persone offese indicate nell’ordinanza ammissiva dell’incidente probatorio del 27.10.2010, e se i livelli di diossina e Pcb accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto, siano riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva la risposta è affermativa” rimarcano gli uomini del pool. E ancora, rispondendo agli altri “quesiti” del gip: per quanto riguarda il terzo quesito concernente “se all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto siano osservate tutte le misure idonee ad evitare la dispersione incontrollata di fumi e polveri nocive alla salute dei lavoratori e di terzi la risposta è negativa”.
Ma non solo. I periti spiegano cosa andrebbe fatto, da subito, per l’aria di Taranto: “Per quanto riguarda il fenomeno dello slopping si ritiene necessario, al fine di ridurne l’entità, che si proceda rapidamente da parte di Ilva nell’implementazione del sistema esperto di regolazione del processo di soffiaggio dell’ossigeno e dell’altezza della lancia nel convertitore, così da svincolare, per quanto possibile, il controllo dell’operazione dall’intervento dell’operatore. Solo attraverso la registrazione di tutti gli eventi occorsi si potrà verificare l’efficacia delle procedure adottate per pervenire, se non all’eliminazione, almeno alla riduzione del fenomeno”. “Altro adeguamento necessario” è la chiosa degli esperti “è rappresentato dall’adozione dei sistemi di monitoraggio in continuo dei parametri inquinanti alle emissioni derivanti da impianti in cui sono trattati termicamente rifiuti, in cui i medesimi dovevano essere installati a partire dal 17 agosto 1999”.
“Non posso esprimere giudizi troppo articolati, la perizia è di molte pagine e ho potuto leggere solo le sintesi finali dei sei quesiti – commenta l’ingegner Aldolfo Buffo, rappresentante della Direzione per la qualità, l’ambiente e la sicurezza dell’Ilva – ma mi pare di poter dire che vi sia una constataione inequivocabile sul fatto che i livelli emissivi dell’Ilva sono tutti nei limiti di legge, incluse le diossine. Oggi si è consumato solo il primo atto, la perizia del gip, ci saranno altri passaggi, tra cui le risposte dei nostri consulenti. Non vi sono evidenze certe, ma solo ipotesi che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti. Aspettiamo la fine del confronto per esprimere giudizi definitivi”.
Sulla questione è in corso infatti anche una perizia medico-legale da parte di tre consulenti: il professore Annibale Biggeri, docente ordinario all’università di Firenze e direttore del Centro per lo studio e la prevenzione oncologica; Maria Triassi, direttrice di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia dell’azienda ospedaliera universitaria ‘Federico II’ di Napoli, e il dottor Francesco Forastiere, direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Asl di Roma.
(27 gennaio 2012)
Ricorso al Tar sulle nuove tariffe dell’acqua
L’Ilva non vuole pagare
TarantOggi, lunedì 23 gennaio 2012
Come volevasi dimostrare… Niente di nuovo sotto il sole, ma l’ennesima conferma… di come l’Ilva viva da anni nel suo magico mondo e ricorra o ignori tutto ciò che non le aggrada con un atteggiamento di insopportabile distacco e con l’arroganza di chi, per decenni ha deciso le sorti di un intero territorio. E così, è toccato ancora una volta all’assessore regionale alle Opere pubbliche e Protezione civile Fabiano Amati, dare notizia nella mattinata di sabato che “l’Ilva ha impugnato presso il TAR di Lecce la rideterminazione delle tariffe dell’acqua sanificate e la riduzione della tariffa per scopi irrigui”.
…
E’ noto che il siderurgico tarantino da sempre consumi ben 250 litri [di acqua] al secondo provenienti dall’invaso del Sinni, per i suoi usi industriali. Negli ultimi due anni, la Regione Puglia ha cercato invano, attraverso una lunga e complicata trattativa, di convincere l’Ilva Spa ad utilizzare l’uscita del depuratore Gennarini-Bellavista, da realizzare per altro a spese della popolazione tarantina e la cui costruzione sarebbe affidata all’Acquedotto Pugliese. Al siderurgico, invece, sarebbe andato il compito di provvedere ai costi di gesitone dell’kmpianto adoperato per il “riciclo” dell’acqua. Se avesse accettato la proposta della Regione, la famiglia Riva avrebbe sostenuto un esporso di poco superiore al milione di euro. Ora invece, a partire dal 1 gennaio 2012 e sino al 2014, l’Ilva dovrà sborsae tra i 6 e i 12 milioni di euro. Sino al 31 gennaio 2011, invece, per il prelievo di 250 litri al secondo dall’invaso del Sinni, spendeva “appena” 2 milioni 500 mila euro. “Appena”, si: perché sicuramente in pochi sono a conoscenza del fatto che sino al 2011, il costo della componente ambientale era uguale per tutti: da una semplice famiglia sino alla più grande azienda siderurgica europea, si sborsavano 8 centesimi di euro a metro cubo. L’Ilva, però, oltre a dire no a qualunque proposta della Regione Puglia, ora ha deciso di opporsi alle nuove tariffe.
Il, bello è che i “signori dell’acciaio”, continuando in questa inutile e dannosa politica dello struzzo, finiscono per contraddirsi clamorosamente da soli: non è infatto l’Ilva l’azienda a dover essere presa come modello a livello europeo per il rispetto dell’ambiente? Non è sempre l’Ilva ad aver avviato un “nuovo rapporto” con il territorio, fatto di dialogo continuo e costruttivo?
…
La Regione difenderà presso il TAR le sue ragioni. Il problema è che, ancora una volta le nostre istutuzioni tacciono e fingono di non sapere. Da quando quest’ennesima sceneggiata ha preso origine infatti, Comune e Provincia di Taranto latitano “misteriosamente”. Idem dicasi per Confindustria e i tre sindacati confederali…
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Ilva, “emissioni di diossina mai così basse”
Vendola brinda, ambientalisti scettici
Il Fatto Quotidiano 29.12.2011
Per il governatore regionale si tratta di un “risultato storico”, ma gli esponenti del movimento anti inquinamento di Taranto rilanciano: “Urgono criteri di misurazione più stringenti”
Il trionfalismo di Nichi Vendola e lo scetticismo degli ambientalisti tarantini. E’ questo il risultato, stridente, della quarta campagna di rilevazione delle emissioni in atmosfera di diossina dal camino E312 dello stabilimento Ilva di Taranto, il gigante industriale nato nella città di due mari negli anni ’50 come quarto centro siderurgico italiano e oggi considerato – anche da Nichi Vendola fino a qualche giorno fa – uno dei principali complessi inquinanti d’Italia. Secondo le ultime misurazioni, effettuate dall’Agenzia Regionale per la protezione ambientale in Puglia dal 12 al 14 dicembre scorsi, la diossina liberata in aria è inferiore a 0,1 nanogrammi/m3.
Un risultato che ha spinto Vendola a convocare una conferenza stampa in cui poter affermare che “quello che abbiamo fatto sulla diossina a Taranto non ha comparazioni in nessuna altra parte del mondo. Soltanto la malafede – ha detto – può impedire di vedere il dato storico”. E sulla natura storica del dato, infatti, concordano anche gli ambientalisti, senza però farsi trascinare del tono vittorioso del leader di Sel. “Il dato è eccezionale – commenta Biagio De Marzo, oggi portavoce del cartello ambientalista Altamarea, ma in passato dirigente nella siderurgia di Taranto, Terni e Sesto San Giovanni – quello che però ci chiediamo è come mai una quarta campagna di rilevazione a poco più di 20 giorni dall’ultima fatta a novembre?”
La legge approvata a dicembre 2008 dal consiglio regionale pugliese prevede infatti “almeno” tre campagne annuali di misurazione, ciascuna di tre giorni consecutivi. Nel 2010 le misurazioni furono esattamente tre: l’Arpa accertò, con la media aritmetica dei dati, che le emissioni furono pari a 2,3 ng/ m3. Le misurazioni del 2011 avevano invece accertato un risultato decisamente più basso rispetto allo scorso anno, ma tuttavia maggiore del limite di 0,4 ng/m3 stabilito dalla legge. Facendo infatti la media aritmetica dei dati ottenuti a febbraio, maggio e novembre si otterrebbe il valore di 0,5 ng/ m3.
“Se le misurazioni fossero rimaste tre come nel 2010 – spiega De Marzo – l’Ilva avrebbe nuovamente superato il limite di emissione della diossina, innescando così una procedura sanzionatoria. Noi non contestiamo i dati forniti dell’Agenzia regionale – aggiunge -, ma ci aspettiamo che qualcuno con onestà venga a dirci come mai una nuova campagna a distanza di soli 26 giorni”. E sulle modalità con cui vengono effettuate le rilevazioni, anche Patrizio Mazza, consigliere regionale di maggioranza ed ematologo dell’ospedale Moscati di Taranto, sembra perplesso. “L’Arpa – afferma il medico – opera in orari di lavoro così come stabilito da crismi di ‘contratti di lavoro di categoria’, ma gli incrementi di produzione e le lavorazioni maggiormente inquinanti, proprio da visione oculare, appaiono molto evidenti nelle ore notturne”. Seconda Mazza quindi “i rilievi dovrebbero essere fatti senza preavviso proprio nelle ore di maggiore produzione”, in quelle ore insomma in cui passeggiando!
sul ponte girevole, che unisce la città nuova a quella vecchia di Taranto, i fumi dell’Ilva offrono uno spettacolo decisamente poco rassicurante.
Guarda invece al futuro Alessandro Marescotti, docente tarantino che per primo nel 2005 portò all’attenzione dei media la questione diossina a Taranto: “Non è il momento dei toni trionfalistici – afferma – ma di controlli sempre più stringenti. E poi, se il dato è davvero così rassicurante, perché non si parte con il campionamento in continuo? In realtà ora bisognerebbe confrontare questo dato anche con il cosiddetto “sporcamento” del quartiere Tamburi, vedere cioè se nelle strade e sulle case a pochi metri dalla fabbrica vi è un altrettanto significativo abbassamento della diossina che si deposita”. Questo quindi dovrebbe essere il momento anche per capire cosa si rilascia durante gli “sbuffi transitori”, quelle fumate emesse in concomitanza con qualche malfunzionamento degli impianti. “Il risultato ottenuto – continua Marescotti – è stato possibile grazie all’impegno di tre soggetti: movimento ambientalista, Regione Puglia e Arpa, ma non è un punto di arrivo, anzi”.
No, non lo è. Perché a Taranto la questione diossina è soltanto una delle battaglie per un ambiente più sano. In piedi ci sono ancora altri aspetti non meno importanti: l’emissione di altri inquinanti come, ad esempio, il benzoapirene dalle cokerie, le polveri diffuse dai parchi minerali a cielo aperto e gli scarichi in mare. Per gli ambientalisti quella del presidente Vendola è propaganda “stonata” che assomiglia ai “video messaggi di Berlusconi“. Video messaggi in cui si esalta il valore relativo del dato ottenuto, ma non spiega il numero nel complesso degli altri fattori di pericolo. “A Taranto – conclude infatti Alessandro Marescotti – il flusso di massa annuo, cioè la quantità di diossina riversata nell’ambiente in dodici mesi dal camino E312 dell’Ilva, è pari a quella di 30 inceneritori”.
Lettera aperta di Alta Marea-Taranto a Nichi Vendola.
Il grande inganno
Egregio Presidente Vendola,
ho ripercorso i “contatti della speranza e della fiducia” avuti con Lei.
Il primo avvenne alla fine di settembre 2007 e fu con e-mail: “Caro Biagio e cari amici, purtroppo il 28 non sarò a Taranto e mi dispiace davvero. Anche perchè mi sarei affacciato volentieri alla vostra iniziativa sulle “Osservazioni” in materia di A.I.A. Avrei approfittato per raccontarvi anche di una certa sofferenza personale, quella legata alle tante manifestazioni di disincanto preventivo di quei tarantini impazienti ad avere subito tutte le risposte alle domande ambientali che si sono cumulate nel corso di un quarantennio. E’ orribile il sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita. Subire questo sospetto è stata per me una grande amarezza. Noi dovevamo prendere con grande senso di responsabilità la complessiva partita Ilva e giocarla per vincerla e non per perderla ancora una volta.” Poi Lei aggiunse: “Dobbiamo difendere una immensa fabbrica e convertirne il corpo in senso eco-sostenibile: mica uno scherzo!. Ce la possiamo fare. Diamoci una mano. Fraternamente. Nichi Vendola”.
