Intervista a Valentina D’Amico sullo storico periodico “Noi donne”

Intervista a Valentina D’Amico, una regista “contro”
‘La Svolta. Donne contro l’Ilva’ è il documentario di Valentina D’Amico che inizia anche dall’ascolto. Il perché di un documentario che dà voce alle donne

noidonne.org,
08 Giugno 2013
di Maria Alessandra Soleti

L’indignazione. Senza esitazioni, con questo stato d’animo Valentina D’Amico ha deciso di occuparsi dell’Ilva e di Taranto, una zona “violentata” dall’industrializzazione nella sua terra d’origine. Giornalista di professione, ora vive e lavora a Roma dove ha collaborato con Il Fatto Quotidiano e Il Sole 24 Ore. La giovane freelance salentina ha realizzato altri video-inchiesta (“Morire di Banca”; un video sulla extraordinaty rendition; un documentario storico con interviste ai reduci del secondo conflitto mondiale), ma come regista del documentario La Svolta. Donne contro l’Ilva si è mostrata disponibile a parlarne con “noi donne”, perché crede che l’informazione sia il primo passo per formare una coscienza critica in grado di smuovere il complice cinismo istituzionale e imprenditoriale.

Una militanza di genere: le donne sono in prima linea nelle associazioni e nelle manifestazioni, dove spesso ha colpito l’assenza degli stessi operai. Secondo te la voce dell’indignazione e della resistenza alla rassegnazione è prima di tutto femminile? Perché la presa di parola parte da loro?
Gli operai subiscono il ricatto occupazionale. L’azienda minaccia licenziamenti, le istituzioni sono conniventi nella minaccia. A Genova più di 10 anni fa è stato chiuso il reparto a caldo dell’Ilva (anche lì la proprietà è di Emilio Riva) e nessuno degli operai è stato mandato a casa. Dopo un primo periodo di cassa integrazione hanno seguito dei corsi di aggiornamento professionale e sono stati tutti reimpiegati nelle successive opere di bonifica.
A Taranto da 3-4 anni si è costituito il comitato Donne per Taranto su emulazione del comitato Donne per Cornigliano (il quartiere di Genova situato a ridosso dell’acciaieria come il Tamburi a Taranto) che a suo tempo contribuì tenacemente a diffondere la cultura del lavoro sicuro, dell’ambientalizzazione, della salute e della vita innanzitutto. Quelle donne a Genova riuscirono a portare dalla propria parte i partiti della sinistra, i sindacati.
A Taranto la strada è lunga, lunga perché i partiti, i sindacati sono complici del disastro socioeconomico e sanitario.
Perché le donne? Perché subiscono due volte di più. Perdono figli e mariti in fabbrica, si ammalano a loro volta.

Quale muro impedisce la distribuzione e la maggiore visibilità del filmato, in particolare sul piccolo schermo? Una scelta obbligata o voluta?
Mah… non mi preoccupo granché del minore o maggiore spazio sul piccolo schermo, fortunatamente la televisione non è il solo canale d’informazione, saremmo veramente messi male. Il documentario gira l’Italia nelle serate organizzate dalle associazioni, da alcune sezioni locali di partiti come Rc e anche del Pd, dai Comuni, dalle università, le scuole, i cinema. Ha girato in vari festival del cinema ottenendo premi, menzioni speciali.

La Svolta arriva fino al 2010, prima delle sentenze e degli scandali che poi si sono susseguiti, a cui si continua a assistere implacabilmente. Non solo Riva, ma tutto il sistema creato intorno all’Ilva mostra il marcio delle fondamenta. Gli ultimi avvenimenti ti inducono a voler continuare il racconto?
No, non ho intenzione di proseguire nel racconto. Non è più il momento del racconto, della denuncia. Tutto quello che doveva esser detto, da me, da noi, dalle associazioni ambientaliste è stato detto. Tutto quello che doveva essere denunciato è stato denunciato. È arrivato il momento d’intervenire seriamente a difesa della salute e della vita.

Hai detto che l’indignazione ti ha indotto a voler realizzare questo documentario, quali sentimenti suscitano in te le ultime vicende? Lo sconforto ha preso il sopravvento oppure è cresciuta la rabbia che alimenta un possibile cambiamento?
Sconforto mai. Lo sconforto è di chi si arrende. Rabbia certamente contro chi (le istituzioni a tutti i livelli, comune, provincia, regione, governo) si rende complice di un’azienda che opera in spregio di ogni norma di legge a tutela della salute, dell’ambiente. Complice di un modello di sviluppo che antepone il profitto alla stessa vita umana.

Altri interrogativi si affollano nella mente, soprattutto alla luce delle ultime vicende. Difficile contenere lo sconcerto. Ancor più arduo non perdere l’orientamento in questo labirinto di interessi, dove non sembra esserci una via d’uscita e dove le notizie si susseguono a ritmo incalzante. Rimbalzano parole come “risanamento”, “commissariamento”, e già si parla di “rivoluzione mancata”, non resta che assistere con empatia agli eventi, ascoltare con lucidità i protagonisti (in primis chi respira quei fumi), distinguere il flusso di informazioni, perché non vada perduta la consapevolezza di quello che sta accadendo dentro e fuori le mura della più grande acciaieria d’Europa. Una conoscenza preludio di una partecipazione attiva, ecco il senso della svolta.

Questa intervista è stata preceduta da una presentazione del documentario, vedi articolo di Maria Alessandra Soleti alla pagina: noidonne.org

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