Per quattro anni noi abbiamo lavorato duramente con il Ministero per un’AIA seria e severa che raggiungesse il reale abbattimento dell’inquinamento, coinvolgendoLa sempre.
L’ultimo contatto è avvenuto il 28 giugno 2011, tra una votazione e l’altra in Consiglio Regionale. In presenza dei Consiglieri Cervellera e Mazza e del dirigente Antonicelli, Lei assicurò ad AltaMarea che, in sede di Conferenza dei Servizi al Ministero dell’ambiente del 5 luglio sul rilascio dell’AIA ad Ilva Taranto, la Regione Puglia si sarebbe adoprata per ridurre il carico inquinante complessivo attraverso prescrizioni dettagliate e per introdurre controlli severi e sanzioni esemplari e pesanti in caso di trasgressioni. A scanso di equivoci, noi mettemmo per iscritto i “10 punti irrinunciabili” esaminati con Lei.
A Roma, invece, le cose andarono male: i “10 punti irrinunciabili” rimasero ignorati. AltaMarea, tradita e ingannata come l’intera città, da quel momento considerò “avversari” la Regione e gli Enti Locali protagonisti del clamoroso voltafaccia.
Egregio Presidente, il Suo video messaggio del 30 novembre, sull’ultima misurazione dell’emissione di diossina dal famigerato camino E 312 dell’impianto di agglomerazione di Ilva Taranto, rappresenta un’ulteriore prova del tradimento e dell’inganno perpetrati nei confronti della nostra città Non volevo credere ai miei occhi ed orecchie: il “rivoluzionario gentile” che utilizzava le stesse tecniche dell’ “imprenditore suadente” che amava l’Italia e prometteva di migliorarla e 17 anni dopo l’ha lasciata peggio di come l’aveva presa.
Ho aspettato parecchi giorni per far sbollire la reazione istintiva, quella stessa che ha riempito Facebook di contumelie dirette a Lei. Quel videomessaggio potrebbe incantare solo chi sa poco delle terribili vicende di Taranto e dell’Ilva, non noi. Lei, come confindustria, sindacati, politici di destra e di sinistra e Ilva, ha esaltato lo 0,2 ng/mc ottenuto nella misurazione della diossina omettendo di rilevare che: a) la media annuale del 2011 è comunque superiore al limite di 0,4 ng/mc fissato nella legge regionale e nell’AIA; b) la Regione ha l’obbligo di chiedere al Ministero di sanzionare l’Ilva perché non ha rispettato quel limite; c) le misurazioni effettuate riguardano poche ore di rilievi in appena 9 giorni nell’anno mentre nulla si sa di quello che avviene nelle oltre 8000 ore di funzionamento dell’impianto nel resto dei 365 giorni dell’anno; d) le autorità competenti finora non hanno fatto rispettare l’obbligo di legge per l’installazione del campionatore automatico in continuo.
Nella esaltazione collettiva, anche Lei e l’assessore Nicastro avete dimenticato che nulla è stato fatto e nulla si prevede di fare in merito ai “10 punti irrinunciabili”: 1° Massima capacità produttiva di 10,5 milioni di tonnellate/anno anziché 15; 2° Durata dell’AIA di 5 anni anziché 6 “regalati” per un meschino escamotage; 3° Mancanza di certificato prevenzione incendi e nulla osta dell’analisi di rischio di incidente rilevante; 4° Controllo della diossina anche attorno a e/filtri, raffreddatori, ecc. e numero massimo di splafonamenti della concentrazione fissata, superato il quale scatterebbe l’arresto dell’impianto; 5° Limite quantitativo annuo delle emissioni complessive degli inquinanti con progressiva ma drastica riduzione nel tempo: 6° Controllo del B(a)P anche all’interno dello stabilimento con limite emissivo di 150 ng/mc sul piano coperchi della cokeria (limite adottato in Francia); 7° Controllo e monitoraggio degli inquinanti nelle acque di processo degli impianti non diluite da acque di raffreddamento, piovane, ecc. e quantitativi massimi di inquinanti scaricati in mare; 8° Copertura dei parchi primari come quella in corso sui carbonili di ENEL Brindisi; 9° Bonifica dei siti inquinati; 10° Forti sanzioni fino al fermo dell’impianto in cui venissero violate le prescrizioni dell’AIA. Sono peccati mortali imperdonabili.
Anche di tutto questo è orgoglioso e felice Presidente Vendola? Ha superato ormai l’amarezza di subire l’orribile sospetto che il potere possa mangiare l’anima di chi lo esercita? Che disinganno!
Biagio De Marzo presidente di “ALTAMAREA contro l’inquinamento”
Diossina Ilva sotto il limite europeo. PeaceLink: “Un risultato della pressione civile e della legge antidiossina”
comunicato stampa di Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink
29.11.2011
La diossina è finalmente scesa sotto il limite di 0,4 ng/m3 (nanogrammi a metro cubo).
Il risultato ottenuto dall’Ilva viene dopo una forte pressione dell’opinione pubblica e dopo una legge regionale che l’azienda ha cercato di contrastare in tutti i modi.
Ora è evidente che avevamo ragione noi.
Ora è chiaro che anche a Taranto si possono ottenere quei “risultati europei” che Ilva continuava a negare di poter raggiungere.
Ora è chiaro che si è potuto fare un grande passo in avanti senza licenziare una sola persona ma proteggendo le ragioni di tutti.
Va detto che questo è il primo e tardivo risultato positivo, dopo che nelle precedenti campagne il limite di 0,4 ng/m3 era stato sempre
sforato. Forse l’azienda utilizzava carboni attivi di non eccellente qualità?
L’Ilva ha comunque sforato la media annuale di 0,4 ng/m3 e quindi la Regione dovrà provvedere ad applicare le sanzioni previste dalla legge regionale sulla diossina. Andrà applicato il controllo continuativo (ilcosiddetto “campionamento continuo”) della diossina contemplato nell’AIA e nella legge antidiossina.
Se l’azienda non si opporrà al campionamento continuo vuol dire che il processo è stato portato sotto controllo, se riscontreremo invece resistenze vorrà dire che l’azienda non è sicura di poter mantenere le buone prestazioni evidenziate nei controlli dell’Arpa. La gente vuole essere certa che la riduzione delle emissioni di diossina non avvenga solo durante i controlli ma durante tutto il ciclo di produzione, sia di giorno, sia di notte.
Altro elemento importante che rimane da controllare è costituito dalle emissioni diffuse e fuggitive che a Taranto costituiscono la vera criticità dell’impianto di agglomerazione.
Chiediamo che vengano piazzate delle telecamere di monitoraggio su tutti i “big bag” che vengono riempiti “in continuo” con le polveri degli
elettrofiltri e da cui possono fuoriuscire polveri con diossina. In una recente interrogazione parlamentare dell’on. Marco Zacchera (PDL) è stata focalizzata l’attenzione proprio su questo aspetto importante. Le polveri degli elettrofiltri hanno un’”impronta” molto simile alle deposizioni di diossina che hanno
contaminato il quartiere Tamburi e le masserie.
A questo proposito è di estremo interesse quanto si legge sull’interrogazione parlamentare dell’on. Marco Zacchera (PDL) che ha chiesto al governo:
se – allo scopo di svolgere un’azione di protezione preventiva
dell’ambiente e della salute dei cittadini – abbia mai ordinato o
sollecitato una ispezione per verificare lo stato degli elettrofiltri
del camino E312 dell’Ilva e della loro tenuta (per evitare emissioni
«diffuse» di diossina), nonché della tubatura che porta tali polveri
con nei «big bag», nonché del sistema di riempimento di tali sacchi,
in considerazione del fatto che il «profilo» (o «impronta») delle
diossine che sono ricadute su una vasta area attorno all’Ilva appare
estremamente simile al «profilo» delle diossine delle polveri degli
elettrofiltri;
se ritenga opportuno pubblicare on-line i dati di tutte le polveri
degli elettrofiltri, le loro destinazioni negli anni passati, le
discariche e le modalità di smaltimento con cui sono state trattate;
a quanto ammonti il quantitativo totale annuo di polveri con diossine
trattenute dagli elettrofiltri del camino E312;
a quale discarica siano state portate in passato e a quale siano destinate oggi;
se si ritenga utile, alla luce dell’emergenza attuale, verificare
attualmente quantità e stato di messa in sicurezza di tali polveri,
sia di quelle degli anni passati sia di quelle attualmente gestite;
se risulti che, tutte le polveri con diossina siano state
effettivamente stoccate in siti idonei e quali;
se risulti se vi siano stati incidenti con dispersioni di polveri con
diossina, sia in azienda sia al di fuori nel trasporto nazionale;
se risulti che tali polveri con diossina siano sempre state in idonei
sacchi o se vi siano stati periodi in cui le polveri siano state
lasciate sul suolo e al vento, come le polveri del parco minerali,
senza apposita protezione da eventuali fenomeni di dispersione;
se l’attuale sistema di raccolta delle polveri con diossina sia
sicuro, se vi siano stati incendi e se si intenda far sì che tale
riempimento avvenga senza dispersione alcuna;
in che misura sia stato verificato l’eventuale danno causato da queste
polveri con diossina;
se sia verosimile che una parte di queste polveri siano finite sulla
zona circostante e, quindi, anche nel mare.
(Seduta Deputati n. 523 del 22/9/2011)
Infine va detto che il 2011 verrà ricordato come l’anno del contemporaneo sforamento nel quartiere Tamburi sia delle polveri sottili (PM10) sia del benzo(a)pirene e condividiamo il pressing del Direttore Generale dell’Arpa su questi fronti, nel suo intervento alla presentazione dei dati dell’Ilva su ambiente e sicurezza.
Contrariamente a quanto si può pensare non è questo il momento di cantare vittoria. Infatti l’Ilva si oppone ai controlli dell’AIA con un ricorso al TAR.
Questo fa ripiombare l’azienda in un atteggiamento di chiusura ai controlli, proprio ora che a parole vanta di aver raggiunto importanti risultati.
Per poter certificare effettivi passi in avanti l’Ilva andrebbe monitorata sugli IPA con centraline per il controllo in tempo reale dei punti critici e con videocamere a visione diurna e notturna costante puntate sui punti di emissione dei fumi, di quei fumi scuri e inquinanti della cokeria che ancora adesso vediamo e che ci preoccupano.
Perizia del Tribunale: i Parchi minerari dell’Ilva inquinano il quartiere Tamburi
22.11.2011
di seguito il comunicato stampa di Legambiente sulla perizia del Ctu del Tribunale di Taranto.
“La perizia presentata dall’ing. Giambattista De Tommasi, CTU nominato dal giudice che ha in carico il contenzioso tra un condominio del quartiere Tamburi e l’Ilva in merito ai presunti danni subiti dall’edificio condominiale a causa delle polveri stoccate nei parchi materie prime, sebbene sia da aspettare il giudizio che il tribunale emetterà in merito, è comunque un documento di grande interesse.
Il CTU, infatti, conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che la polvere di color rosso-bruno che imbratta strade, aiuole ed edifici dei Tamburi proviene inconfutabilmente dai parchi minerali del siderurgico e si accumula velocemente in quantità così ragguardevoli da superare nettamente i valori previsti della normativa tedesca in materia, non essendovi in Italia specifiche norme sulle polveri grossolane (sono invece normati i limiti per le polveri sottili PM10, PM 2,5, PM1).
La stessa perizia sostiene ciò che Legambiente ha ribadito in mille occasioni e cioè che l’irrorazione con acqua e la filmatura con prodotti che creino una crosta sulla superficie dei cumuli di minerale non sono assolutamente in grado di evitare il diffondersi delle polveri nell’ambiente e il loro trasporto per mezzo dei venti fuori dal perimetro del siderurgico.
La perizia fotografa inoltre una movimentazione dei minerali da e per l’area parchi effettuata su nastri trasportatori a cielo aperto. Il che, evidentemente, peggiora ulteriormente la situazione della dispersione delle polveri.
Le conclusioni cui giunge il CTU, al di là di quelle che saranno le risultanze del processo, sono peraltro evidenti a chiunque conosca il quartiere Tamburi e la posizione dei parchi minerali posti a pochi metri dagli stabili e coincidono con quanto Legambiente aveva empiricamente dimostrato nella sua iniziativa Mal’aria industriale del 2009: 1000 lenzuoli bianchi esposti per circa un mese e mezzo ai balconi e alle finestre dei Tamburi e poi consegnati all’allora ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo tutti dello stesso color rosso-bruno menzionato più volte nella perizia.
La perizia dunque ci conferma nella nostra reiterata richiesta di una soluzione definitiva e radicale per i parchi minerali che non può che essere la loro copertura”.
Capre alla diossina. Nuova mattanza a Taranto
26.10.2011
Duecento capre sono state prelevate all’alba dalla masseria Sant’Andrea vicino a Taranto. Le operazioni eseguite dal servizio veterinario dell’Asl di Taranto, hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.
Particolarmente forte e’ stata la protesta dell’allevatore che ha piu’ volte inveito ritenendo di essere vittima di un ingiusto provvedimento.
Le carni degli animali erano risultate tuttavia contaminate dalla diossina, sulla base dei riscontri di laboratorio dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo, specializzato in questo tipo di analisi.
I capi di bestiame sono stati uccisi in mattinata.
La mattanza e’ casualmente avvenuta nella giornata in cui i periti della Procura di Taranto hanno raccolto nuovi dati sulle emissioni industriali di diossina.
Altamarea, la rete di associazione e cittadini che si batte contro l’inquinamento e per la salute, ha denunciato l’immobilismo degli enti locali, esprimendo al contempo sostegno al personale Asl dei servizi veterinari impegnato in questa operazione molto contestata ma finalizzata ad evitare un’ulteriore contaminazione della catena alimentare.
Altre informazioni su http://www.tarantosociale.org
“Taranto è drogata dalle ciminiere, ora deve imparare a disintossicarsi”
Intervista ad Alessandro Marescotti di PeaceLink, Corriere del Giorno del 15 ottobre 2011
1. Quale futuro immagina per Taranto?
Per Taranto immagino un futuro radicalmente diverso. Taranto nell’ultima classifica del Sole 24 ore si posiziona al 100° posto per qualità della vita. Siamo maledettamente in coda. Dobbiamo perciò cambiare strada, uscire dalla pigrizia, combattere la rassegnazione e ridisegnare la nostra economia. Il futuro che immagino è quello di una “città laboratorio” che impara dai propri errori e che “impara a cambiare”. In Europa queste città virtuose si chiamano learning cities: “città che apprendono”. Immaginate un tossicodipendente che impara a cambiare e diventa una persona nuova dando l’esempio agli altri. Ecco: Taranto è una città tossicodipendente. Ha avuto bisogno dell’industria inquinante come un drogato ha bisogno dell’eroina. Ma se impara a uscire dal tunnel può diventare un esempio per gli altri. Per uscire dalla metafora, Taranto se impara a uscire dall’inquinamento potrà così insegnare ad altre città inquinate a fare altrettanto. Insegnare a riconvertire è una fonte di lavori ecosostenibili, provoca un indotto straordinario di tecnologie, imprese, competenze, innovazione. Questa è la mia visione del futuro. E’ una visione che fa perno non solo sulla speranza ma anche e soprattutto sulla conoscenza, sulla ricerca scientifica e sulla creatività progettuale. L’Europa è piena di città sostenibili, come ad esempio Friburgo, Aarhus o Aalborg. Chi amministrerà Taranto dovrà andare lì per “imparare a cambiare”.
2. Nuova centrale Enipower, favorevole o contrario?
Sono contrario.
3. Perchè?
Perché aumenta la potenza complessiva. Si sfrutterà il metano, meno inquinante, ma per produrre di più. E’ come sostituire una vecchia auto a benzina con tre auto a metano. Ci prendiamo in giro? Taranto è stata dichiarata per legge “città ad alto rischio di crisi ambientale” e non doveva quindi incrementare il proprio già gigantesco apparato produttivo. Lo spirito della legge non deve essere tradito.
4. Cosa vede, in futuro, nel rapporto tra Ilva e Taranto?
Tra Ilva e Taranto non ci sarà un buon rapporto finché l’area a caldo continuerà a funzionare a poca distanza dal quartiere Tamburi. Taranto dovrebbe fare come Genova: rottamare la cokeria e bonificare l’area. Non capisco perché se a Genova hanno chiuso la cokeria perché dannosa alla salute (lo ha detto il tribunale di Genova!) e a Taranto una cokeria ancora più grande rimane in funzione. Abbiamo per caso polmoni più robusti del genovesi? A Taranto siamo superman? Siamo i poveri imbecilli meridionali che scambiano una sventura per una occasione di lavoro? Gli studi europei dimostrano che nel raggio di 1700 metri una cokeria non è compatibile con una qualità dell’aria che scenda sotto 1 nanogrammo a metro cubo di benzo(a)pirene. PeaceLink ha tradotto in italiano questi studi. Li forniremo ai periti della magistratura. Noi siamo per la rottamazione della cokeria Ilva. I giornalisti vengono a Taranto da tutt’Europa per fotografarla. Ma come si rilancia il turismo se non si estirpa questo bubbone? Ecco perché occorre “imparare a cambiare”. Basta girare l’Europa. Troviamo città che hanno convertito intere aree industriali inquinatissime. Ora sono zone di attrazione per milioni di turisti. Il futuro con l’Ilva lo vedo difficile e conflittuale. Nel 2005 vi è stata una sentenza di condanna dell’Ilva per inquinamento da parte della Cassazione. Abbiamo chiesto al Sindaco nel 2010 la cosiddetta “interruzione dei termini per il risarcimento danni”. Ora può agire per chiedere un risarcimento. Ma il Sindaco attuale non lo fa. Lo dovrà fare il prossimo sindaco.
5) Raddoppio Cementir, sì o no? Perché?
La risposta è facile ed è identica a quella dell’Enipower. Taranto è stata dichiarata per legge “città ad alto rischio di crisi ambientale” e non deve incrementare la sua produzione industriale. E’ come se una persona che pesa 130 chili decidesse di mangiare di più invece di mettersi a dieta. Se raddoppio il cibo mangiato con la scusa che scelgo quello dietetico, non scenderò mai di peso. E così è per Taranto: va messa a dieta. E non può aumentare la produzione, anche se adotta le “migliori tecnologie disponibili”.
dall’8 al 30 ottobre, dalle 18 alle 22 le DONNE PER TARANTO portano in piazza INFORMAZIONE vera con VIDEO, TESTIMONIANZE, TECNICI, MEDICI…
“Nelle 3 settimane d’INFORMAZIONE vorremmo che passassero anche delle esperienze dirette…che certamente valgono MOLTO più di mille belle parole. Coloro che hanno vissuto o che vivono sulla propria pelle il DRAMMA di una malattia… Coloro che lavorano all’interno del polo industriale e hanno voglia di riscattarsi… coloro che abitano ai Tamburi con la “fatica” di vivere a ridosso dell’acciaieria più grande d’europa… HANNO MOLTO DA DIRCI…”
email: donnepertaranto@.it
Non accettate quei soldi, sono trenta denari offerti per tradire la causa della difesa di questa città
“Se anche le testate giornalistiche, che dovrebbero essere fredde testimoni della realtà, perdono la capacità di raccontare con lucidità quel che accade a questa città, dobbiamo davvero temere per il nostro futuro, abbandonato nelle mani di chi serve solo il Dio Profitto”. La denuncia su Peacelink di Giovanni Matichecchia, pedagogista, giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Taranto e giornalista Le perplessità sono legittime.
“Si possono accettare soldi da chi inquina e ammorba questa città mettendo a repentaglio la vita nostra e dei nostri figli? Chiedere alle grandi aziende di contribuire alla vita sociale e culturale di questa città significa avere un´idea strana delle responsabilità di chi inquina. E forse anche della cultura. Intanto chi inquina deve pagare per le bonifiche e adottare tutte le tecnologie del caso per eliminare le emissioni nocive. Alla gente comune basterebbe questo. Senza sconti o strane partite di giro. Del tipo, faccio un po´ di pubblicità e tu non mi attacchi ogni giorno. Del tipo, ti do un po´ di soldi per la squadra del calcio, tanto il popolo, si sa, con la pancia piena e un po´ di spettacoli (panem et circenses) si assopisce. Del tipo, una stagione concertistica fa dimenticare i problemi o rende gli autori dell´inquinamento più umani, meno pervicacemente interessati al profitto. Non accettate quei soldi, sono trenta denari offerti per tradire la causa della difesa di questa città. Come potrà parlare in libertà chi, accettando i trenta denari, in altra parte del giornale dovrà raccontare dei tumori in crescita, dei miasmi nauseabondi che ammorbano la città, dell´oblio che è calato sui tanti morti “in nome del progresso”. Come potranno le paludate testate giornalistiche parlare ancora della protervia del profitto. Perché di questo si tratta. Di far vincere su tutto il profitto e la competitività. Il mercato. Quel mercato cieco sia in materia di ecologia che di giustizia. Se anche le testate giornalistiche, che dovrebbero essere fredde testimoni della realtà, perdono la capacità di raccontare con lucidità quel che accade a questa città, dobbiamo davvero temere per il nostro futuro, abbandonato nelle mani di chi serve solo il Dio Profitto”.
Taranto, cozze alla diossina: il tempo e i fatti ci danno ragione
Una nuova conferma viene dai prelievi del 3 e 4 agosto della Asl di Taranto e dalle analisi che ne sono seguite.
Nell’area del primo seno del Mar Piccolo di Taranto (li’ vicino sorgono insediamenti industriali e militari) tre campioni di cozze presentano valori di diossina e pcb superiori al limite di legge (8 pg/g) e precisamente:
18 pg/g
13 pg/g
8,35 pg/g
Fabio Matacchiera, presidente della Onlus Fondo Antidiossina Taranto, ha dichiarato: “Abbiamo lanciato l’allarme a gennaio ma nessuno ha voluto crederci. Sono stato querelato. Sono stato messo alla gogna mediatica. Mi hanno accusato di essere un allarmista. Ho subito anche gravi minacce. Ma sapevo che il tempo e i fatti ci avrebbero dato ragione”.
Alla presentazione dei dati di gennaio sulla presenza di diossina e pcb aveva partecipato anche PeaceLink.
Ora questi dati sull’inquinamento del mare confluiranno nelle indagini della Procura di Taranto avviate dopo la scoperta della diossina in un campione di formaggio pecorino e il correlato esposto presentato alla magistratura dall’Associazione PeaceLink.
Altre informazioni su www.tarantosociale.org
Ilva: sforamento diossina. Diffida alla Regione Puglia
21 comitati e associazioni di Taranto e provincia hanno inviato una diffida alla Regione Puglia e all’Arpa Puglia per far sì che sia attivata immediatamente nei confronti di Ilva SpA stabilimento di Taranto la procedura prevista dalla legge regionale 44/2008 e s.m.i. per accertato superamento già ora del limite annuo nel 2011 per le emissioni di diossina dal camino E 312.
Le organizzazioni che hanno sottoscritto il documento si aspettano una pronta risposta positiva da parte di ARPA Puglia e Regione Puglia, pronte, in caso di incomprensibili ed inaccettabili inadempienze regionali, ad attivare qualunque altra azione volta a salvaguardare la salute dei cittadini.
L’AIA all’Ilva: cosa e perché non piace agli ambientalisti
comunicato di Alessandro Marescotti, Peacelink – 12 luglio 2011
Su tarantosociale.org potete trovare il testo dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) dell’Ilva. E’ il Parere Istruttorio Conclusivo della Commissione IPPC. Ora questo testo passa nelle mani del Ministro dell’Ambiente che può migliorarlo o peggiorarlo.
Che cos’è A.I.A.
A.I.A. (Autorizzazione Integrata Ambientale) è un provvedimento che autorizza l’esercizio di un’industria a patto che adotti le migliori tecnologie disponibili e riduca l’inquinamento.
Ciò nonostante nell’AIA Ilva non sono stati recepiti i seguenti 10 punti irrinunciabili indicati da Altamarea.
1. La massima capacità produttiva da autorizzare non può essere molto diversa dal massimo storico ottenuto in 50 anni di esercizio dello stabilimento e dal dato di 10,5 milioni di tonn/anno universalmente attribuito al centro siderurgico di Taranto dall’epoca del raddoppio negli anni ’70. Recentemente il prof. Federico Pirro, noto “storico” dell’Ilva di Taranto, tra l’altro autore di oltre 120 pagine su “La siderurgia europea e mondiale dal secondo dopoguerra ad oggi” del patinato ed elegantissimo volume “La civiltà del ferro. Dalla preistoria al III millennio”, edito da Olivares in occasione del cinquantenario della fondazione del Gruppo Riva, scrive a pag. 20 del settimanale WEMAG del 16 giugno 2011: “Taranto vede in esercizio il gigantesco Siderurgico del Gruppo Riva che, con i suoi 11.695 addetti diretti e una capacità installata di 11,5 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, è la più grande fabbrica manifatturiera d’Italia e il maggior centro siderurgico a ciclo integrale d’Europa”. La massima capacità produttiva di 15 milioni di tonnellate indicata da Ilva è inaccettabile.
2. La durata dell’AIA può essere di 5 anni e non 6 perché il Certificato di qualità presentato non copre le attività dell’area a caldo che provoca il 90% dell’inquinamento ma copre solo le attività del ciclo integrale dalle bramme di colata continua in poi. Deve contare la realtà delle cose, non gli arzigogoli e le ambiguità di qualche manipolatore.
3. Lo stabilimento non può essere autorizzato a esercire impianti privi di Certificato Prevenzione Incendi e di nulla osta di analisi di rischio di incidenti rilevanti, di chiunque sia la responsabilità del
mancato rinnovo o rilascio. Sarebbe da irresponsabili, forse penalmente perseguibili, continuare a mantenere in esercizio impianti privi di CPI e di nulla osta, che sono i pilastri su cui si basa la sicurezza nei confronti dei cittadini e dei lavoratori.
4. Le emissioni della diossina vanno controllate in continuo e non solo al camino E312 ma anche intorno a elettrofiltri, raffreddatori, ecc..
Le emissioni vanno assoggettate non al rispetto dell’assurda media annuale calcolata sulla base di campagne di poche decine di ore sulle 8760 ore di un anno di esercizio, ma, come per il PM10, va fissato il numero massimo di splafonamenti della concentrazione fissata, superato il quale scatta immediatamente l’arresto dell’impianto per il tempo necessario ad attivare provvedimenti tecnici ed operativi che evitino gli splafonamenti.
5. Va fissato anche il limite quantitativo annuo delle emissioni complessive degli inquinanti indicati nella dichiarazione INES, fissando un programma di progressiva ma drastica riduzione nel tempo..
6. Il controllo del B(a)P va fatto non solo sul perimetro esterno ma anche sugli impianti all’interno dello stabilimento, fissando un limite emissivo di 150 ng/mc sul piano coperchi della cokeria (limite adottato in Francia). I lavoratori addetti sono i più esposti a quel micidiale inquinante definito cancerogeno di 1° livello dall’OMS. Sui parametri da rispettare vale lo stesso concetto indicato per la diossina, cioè non solo valori medi ma anche numero di splafonamenti e quantità annue in assoluto emesse. In parallelo va prescritta la delocalizzazione del 50% della cokeria nel corso della durata dell’AIA e del restante 50% nella prossima tornata.
7. Il controllo e monitoraggio degli inquinanti nei reflui idrici non va effettuato sugli sbocchi a mare, dove tutto è diluito, ma sulle acque di processo degli impianti non diluite da acque di raffreddamento, piovane, ecc. e prima che confluiscano nelle condutture che poi arrivano agli scarichi a mare. Inoltre vanno fissati i quantitativi massimi di inquinanti scaricati, in funzione delle concentrazioni fissate e dei flussi totali finali.
8. Deve essere prescritta la copertura dei parchi primari senza il balletto degli studi di fattibilità a babbo morto. Le tecnologie esistono già, si tratta di deciderne l’impiego come ci risulta che stiano facendo per coprire i carbonili di ENEL Brindisi.
9. La bonifica dei siti inquinati deve essere prescritta alla luce delle recenti determinazioni assunte dalla Regione Puglia.
10. In caso di inosservanza delle prescrizioni dell’AIA, il gestore deve essere fortemente sanzionato. Non sono accettabili provvedimenti di tipo dilatorio ma si devono pretendere provvedimenti risolutivi, fino al fermo dell’impianto che all’interno dello stabilimento dovesse violare le prescrizioni dell’AIA.
ALtaMarea rifiuta di incontrare Vendola
7 luglio 2011
Altamarea ha rifiutato nella giornata di oggi l’invito del Presidente della Regione Nichi Vendola a presentarsi nel suo ufficio di Bari al fine di valutare il rilascio dell’Aia all’Ilva di Taranto.
“Dal 5 luglio Regione, Provincia e Comune – scrivono gli ambientalisti – hanno aperto un solco. Non siamo più disposti a diventare oggetto delle strumentalizzazioni politiche. Per 4 anni abbiamo chiesto, nel rispetto delle norme e con argomentazioni tecniche puntuali, il rispetto di almeno 10 presrizioni irrinunciabili. Ebbene è stato tutto disatteso.
Abbiamo assistito, dopo aver scoperchiato la questione benzo(a)pirene allo scempio del decreto 155.
Negli stessi giorni in cui la Procura avvia un indagine su precise indicazioni del Noe di Lecce assistiamo al rilascio di un Aia annacquata.
Il Presidente Vendola ad Altamarea non deve spiegare o giustificare nulla. Quello che ha da dire lo dica direttamente ai cittadini di Taranto”.
AIA – INGIUSTIZIA E’ FATTA
Un comunicato che AltaMarea ha diffuso martedì 5 luglio 2011 dopo la notiza della concessione dell’AIA all’Ilva da parte del Ministero dell’Ambiente.
“Altamarea in attesa di poter leggere il parere conclusivo sul rilascio dell’Aia per Ilva e facendo riferimento alle notizie che arrivano in queste ore non può che esprimere un parere assolutamente negativo e sdegnato su quella che sembra a tutti gli effetti l’ennesima ingiustizia alla città di Taranto e ai suoi abitanti.
Nei giorni in cui la Procura di Taranto ha avviato un’indagine meticolosa basata sul rapporto dei Carabinieri del Noe, nel quale si evincono diverse e diffuse emissioni pericolose, nel momento in cui era necessario essere assolutamente rigorosi sulla concessione di un Autorizzazione Integrata Ambientale ci ritroviamo ad assistere all’ennesimo compromesso che non risolve quasi per nulla i devastanti effetti derivati da un assedio inquinante al quale siamo sottoposti.
Giusto per fare un esempio dei tanti che si potrebbero portare sono di oggi i dati Arpa sul benzo(a)pirene.(apparsi oggi sul sito web dell’ARPA). Sono tali da confermare l’allarme su questo pericoloso cancerogeno.
Le analisi realizzate da Arpa per individuare se vi siano altre sorgenti di benzo(a)pirene oltre all’Ilva nell’area industriale hanno dato risultati inequivocabili.
L’Arpa ha utilizzato la cosiddetta tecnologia“ventoselettiva” che consente non solo di misurare gli inquinanti ma anche di individuarne la provenienza. Grazie a questa tecnologia si è potuto finalmente chiarire che l’apporto inquinante dell’Ilva è assolutamente preponderante rispetto alla raffineria Agip, alla Cementir e alle altre industrie vicine. Infatti la concentrazione di benzo(a)pirene, quando il vento soffia dall’Ilva verso il resto dell’area industriale, è di ben 4.46 nanogrammi a metro cubomentre quando il vento soffia in senso opposto (verso l’Ilva) la concentrazione crolla a soli 0,06 nanogrammi a metro cubo. Ricordiamo che nella vecchia legge sul benzo(a)pirene vi era un limite a 1 nanogrammo a metro cubo.
E’ assolutamente evidente che l’origine delbenzo(a)pirene nell’area industriale è l’Ilva.
L’Ilva aveva contestato i dati Arpa (che attribuivano alla cokeria il 98% dell’origine del benzo(a)pirene nelquartiere Tamburi) ipotizzando che nell’area industriale vi fossero altre sorgenti significative di benzo(a)pirene.
Questo dimostra che il parere istruttorioconclusivo dell’AIA dell’Ilva ha ignorato sostanzialmente la gravità del problema.
L’AIA andrebbe resa molto più prescrittiva sulbenzo(a)pirene. Avevamo chiesto un limite emissivo dalla cokeria di 150 ng/m3 dal piano coperchi che la commissione AIA tuttavia non ha accolto con motivazioni inconsistenti.
In conclusione l’AIA che sta per essere varata non è l’autorizzazione che contiene le prescrizioni obbligatorie per cui abbiamo lottato e per cui abbiamo inviato centinaia di pagine di osservazioni tecnicamente molto puntuali. Ci riserviamo una volta letti i pareri definitivi, laddove confermassero i rumors di queste ore, di intraprendere un’azione forte e rigorosa
I 10 punti irrinunciabili per l’AIA
Altamarea ha reclamato e ottenuto un incontro con Regione Puglia, Provincia di Taranto e Comune di Taranto al fine di sensibilizzare e pungolare le istituzioni per fare fronte comune sulla delicatissima questione del rilascio dell’ Aia per l’Ilva di Taranto.
DOPO AVER CERCATO INVANO DI ESSERE RICEVUTA, COME INVECE ACCADUTO NELLE PRECEDENTI OCCASIONI, NELLA CONFERENZA DEI SERVIZI DEL 5 LUGLIO PRESSO IL MINISTERO DELL’AMBIENTE, INVIA IL SEGUENTE COMUNICATO CON I DIECI PUNTI IRRINUNCIABILI.
UN RILASCIO DI AIA “ANNACQUATA” NON POTRA’ ESSERE TOLLERATO.
ALTAMAREA
Sede operativa c/o AIL – Via De Cesare n.3, 74123 Taranto
Prot. 030/2011 Taranto 4 luglio 2011
Al Ministero dell’ambiente – RUP dr. Giuseppe Lo Presti
Presidente della Regione Puglia e Assessore ambiente
Presidente della Provincia di Taranto e Assessore ambiente
Sindaco di Taranto e Assessore ambiente
Sindaco di Statte e Assessore ambiente
Direttore Generale ARPA Puglia e Direttore Dpt di Taranto
Redazioni di stampa e TV
OGGETTO: AIA per Ilva Taranto – Punti irrinunciabili per l’AIA di Ilva di Taranto
Le Istituzioni centrali, regionali e locali comunque presenti nella Conferenza dei Servizi del 5 luglio 2011 presso il Ministero dell’ambiente, decisoria per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale per lo stabilimento Ilva di Taranto, hanno la responsabilità storica di decidere sul futuro del territorio ionico e sulla salute dei suoi abitanti e dei lavoratori coinvolti direttamente o indirettamente.
A partire dall’agosto 2007 fino ad oggi, “AltaMarea”, comunque denominatasi nel tempo ma sempre in qualità di “pubblico interessato”, ha prodotto argomentazioni che rischiano di essere travolte dalla volontà di chi vuole a tutti i costi “chiudere la partita”. Noi facciamo appello in particolare a Regione Puglia, Provincia di Taranto, Comune di Taranto, Comune di Statte e ARPA Puglia perchè si presentino a Roma con un fronte unico a sostegno di una Delibera di Giunta Regionale finalizzata ad ottenere che l’AIA venga rilasciata solo se conterrà prescrizioni severe e precise sui seguenti 10 punti irrinunciabili.
1. La massima capacità produttiva da autorizzare non può essere molto diversa dal massimo storico ottenuto in 50 anni di esercizio dello stabilimento e dal dato di 10,5 milioni di tonn/anno universalmente attribuito al centro siderurgico di Taranto dall’epoca del raddoppio negli anni ’70. Recentemente il prof. Federico Pirro, noto “storico” dell’Ilva di Taranto, tra l’altro autore di oltre 120 pagine su “La siderurgia europea e mondiale dal secondo dopoguerra ad oggi” del patinato ed elegantissimo volume “La civiltà del ferro. Dalla preistoria al III millennio”, edito da Olivares in occasione del cinquantenario della fondazione del Gruppo Riva, scrive a pag. 20 del settimanale WEMAG del 16 giugno 2011: “Taranto vede in esercizio il gigantesco Siderurgico del Gruppo Riva che, con i suoi 11.695 addetti diretti e una capacità installata di 11,5 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, è la più grande fabbrica manifatturiera d’Italia e il maggior centro siderurgico a ciclo integrale d’Europa”. La massima capacità produttiva di 15 milioni di tonnellate indicata da Ilva è inaccettabile.
2. La durata dell’AIA può essere di 5 anni e non 6 perchè il Certificato di qualità presentato non copre le attività dell’area a caldo che provoca il 90% dell’inquinamento ma copre solo le attività del ciclo integrale dalle bramme di colata continua in poi. Deve contare la realtà delle cose, non gli arzigogoli e le ambiguità di qualche manipolatore.
3. Lo stabilimento non può essere autorizzato a esercire impianti privi di Certificato Prevenzione Incendi e di nulla osta di analisi di rischio di incidenti rilevanti, di chiunque sia la responsabilità del mancato rinnovo o rilascio. Sarebbe da irresponsabili, forse penalmente perseguibili, continuare a mantenere in esercizio impianti privi di CPI e di nulla osta, che sono i pilastri su cui si basa la sicurezza nei confronti dei cittadini e dei lavoratori.
4. Le emissioni della diossina vanno controllate in continuo e non solo al camino E312 ma anche intorno a elettrofiltri, raffreddatori, ecc.. Le emissioni vanno assoggettate non al rispetto dell’assurda media annuale calcolata sulla base di campagne di poche decine di ore sulle 8760 ore di un anno di esercizio, ma, come per il PM10, va fissato il numero massimo di splafonamenti della concentrazione fissata, superato il quale scatta immediatamente l’arresto dell’impianto per il tempo necessario ad attivare provvedimenti tecnici ed operativi che evitino gli splafonamenti.
5. Va fissato anche il limite quantitativo annuo delle emissioni complessive degli inquinanti indicati nella dichiarazione INES, fissando un programma di progressiva ma drastica riduzione nel tempo..
6. Il controllo del B(a)P va fatto non solo sul perimetro esterno ma anche sugli impianti all’interno dello stabilimento, fissando un limite emissivo di 150 ng/mc sul piano coperchi della cokeria (limite adottato in Francia). I lavoratori addetti sono i più esposti a quel micidiale inquinante definito cancerogeno di 1° livello dall’OMS. Sui parametri da rispettare vale lo stesso concetto indicato per la diossina, cioè non solo valori medi ma anche numero di splafonamenti e quantità annue in assoluto emesse. In parallelo va prescritta la delocalizzazione del 50% della cokeria nel corso della durata dell’AIA e del restante 50% nella prossima tornata.
7. Il controllo e monitoraggio degli inquinanti nei reflui idrici non va effettuato sugli sbocchi a mare, dove tutto è diluito, ma sulle acque di processo degli impianti non diluite da acque di raffreddamento, piovane, ecc. e prima che confluiscano nelle condutture che poi arrivano agli scarichi a mare. Inoltre vanno fissati i quantitativi massimi di inquinanti scaricati, in funzione delle concentrazioni fissate e dei flussi totali finali.
8. Deve essere prescritta la copertura dei parchi primari senza il balletto degli studi di fattibilità a babbo morto. Le tecnologie esistono già, si tratta di deciderne l’impiego come ci risulta che stiano facendo per coprire i carbonili di ENEL Brindisi.
9. La bonifica dei siti inquinati deve essere prescritta alla luce delle recenti determinazioni assunte dalla Regione Puglia.
10. In caso di inosservanza delle prescrizioni dell’AIA, il gestore deve essere fortemente sanzionato. Non sono accettabili provvedimenti di tipo dilatorio ma si devono pretendere provvedimenti risolutivi, fino al fermo dell’impianto che all’interno dello stabilimento dovesse violare le prescrizioni dell’AIA.
Analisi a sorpresa all’Ilva. “Diossina, valori raddoppiati”
I controlli effettuati dall’Arpa sui camini dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’azienda rischia pesanti multe e anche la chiusura
da La di Bari di martedì 28 giugno 2011
Quasi il doppio delle emissioni consentite. “L’Ilva è fuori legge”. L’Arpa ha pubblicato ieri i dati sulla seconda campagna per la rilevazione di diossine e furani nei fumi delle emissioni del camino dello stabilimento siderurgico di Taranto. Si tratta dei controlli a sorpresa previsti dalla legge regionale sulle emissioni delle diossine già effettuati a febbraio del 2011. “Il valore medio – spiega il direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato – è risultato pari a 0,70 nanogrammi al metro cubo quando il limite stabilito dalla norma pugliese è invece di 0,40″. Il dato è stato inoltre ribassato del 35 per cento, sempre così previsto dalla norma che parla genericamente di “un’incertezza della misura”.
I campionamenti sono stati effettuati il 16, 18 e 19 maggio scorsi e “le operazioni di prelievo e le analisi di laboratorio – spiega l’Agenzia regionale per l’ambiente – sono state condotte anche in questo caso con il contraddittorio dei tecnici Ilva”. Si tratta del secondo campionamento effettuato dall’inizio dell’anno e anche questa volta i valori – seppure dimezzati rispetto a quelli pre legge anti diossine – sono ancora superiori alla norma. Se dovesse verificarsi lo stesso dato anche nel terzo e ultimo campionamento a sorpresa l’Ilva rischierebbe le sanzioni previste dalla legge che vanno da multe salatissime sino alla chiusura.
Proprio in queste ore si sta giocando un’altra partita importantissima per il futuro del siderurgico: la concessione dell’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale che concede il Ministero, la carta cioè che detterebbe all’Ilva le condizioni per continuare a lavorare. La commissione ha preparato un documento con una serie di prescrizioni che dovrebbe essere ratificato il 4 luglio. Il condizionale è d’obbligo. Il ministero ha convocato per il giorno precedente un incontro per discutere le obiezioni fatte dall’azienda. Una mossa che potrebbe ulteriormente dilatare i tempi e che ha provocato la reazione rabbiosa di sindacati e associazioni ambientaliste. “La Regione deve chiedere di invalidare la riunione – tuona il segretario generale della Uil di Puglia e di Bari, Aldo Pugliese – Non si può dare il via libera all’ennesimo colpo di mano a danno della salute dei cittadini tarantini: il governo Vendola ha il dovere di intervenire in tempi brevissimi”.
Il Noe dei Carabinieri chiede il sequestro dell’Ilva”
il servizio sul tg2 di sabato 25 giugno 2011 dal minuto 14,30
Ma la Procura, stando ad un comunicato emesso dall’acciaieria, respinge la richiesta.
Stefàno e Florido, dove siete?
Aia all’Ilva, non si presentano all’invito di Altamarea.
da “Taranto Oggi” di domenica 26 giugno 2011
Chi rappresenterà le istanze ecologiste al Ministero? E’ questo quanto si domandano gli esponenti di Altamarea. Per il 5 luglio, infatti, è stata convocata la conferenz…a dei servizi decisoria per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) all’Ilva. A differenza di tutte le precedenti riunioni, questa volta nessuna associazione ambientalista è stata invitata a partecipare. Un comportamento che ha fatto andare su tutte le furie i componenti di Altamarea che avevano invitato, per ieri sera, Stefàno e Florido a partecipare ad un incontro presso la sede dell’Ail. L’obiettivo era quello di comprendere cosa andranno a dire in quella circostanza i massimi rappresentanti della comunità ionica. Come hanno intenzione di sostenere le osservazioni che, già in altre circostanze, Altamarea aveva avanzato? I precedenti non fanno certo ben sperare. L’ambivalenza di Stefàno e l’atteggiamento spesso remissivo di Gianni Florido, infatti, fanno temere l’ennesima scena muta. Il rischio è che l’Aia venga rilasciata permettendo un aumento produttivo al siderurgico (dovrebbe passare da 9 a 15 milioni di tonnellate annue) ma senza le dovute prescrizioni affinche sia attenuato l’impatto ambientale. Inutile sottolineare che sia Stefàno che Florido non si sono presentati all’incontro promosso da Altamarea. “Siamo indignati – ha affermato Biagio De Marzo, presidente dell’associazione ambientalista. Chi sosterrà le nostre osservazioni e quelle che il sindaco di Statte, e lo stesso Comune di Taranto, hanno avanzato anche per iscritto? Riunione dopo riunione, alle richieste del territorio non è stato dato alcun riscontro e le prescrizioni sono state continuamente ‘adulcorate’. In tutto questo – prosegue De Marzo – Sindaco e Presidente della Provincia non hanno neanche accettato il nostro invito. Abbiamo ricevuto solo una telefonata di Sebastiano Romeo (assessore comunale all’ambiente, ndr) attraverso la quale ci ha informato della sua impossibilità a partecipare. Adesso chiederemo ufficialmente un incontro. Come associazione, promuoveremo presto nuove iniziative anche eclatanti. Stiamo parlando del destino della nostra città”. Le revisioni, però, evidentemente non bastano ancora all’Ilva. Il Gruppo Riva, infatti, ha chiesto la convocazione di un quarto tavolo ‘revisitatorio’ al Ministero. L’incontro si terrà il prossimo 4 luglio, guarda caso il giorno prima della conferenza decisitoria. Aspettatevi di tutto.
Taranto, per l’Ilva rischio sequestro
La Gazzetta del Mezzogiorno del 25 giugno 2011
TARANTO – Mentre si allungano di sei mesi i tempi per la super-perizia sulle emissioni dell’acciaieria Ilva disposta dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, in accoglimento della richiesta di incidente probatorio presentata dal procuratore capo Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce sollecitano la Procura a emettere un provvedimento cautelare reale (ovvero a far sequestrare) gli impianti dell’Ilva per bloccare il protarsi delle attività illecite nello stabilimento siderurgico e il conseguente inquinamento.
Le conclusioni degli accertamenti eseguiti dai carabinieri dell’ambiente sono confluite ieri nel procedimento all’attenzione del gip Todisco, e si tratta di conclusioni che nessuno potrà ignorare perché sembra già offrire una risposta ai quesiti posti ai consulenti.
La perizia disposta dal giudice per le indagini preliminari dovrà, infatti, accertare se le emissioni di fumi e polveri dallo stabilimento Ilva, in particolar modo riguardo a diossina, Pcb, benzoapirene, Ipa di varia natura e composizione, siano nocive alla salute umana, sia riguardo agli operai che per i cittadini di Taranto e dei comuni limitrofi, e se all’interno della fabbrica siano rispettate le misure di sicurezza per evitare la dispersione incontrollata degli stessi inquinanti. La proroga di 6 mesi è stata decisa dalla dottoressa Todisco che ha accolto la richiesta formulatale dal collegio di periti.
Al lavoro dal 2 dicembre del 2010 ci sono i periti nominati dal gip (il chimico industriale Mauro Sanna, il funzionario dell’Arpa Lazio Rino Felici, il chimico Roberto Monguzzi, l’ingegnere chimico Nazzareno Santilli), l’ingegnere Antonio Carrozzini (nominato dagli avvocati Carlo e Claudio Petrone, costituitisi per conto della Provincia), il dottor Stefano Baccanelli e il dottor Vincenzo Cagnazzo (nominati dall’avvocato Sergio Torsella, legale di otto allevatori parti lese), la dottoressa Daniela Spera (nominata dall’avvocato Maria Teresa Mercinelli, costituitasi per conto di un nono allevatore). Parti lese erano state individuate anche il ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia ma anche ieri nessun rappresentante di questi due enti è comparso in udienza.
Ieri mattina il gip Patrizia Todisco ha integrato il gruppo di periti con tre esperti che lavoreranno sugli aspetti medico-epidemiologici dell’indagine: si tratta del professor Annibale Biggeri, docente ordinario all’università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, della professoressa Maria Triassi, direttore di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell’azienda ospedaliera universitaria “Federico II” di Napoli, e del dottor Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia, ASL Roma. La Provincia di Taranto ha nominato quale proprio consulente il dirigente il dottor Fernando Graziano, gli allevatori il medico Emilio Gianicolo, il Comune di Taranto il professor Benedetto Terracini e la dottoressa Mariangela Bisotti, l’Ilva la dottoressa Eva Negri.
Disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati Emilio Riva, 84 anni, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva, 52 anni, presidente dell’Ilva dal 20 2010, Luigi Capogrosso, 55 anni, direttore dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, 41 anni, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, 42 anni, capo area del reparto Agglomerato, tutti difesi dagli avvocati Francesco Mucciarelli, Egidio Albanese, Adriano Raffaelli, Tullio Padovani, Francesco Perli e Cesare Mattesi.
Taranto, solo il 49,9% vota per i referendum
Un commento di Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, sull’affluenza al voto ai referendum nella città di Taranto. Un’analisi non strettamente legata alla questione Ilva, ma che la dice lunga sul perché a Taranto il “risveglio” tardi ancora a suonare.
“Taranto è il fanalino di coda della Puglia nell’affluenza al voto referendario. Mentre in Italia c’è un vigoroso risveglio, a Taranto no. La ragione? La scarsa mobilitazione di alcuni partiti. Non voglio generalizzare ma tanti tabelloni erano semivuoti.
In questi giorni sono stato in Toscana dove si è svolta l’assemblea nazionale di PeaceLink. Siamo stati due giorni in un luogo incontaminato delle verdi colline fiorentine: la Casa per la Pace di Tavarnuzze. Ha relazionato Philip Rushton, un docente universitario collegato ai movimenti antinucleari degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Australia. Rushton ci ha spiegato che in questo momento il mondo intero sta guardando l’Italia con ammirazione. Negli Stati Uniti ad esempio i cittadini non possono organizzare un referendum per bloccare le centrali nucleari. In tanti ci invidiano l’istituto referendario. Con la vittoria referendaria l’Italia ha lanciato un potente segnale internazionale. Molti hanno guardato i referendum in una miope visione locale. Oggi invece siamo al centro del mondo. Per questo motivo PeaceLink ha deciso di costituire con uno staff di traduttori. Nasce dall’Italia una grande speranza e noi faremo la nostra parte con il nostro sito Internet che, in Italia, è il più letto nell’ambito dell’ecologia e della pace.
Dalla Toscana siamo ripartiti nel cuore della notte per poter raggiungere le nostre città in tempo utile per votare. Abbiamo lasciato un luogo incantevole dove il nostro misuratore dell’inquinamento ha registrato “zero IPA”, ossia la totale assenza di quei cancerogeni che appestano l’aria di questa città. Nelle colline della Toscana a “inquinamento zero” ho vissuto la meravigliosa esperienza della speranza e del progetto. Una politica senza passione spegne la democrazia e disabitua i cittadini alla partecipazione. Dobbiamo riportare Taranto nella dimensione della speranza progettuale”.
Alessandro Marescotti
presidente di PeaceLink
Emilio Riva indagato per la morte di 15 operai
Chiuse le indagini sulla morte di 15 operai dell’Ilva di Taranto, ammalatisi di tumore e deceduti a causa della mancanza di adeguate misure di sicurezza. Leggi l’articolo in pdf RivaIndagato_L’Unità26maggio2011
VIDEO CONFERENZA STAMPA COMITATO DONNE PER TARANTO
Consegna delle firme alle istituzioni: assente ingiustificato il Comune
13maggio2011
Il Comitato Donne per Taranto negli ultimi mesi ha indetto una petizione e ha raccolto le firme per chiedere: un’indagine di mortalità nel quartiere Tamburi in raffronto al resto della città di Taranto, sull’esempio dell’indagine effettuata a Cornigliano, che ha portato alla chiusura delle fonti inquinanti dello stabilimento genovese; un’indagine epidemiologica per tutte le malattie in città, perché a Taranto non si muore solo di cancro; che sia reso pubblico il registro degli esposti ad agenti cancerogeni, a tutela della salute dei lavoratori dello stabilimento siderurgico.
parte 2: a Taranto si muore e ci si ammala di più
Le analisi effettuate fino ad oggi, da ASL, Ministero dell’Ambiente e della Salute, Studi e ricerche universitarie… lo dimostrano. POWER-POINT della dott.ssa Virginia Airò
parte 3: intervento della dott.ssa Paola D’Andria, presidente dell’Ail
Nel video, anche il collegamento via Skype con l’oncologo e epidemiologo Valerio Gennaro che a Genova, per conto della procura della repubblica, ha realizzato un’indagine per verificare la relazione tra malattie, morti e inquinamento nel quartiere di Cornigliano che, come il Tamburi a Taranto, subisce la presenza dello stabilimento siderurgico Ilva. L’indagine del dott. Gennaro ha dimostrato che tra il 1988 e il 1995 a Cornigliano, rispetto a Genova, la mortalità è risultata aumentata del 23 per cento tra gli uomini, la popolazione femminile ha evidenziato una mortalità superiore a Genova del 55 per cento e del 60 rispetto a Rivarolo.
Sotto la spinta dei comitati locali, e in particolare della Donne di Cornigliano, nel 2005 è stata interamente dismessa la produzione a caldo dello stabilimento genovese (l’ultima colata è del 29 luglio 2005), e circa 350.000 mq sono stati restituiti alle Istituzioni pubbliche, salvaguardando interamente l’occupazione (circa 3.000 addetti diretti, oltre l’indotto) attraverso un piano industriale che potenzia le attività “a freddo” .
parte 4: consegna firme alle Istituzioni presenti
Il Comitato Donne per Taranto ha raccolto 7343 firme per chiedere un’indagine epidemiologica a Taranto.
Alla conferenza stampa sono state invitate tutte le istituzioni, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, fax e email. Le firme sono state consegnate alle istituzioni presenti: Regione Puglia, Provincia di Taranto, Asl di Taranto. Quelle per il Comune di Taranto sono state appoggiate su una sedia vuota.
Assente anche la Procura della Repubblica.
Ecco come Riva riduce l’inquinamento
Di seguito un comunicato stampa di Alessandro Marescotti che, come sempre, con piglio certosino svela gli artifici di casa Riva.
Nel Rapporto sulla Sostenibilità dell’Ilva – presentato recentemente a Taranto – non deve sfuggire un particolare curioso, quasi buffo: i numeri delle diminuzioni degli inquinanti sono tutti arrotondati!
Notate bene…
Tabella 28 – Risultati conseguiti per le emissioni in atmosfera
Polverosità nell’area parchi materie prime – 85%
Emissioni di ossidi di zolfo derivanti da combustione del gas coke – 90%
Emissione di polveri dell’agglomerato – 80%
Emissioni di diossina dall’agglomerato – 90%
Emissioni diffuse e fuggitive della cokeria (polveri, benzene, IPA, B(a)P) – 50%
Emissione diffuse di polveri in Acciaieria n. 2 – 50%
I dati pubblicati vantano riduzioni di emissioni senza spiegazioni né documentazione.
E poi… che casualità: vengono tutti NUMERI ARROTONDATI! Ci danno una piallatina e… voilà! Ecco la tabellina a uso e consumo dei sempliciotti che non vogliono numeri troppo complicati da ricordare.
Mai un – 37% o un -78%… :-)
Se fossero stime è un conto, tuttavia il Rapporto presenta questi dati come “risultati conseguiti”!
Il tutto è a pagina 99 (almeno questo numero non è arrotondato).
Il rapporto lo potete scaricare da qui: rapporto sostenibilità Ilva
Ma se uno studente a scuola – invece di calcolare la soluzione di un problema di matematica – arrotondasse i risultati in questa maniera, senza spiegare neppure il procedimento con cui li ha ottenuti, cosa direbbe il professore?”.
Alessandro Marescotti
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Diossina Ilva, ad agosto partirà il campionamento continuo?
Finalmente una buona notizia: si è messa in moto la procedura per il controllo 24 ore su 24 della diossina Ilva.
Lo comunica oggi 3 maggio, Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink. Tale controllo continuativo è definito tecnicamente “campionamento continuo”. Forse partirà ad agosto, secondo quanto ha comunicato il Ministero dell’Ambiente all’Arpa Puglia.
E’ un risultato conseguito dopo continue pressioni del movimento ambientalista.
Le resistenze dell’Ilva sono note. Le voci messe in circolazione contro il campionamento continuo sono state le più varie. Il sindaco di Taranto Ippazio Stefano arrivò a dichiarare: “Il campionamento in continuo non è possibile. Questo non lo dico io ma studi scientifici che dimostrano quanto controproducente possa risultare qualora utilizzato”.
(www.pulpo.it forum col sindaco di taranto).
Si diceva inoltre che la legge regionale era stata modificata e non lo prevedeva più. Veniva poi detto che non c’era nessun sistema per il campionamento continuo. Invece la legge regionale non ha mai “perso” la prescrizione del campionamento continuo e, tecnicamente parlando, i metodi e le tecnologie per realizzarlo sono tre. Il primo è il metodo del filtro-condensatore e la tecnologia è prodotta dalla azienda italiana Tecora. Il secondo è il metodo della sonda raffreddata, la cui tecnologia è prodotta da un’azienda franco-tedesca, la Amesa. Il terzo è il metodo della diluizione, con tecnologia prodotta dall’austriaca DMS.
Occorrerà individuare la più idonea per l’Ilva. L’Arpa Puglia ha valide competenze per valutare quale sia la più valida per il camino dell’impianto di agglomerazione. E bene ha fatto l’Arpa a indicare al Ministero dell’Ambiente il campionamento continuo quale prescrizione da inserire dell’Autorizzazione Integrata ambientale, non solo intesa come “studio di fattibilità” ma come tecnologia da “cantierizzare”.
Che non vi sia una normativa europea in merito è una questione usata come cavillo dialettico. Le tre tecnologie su citate corrispondono, infatti, ai tre sistemi manuali normati nel metodo EN1948 parte I. La parte V, in elaborazione presso il CEN, contemplerà questi tre metodi per il campionamento continuo. Anche in assenza della norma tecnica europea, la scelta può essere egualmente effettuata previa validazione (il campionamento in continuo è obbligatorio in Francia, Belgio o in Lombardia – dove è previsto su tutti gli inceneritori dal 2011 – anche in assenza della norma tecnica europea). Questo è sufficiente per accantonare
l’obiezione secondo la quale non sarebbe adottabile il campionamento continuo in quanto non c’è ancora una normativa europea unica in merito.
In Piemonte il campionamento continuo della diossina è obbligatorio in base all’AIA per l’acciaieria Beltrame di Torino. L’AIA di questa acciaieria, con relativo campionamento continuo della diossina, è qui
www.tarantosociale.org (vedere PDF allegato).
In questa vicenda è importante che l’opinione pubblica continui a tenere alta l’attenzione in modo che questo importante obiettivo del controllo continuativo venga realizzato concretamente senza ulteriori ritardi. La legge regionale antidiossina fin dal 2009 prevedeva che si procedesse in tal senso e siamo quindi in abbondante ritardo. E’ stato necessario che arrivassero a Taranto “Le Iene” per portare l’attenzione sul problema del campionamento continuo. Questo è accaduto alla fine del 2010.
Occorre ora imboccare la strada del controllo costante della diossina con la massima determinazione e senza ulteriori rinvii, evitando che si rimanga solo allo studio di fattibilità e premendo perché ci sia una effettiva applicazione di tecnologie.
Bisognerà poi puntare l’attenzione sulle aree da bonificare perché – non dimentichiamolo – vige ancora il divieto di pascolo nelle aree incolte per un raggio di 20 chilometri dal polo industriale. E chi ha inquinato dovrà bonificare.
Il 13 Maggio conferenza stampa del comitato Donne per Taranto
Il comitato Donne per Taranto venerdì 13 Maggio 2011 presso l’auditorium del Padiglione Vinci dell’ospedale SS. Annunziata alle h 11, svolgerà la Conferenza Stampa di chiusura petizione per la richiesta delle Mappe epidemiologiche.
Durante il corso della conferenza, in cui ci sarà il collegamento via Skype con il noto oncologo ed epidemiologo Gennaro Valerio dell’IST di Genova che sta seguendo il percorso del Comitato, saranno consegnate le firme raccolte, ai rappresentanti Istituzionali destinatari della petizione. (il Presidente della Regione Vendola, il presidente della provincia Florido, il sindaco di Taranto Stefàno, il Direttore Generale Asl/Ta Colasanto e il Procuratore della Repubblica Sebastio).
Vi invitiamo fin da ora a partecipare numerosi per far sentire alle Istituzioni la pressione di una città che chiede a gran voce l’avvio di una Indagine Epidemiologica indispensabile per definire la correlazione tra malattia e inquinamento così come fatto a Cornigliano (Ge) dallo stesso dott. Gennaro Valerio che ci onoriamo di avere a nostro fianco.
Chi ancora dovesse avere fogli firmati dovrà consegnarli via mail al Comitato, entro la settimana prossima in modo da avere il tempo di fare l’ultimo conteggio.
Manifestazione 2 aprile “Salviamo i Bambini di Taranto”
La situazione ambientale di Taranto è sempre più grave e occorre scendere in piazza uniti e numerosi per dimostrare che c’è una città che vuole un’economia più pulita che non causa inquinamento e distruzione.
Raduno in Piazza Bestat ore 09.30 di sabato 2 aprile 2011 e arrivo in Piazza della Vittoria alle ore 12.30 c.a (percorso concordato: Piazza Bestat, Via Dante, Via Crispi, Via Di Palma, Via D’Aquino, Piazza della Vittoria).
La solidarietà di Marco Boato, dei Verdi, alla manifestazione
ricevo via email e posto:
“Molti auguri da Trento per l’importante
manifestazione di Taranto, le cui finalità
condivido pienamente.
Molti solidali auguri a tutti i partecipanti!”
Marco Boato
Su Carta.org un articolo sulla manifestazione
La Regione Puglia ha approvato la legge anti benzo(a)pirene in contrasto con il Governo
Con il voto all’unanimità del Consiglio Regionale, la Puglia ha approvato la legge contro il decreto “salva-Ilva” del Governo Berlusconi. Il benzo(a)pirene, micidiale cancerogeno genotossico, presente nell’ambiente di Taranto con valori allarmanti, non dovrà superare il limite di un nanogrammo per metro cubo d’aria. Dopo l’intervento della Giunta Regionale, anche il consiglio si è espresso, riportando le lancette dell’orologio a prima dell’agosto del 2010. Con il Decreto legislativo n° 155, nessun limite è posto alle industrie italiane nell’emissione del potente “ipa” (idrocarburo policiclico aromatico). Fino al primo gennaio 2013, le sorgenti inquinanti delle città italiane sopra i 150mila abitanti, potranno emettere nell’aria benzo(a)pirene a piacimento. A Taranto non più. Almeno sulla carta. La Puglia è corsa ai ripari perché la situazione nel capoluogo ionico e nel quartiere Tamburi è insostenibile. La fonte principale è l’area a caldo dell’acciaieria Ilva. Dal 2008 a oggi, le quantità di benzo(a)pirene emesse nell’aria hanno superato puntualmente e di gran lunga il valore limite riportato dalla nuova legge regionale. L’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) ha riscontrato una media annuale che va da 1,3 nanogrammi per metro cubo a 1,82 nanogrammi. La tendenza è peggiorativa e il pericolo per la salute dei cittadini di Taranto sempre più grave.
Su questa vicenda, “RadioPopolare Salento/PopolareNetwork” ha realizzato una serie di trasmissioni speciali, alcune delle quali possono essere ancora ascoltate dal sito www.radiopopolaresalento.it
“Si tratta di un importante segnale politico, in controtendenza rispetto a quanto avvenne in occasione dell’approvazione della legge antidiossina che vide l’opposizione astenersi in consiglio regionale“. E’ questo il commento di Legambiente in occasione della votazione all’unanimità della legge regionale sulle emissioni di benzo(a)pirene in atmosfera, in una nota congiunta a firma di Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale dell’associazione, Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, e Lunetta Franco, presidente del circolo di Taranto.
“Si tratta di una legge che ancora non definisce nel dettaglio i tempi entro cui far rientrare le concentrazioni di questo pericoloso cancerogeno entro il limite di un nanogrammo per metro cubo, ma ci auguriamo che la condivisione tra maggioranza e opposizione in Consiglio regionale possa essere replicata anche a livello nazionale in Parlamento, per obbligare il ministero dell’Ambiente a rivedere l’impianto del decreto legislativo 155 del 2010 nelle sue parti più pericolose che di fatto aiutano l’Ilva a ritardare gli interventi sui suoi impianti, esautorando la Regione dei suoi poteri”.
Autorizzare l’Ilva di Taranto? Non in questo modo!
Il Ministero dell’Ambiente ha avviato l’iter per il conferimento dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) all’Ilva di Taranto.
Il 22 febbraio 2011 si è tenuta a Roma la relativa conferenza dei servizi. Nonostante la contrarietà dell’azienda, alla riunione hanno partecipato anche le associazioni AIL, Impatto Zero, Legambiente, Libera, PeaceLink, Vigiliamo contro la discarica, Wwf e il coordinamento Altamarea, a rappresentare la cittadinanza preoccupata per gli aspetti ambientali e sanitari.
In particolare, gli attivisti Leo Corvace, Biagio De Marzo, Michele Lazzaro e Alessandro Marescotti hanno evidenziato complessivamente che il parere espresso dalla Commissione non quantifica i benefici ambientali. I dati presenti nel Parere Istruttorio Conclusivo, evidenziano anzi preoccupanti scenari di peggioramento delle emissioni. Infatti la produzione di acciaio passerebbe da 9 a un quantitativo virtuale di 15 milioni di tonnellate, con un incremento consequenziale dell’inquinamento.
Dagli atti – e da quanto osservato dalla Commissione – si evince tra l’altro che nella cokeria le polveri passerebbero dalle 822 tonnellate/anno del 2005 a 1267 tonnellate/anno dopo l’eventuale rilascio dell’AIA.
Peggiora anche il quadro di emissioni del biossido di azoto (NO2), un gas estremamente tossico e irritante. Nella cokeria (dati 2005) venivano emesse 2222 tonnellate/anno, mentre all’indomani dell’ottenimento dell’AIA ne verrebbero emesse 4946 tonnellate/anno (nel caso di un previsto incremento produttivo).
Su www.tarantosociale.org è inserita una parte della documentazione presentata, comprese le diapositive proiettate nella conferenza dei servizi.
Nella lettera di presentazione della copiosa documentazione delle associazioni (22 relazioni) si legge:
“E’ indubbio il collegamento con l’inquinamento di origine industriale e ll’AIA è lo strumento più efficace per incidere sul serio e alla radice, a condizione che vengano rispettati i suoi stessi principi ispiratori. Il Parere 2010 della Commissione AIA ignora tutto questo. Il Gestore nella documentazione ha dichiarato che nel 2005 c’è stata l’emissione di 1,1 tonn/anno di IPA (idrocarburi policiclici aromatici), mentre nello stesso anno al Ministero per l’INES dichiara 22,5 tonn/anno. La Commissione si stupisce ma non chiede spiegazioni. A Taranto a occhio nudo si vede la cappa di polvere e fumo che sovrasta la città. E’ sufficiente osservare una foto satellitare del distretto industriale per avere contezza del danno ambientale prodotto al territorio”.
In conclusione le associazioni ritengono palesemente inadeguato il parere della Commissione AIA e hanno invitato il Ministero dell’Ambiente a dettare rigide e chiare prescrizioni che riducano drasticamente le quantità annue emesse di inquinanti, ricorrendo anche alle migliori tecnologie in assoluto.
Vuoi respirare un cancerogeno a pieni polmoni fino al 2013?
O vuoi fare qualcosa?
Nell’agosto scorso con una decisione irresponsabile, la commissione parlamentare ha approvato un decreto legislativo (155/2010) che fa slittare al gennaio 2013 l’applicazione dei limiti di 1 nanogrammo per metro cubo d’aria di emissione del potente cancerogeno benzo(a)pirene facente parte degli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici).
A Taranto i limiti di legge per l’emissione della sostanza genotossica, sono stati sforati per tutto il 2009 e il 2010. L’area a caldo dell’acciaieria Ilva è l’indiziata principale per queste pericolosissimi e allarmanti emissioni.
Dopo l’audizione nella Commissione ambiente della , l’associazione Peacelink sarà nuovamente in Parlamento per un’audizione nella Commissione Bicamerale Infanzia, e lancia questo appello:
La maggioranza di governo vuole approvare una risoluzione che impegna il governo “a valutare se modificare” il decreto 155/2010 e non “a modificarlo”.
Martedì 1 febbraio si vota e si decide quale risoluzione passa: contatta i parlamentari di maggioranza della Commissione Ambiente cliccando su
Questo il testo da scrivere nel messaggio:
“Le chiedo martedì prossimo di votare a favore della risoluzione Zamparutti-Bratti per ripristinare subito l’obiettivo di qualità di 1 ng/mc per un cancerogeno pericoloso come il benzo(a)pirene”.
Altre info su www.peacelink.it
Mercoledì 2 febbraio presso l’Archivio Disarmo (ore 15-18) in Piazza
Cavour 17 a ROMA PeaceLink organizza un incontro per coordinare la
campagna benzo(a)pirene
Sono invitati tutti gli interessati, anche provenienti da varie città d’Italia.
L’obiettivo è quello di creare un RETE di città contro il benzo(a)pirene.
Per contatti:
Campagna benzo(a)pirene no grazie
cell. 3290980335
stopcancerogeni@gmail.com
Ilva/diossina: a che punto è la situazione presidente Vendola?
Leggo questo comunicato stampa sul sito di Peacelink. Lo scrive Alessandro Marescotti il 6 gennaio scorso.
L’Ilva non mantiene gli impegni.
Non ha presentato il piano di campionamento continuo per la diossina.
I cittadini e le istituzioni non sapranno mai quanta diossina emette la notte e quando l’Arpa non può controllare.
E’ dal febbraio dello scorso anno che l’Arpa non fa un controllo sul camino E312 dell’Ilva.
Quindi non abbiamo alcuna misurazione indipendente che certifichi che l’Ilva stia sotto i limiti previsti per la diossina dalla legge regionale.
6 gennaio 2011 – Alessandro Marescotti (Presidente di Peacelink)
Se la “questione Ilva” in questi ultimi anni è entrata nell’agenda politica (almeno regionale) ed è riuscita ad ottenere spazi (limitati) sui mezzi di informazione lo si deve particolarmente a lui, Alessandro Marescotti, e a quanti in Peacelink e nelle altre associazioni aderenti al coordinamento AltaMarea si battono quotidianamente perché a Taranto, in Puglia, sia garantito il diritto alla salute, ad un ambiente pulito.
Controllo l’email stamattina, un amico mi ha girato l’inchiesta pubblicata oggi, 11 gennaio 2011, da .it. Mi colpisce la frase “l’emergenza diossina è finalmente sotto controllo”. Nel corpo del testo il presidente dell’Arpa, Giorgio Assennato chiarisce: “il risultato è stato raggiunto e oggi i limiti fissati dalla Regione Puglia sulla diossina vengono rispettati”.
Incredula, (“come? un fatto così clamoroso e non ne ho saputo niente? Mi sto proprio atrofizzando…”, penso) sono andata a visitare il sito di Peacelink e ho trovato, appunto, quel comunicato.
A questo punto non ci capisco più molto. Mi chiedo a che gioco stiamo giocando?
Ricordo a me stessa che la legge regionale pugliese antidiossina (44/2008), prevede (e me la vado a rileggere)
1. entro il 31 dicembre 2010, appena trascorso, l’abbattimento delle emissioni di diossina fino al valore di 0,4 nanogrammi a metro cubo di tossicità equivalente (art. 2 Valori limite di emissione nell’atmosfera).
Se è vero, come dice Peacelink, che l’Arpa non effettua controlli dal febbraio 2010 (da un anno!) su quali basi si può affermare che il limite è rispettato?
La legge regionale prevede inoltre
2. il diritto/dovere da parte delle istituzioni di effettuare un monitoraggio in continuo, 24 ore su 24, dei fumi e degli inquinanti emessi dall’acciaieria. Testualmente: Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore delle presenti disposizioni, i gestori di impianti di cui all’articolo 1, già esistenti e in esercizio, devono elaborare un piano per il campionamento in continuo dei gas di scarico e presentarlo all’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (ARPA Puglia) per la relativa validazione e definizione di idonea tempistica per l’adozione dello stesso.
La legge è del dicembre 2008, a oltre due anni dall’entrata in vigore l’Ilva non ha ancora presentato il piano per il campionamento in continuo e quindi l’Arpa non ha potuto effettuare alcun controllo h24.
“Prima di effettuare un monitoraggio – dice nel documentario “La Svolta. Donne contro l’Ilva”, Luigi Oliva del Comitato per Taranto – l’Arpa deve avvisare l’azienda. E’ come l’autovelox preannunciato. Se io so in quale punto dell’autostrada c’è l’autovelox, in qualche modo cercherò di rallentare”.
Cerco ancora sul sito di Peacelink e trovo un articolo pubblicato appena sei giorni fa, il 5 gennaio 2011, sul Corriere del Giorno di Taranto. Proprio Giorgio Assennato, presidente dell’Arpa Puglia, ribadiva “resta irrisolto il nodo relativo al campionamento in continuo delle emissioni del camino E312”.
Allora? La diossina è stata abbattuta entro i limiti previsti dalla normativa oppure no?
Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, che tanto tenacemente ha voluto e ottenuto la legge antidiossina, ai microfoni della trasmissione di Italia1, “Le Iene”, il 28 ottobre scorso, diceva chiaramente: “Se entro il 31 dicembre 2010 non avranno certificato che con il campionamento in continuo le emissioni di diossine siano allo 0,04 ng/m3, l’Ilva chiude. La norma è chiara”.
A che punto è oggi la situazione presidente Vendola?
AltaMarea ancora in piazza a Taranto Domenica 5 Dicembre per la raccolta firme a sostegno della risoluzione parlamentare contro il famigerato decreto 155, che sostituendo la legge precedente consentirebbe alla grande industria di continuare ad avvelenare indisturbata attraverso le emissioni di Benzoapirene, uno dei più pericolosi cancerogeni esistenti e che ha conseguenze devastanti sopratutto sui bambini. Appuntamento in Piazza Maria Immacolata dalle 10.00 in poi.
I Verdi lanciano una class action contro l’Ilva di Taranto
Il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli stamattina, venerdì 3 dicembre 2010, è a Taranto per presentare, insieme con i responsabili del coordinamento delle associazioni ambientaliste di Taranto, quella che viene definita come «la più grande class action» (risarcimento collettivo) italiana con cui si chiederà all’Ilva il risarcimento danni per inquinamento. «Un inquinamento, quello di Taranto – osservano i Verdi in una nota – che ha fatto e continua a fare una strage di vite».
leggi l’articolo sul sito dell’agenzia Reuters
Comitato Donne per Taranto
Sull’esempio delle “donne di Cornigliano”, sta nascendo a Taranto il comitato “DONNE per TARANTO“.
Le mamme, le donne di Taranto si UNISCONO…
Se sei una DONNA, una MAMMA che ha a cuore la salute, il futuro di Tuo figlio, della Tua Terra, del Tuo Mare…. ISCRIVITI al gruppo DONNE PER TARANTO e fa in modo che sempre più DONNE s’impegnino per Taranto.
Se sei un uomo che crede nella FORZA delle DONNE invita a iscriversi tutte le donne dei tuoi contatti…
E ricordate sempre: INSIEME SI PUO’!
Audizione di PeaceLink alla dei Deputati
Mercoledì 17 novembre 2010
Ore 9.30 Audizione presso aula Commissione Ambiente della Camera
Ore 16 Conferenza stampa presso sala Stampa Montecitorio
La Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha convocato PeaceLink in merito al Decreto Legislativo 155/2010 che fissa nuove norme per il benzo(a)pirene. PeaceLink ha infatti lanciato una campagna nazionale, denunciando come questo decreto legislativo consenta di inquinare fino al 31 dicembre 2012 senza che vi sia un valore massimo questa sostanza molto pericolosa. (Leggi sotto la cronistoria della vicenda: ‘LA SCOPERTA/DENUNCIA DI PEACELINK’).
Infatti il benzo(a)pirene è cancerogeno di classe 1 sulla base della catalogazione IARC (Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro), quindi della massima pericolosità. E’ emesso dalle industrie e dal traffico. Può modificare il DNA trasmesso dai genitori ai figli (è genotossico) e passa dalla madre al figlio tramite il latte materno (come la diossina).
L’audizione si terrà alle ore 9.30 di mercoledì 17 novembre presso l’aula della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. Alle ore 16 sarà poi convocata una conferenza stampa nella sala stampa della Camera dei Deputati, a cui parteciperà anche la dott.ssa Annamaria Moschetti in rappresentanza delle associazioni dei pediatri che hanno firmato un appello ai parlamentari per ripristinare le norme precedenti al decreto legislativo 155/2010. Sarà presnete inoltre il dott. Gianluigi De Gennaro in rappresentanza della IAS (Italian Aerosol Society) che raggruppa scienziati ed esperti nel campo degli inquinanti dell’aria, in quali hanno lanciato un preoccupato appello alla comunità scientifica e ai parlamentari esprimendo una valutazione negativa sul nuovo decreto legislativo che sposta al 31 dicembre 2012 il “tetto” di in nanogrammo a metro cubo per il benzo(a)pirene. Anche l’ISDE (medici per l’ambiente) ha aderito a livello nazionale a questa campagna. Va annotato che Legambiente e CGIL dal canto loro hanno ugualmente evidenziato i rischi di questa nuova normativa che lascia “briglia sciolta” al benzo(a)pirene.
PeaceLink porterà alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati anche la voce di Altamarea, il coordinamento per la salute e l’ambiente che a Taranto per primo ha lanciato il grido di allarme individuando e denunciando pubblicamente le “trappole” contenute nel decreto legislativo 155/2010.
Si è quindi creato un vasto movimento di opinione che cresce e che non si fermerà fino a quando non verrà modificata la nuova normativa.
PeaceLink consegnerà ai parlamentari un dossier sul benzo(a)pirene (che si può scaricare da ww.peacelink.it) e raccoglierà l’adesione di tutti i parlamentari, i movimenti e le associazioni che si vogliano coordinare in un’unica campagna, strutturata “a rete” in tutta Italia, che ha lo scopo di fissare un tetto massimo a questo cancerogeno già da subito. Il “tetto” al benzo(a)pirene era in vigore dal 1° gennaio 1999 per le città con più di 150 mila abitati. Siamo quindi in presenza di una legge pericolosa che va modificata con urgenza dal Parlamento prima che altre persone si ammalino di tumore.
Questo è il senso della nostra audizione e della nostra iniziativa a tutela della salute delle persone, una necessità assoluta che viene prima di ogni cosa, anche dei profitti delle industrie.
Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
Liberiamo l’aria dal benzoapirene!
Il governo italiano ha modificato in modo subdolo la normativa su questo inquinante killer per l’uomo. Firma ora la petizione online promossa da Legambiente.
Per saperne di più continua a leggere…
LA SCOPERTA/DENUNCIA DI PEACELINK
Il 13 agosto scorso, mentre tutti noi eravamo al mare a goderci le meritate vacanze, che ti combina il Governo, il Ministero dell’Ambiente?
Emana un decreto, ormai dagli ambientalisti battezzato “decreto salva Ilva” che fa slittare al 2013 il rispetto del limite massimo previsto per l’emissione nell’aria di un inquinante pericoloso e cancerogeno, il benzoapirene, capace di modificare anche il patrimonio genetico e provocare danni all’organismo di generazione in generazione.
Quello che è peggio, stando alle dichiarazioni del senatore Roberto Della Seta, è che il tutto sarebbe frutto di un blitz orchestrato ad arte per salvaguarda gli interessi della grande industria. A farne le spese, come sempre, i cittadini. Non solo di Taranto. La normativa interessa tutte le città italiane con popolazione superiore ai 150mila abitanti.
Il decreto doveva avere l’obiettivo di darci un’aria più pulita. Veniva emanato infatti per recepire la direttiva europea 2008/50/CE per la “qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa”. Di fatto invece “il governo si riuniva per garantire chi inquina” denuncia Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, che ha scoperto le carte e ricostruito la vicenda.
Leggi qui l’articolo: Peacelink: Il governo “asfissia” milioni di italiani con un decreto legislativo per “un’aria più pulita”
Fino al colpo di scena: le dichiarazioni di Della Seta che a sua volta, sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 26 settembre scorso, denuncia il blitz. «Nel testo del decreto legislativo di recepimento della direttiva europea sull’aria pulita sottoposto al parere delle commissioni Ambiente di Camera e Senato – afferma il parlamentare -, non c’era nessuna proroga dell’entrata in vigore dei limiti alla concentrazione di benzoapirene. La proroga è stata aggiunta dal Governo dopo il passaggio parlamentare con l’evidente intenzione di far passare di nascosto lo spostamento del termine. Questo – aggiunge Della Seta – può essere verificato da chiunque scaricando dal sito Internet del Senato l’atto del governo n° 224 sottoposto a parere».
La dichiarazione è accompagnata dall’ulteriore commento di Della Seta: «E’ evidente che in questo caso il ministro Prestigiacomo e la sua maggioranza hanno inteso portare in dono all’Ilva di Taranto la proroga, senza preoccuparsi della salute di una città che paga da decenni prezzi pesantissimi all’arroganza dell’Ilva».
Leggi l’articolo de LaGazzettaDelMezzogiorno in pdf
Ascolta l’ultimo brano dei Pacefatta, gruppo hip hop di Taranto, sullo scempio dell’Ilva. L’urlo di una città che chiede Aiuto
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Ilva e diossina. Tutti sapevano nessuno si è mosso. Gli europarlamentari, anche quelli italiani, già dal 2001 conoscevano il pericolo. Gliene dava conto la Commissione europea nel promemoria “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati”.
Ilva e diossina, tutti sapevano nessuno si è mosso
In Italia sono circa 200 le grandi industrie ancora in attesa dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale), che godono quindi di una sorta di licenza di fatto a produrre in disprezzo dell’ambiente e della sicurezza sul lavoro: raffinerie come Eni e Api, centrali termiche come Enel Produzione, Edison e Eni Power, acciaierie come l’Ilva. L’Italia ha già subito per questo una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea. Lo strano caso delle autorizzazioni all’Ilva
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Il punto di vista è femminile, che significa un valore aggiunto nel segno della vita..
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