Perché il documentario

L’indignazione.
Ecco cosa mi ha spinto ad occuparmi di Taranto, dell’Ilva.
Da qualunque direzione ci si avvicini, ci si imbatte in una città violentata. Imponenti strutture industriali sbuffano fumi di tutti i colori che soffocano quartieri, bruciano palazzi, raschiano polmoni. Taranto non è solo l’Ilva certo. È anche Eni, Cementir, Sidercomit… In nome dello sviluppo si è annientata una città, il suo ambiente, i suoi abitanti, la loro salute.
Perché allora prendersela solo con l’Ilva?
Perché per anni l’Ilva è stata, ed è tutt’ora, Taranto. Grazie all’Ilva un terzo della popolazione adulta ha trovato lavoro e la metà delle famiglie ha potuto così campare anche nei periodi di crisi più nera. Grazie all’Ilva, alle elargizioni in danaro del gruppo Riva, la città gode di qualche opera pubblica in più. Ma l’Ilva è anche il condensato del cinismo imprenditoriale, della negatività di un sistema che antepone i profitti alla stessa vita umana. L’Ilva vanta il primato delle morti sul lavoro in Italia (43 dal 1995 ad oggi) e il primato italiano di inquinamento da diossina (il 92% del totale, l’8% in Europa). I morti per tumore a Taranto aumentano vertiginosamente.
Miopi, operai e famiglie per necessità, politici e amministratori di turno per opportunità, si risvegliano oggi in una città di morti che camminano e che piangono i morti ammazzati nello stabilimento. Il patron dell’Ilva, Emilio Riva da sempre dichiara: “Le morti sul lavoro sono fisiologiche”.
Se oggi tutti conoscono la tragedia dei sette operai arsi vivi nell’officina della ThyssenKrupp a Torino, troppo pochi conoscono la vicenda dei 180 operai morti (tanti dalla prima apertura dei cancelli nel 1961) e della devastazione ambientale provocati dal terzo stabilimento siderurgico del mondo. Perché? Perché siamo al Sud e al Sud tutto è lecito? Nel 2005 un analogo stabilimento di produzione dell’acciaio è stato fatto chiudere a Genova. E Taranto?
A Taranto la maggioranza della popolazione non vuole la chiusura dello stabilimento. E’ comprensibile. Si vuole, però, parafrasando il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che “La fabbrica – la grande fabbrica” che “sembra essersi rovesciata contro le attese e le speranze di una intera comunità” torni o cominci finalmente ad “essere il suo polmone produttivo, simbolo e vita della città”.
Ecco, per questo vorrei dare il mio contributo.

Valentina D’Amico

1 commento

  1. L’ alternativa alla chiusura di ILVA, ENI e compagnia bella c’è. E’ nella testa e nel cuore di chi vuole vivere, di chi immagina un futuro, perché queste industrie pesanti di futuro non ne hanno. Per secoli Taranto ha vissuto di altro, questo scempio perdura da qualche decennio, ma è solo una parentesi. Le famiglie che oggi sopravvivono in malo modo con queste industrie sapranno costruire nuove imprese sostenibili, sapranno riprendersi in mano il territorio, sapranno riportare Taranto alla sua secolare magnificenza. La cultura della morte, di cui Riva è il campione, sarà sconfitta dalla storia, dalla gente perché è la gente che fa la storia.Ci vorranno sacrifici durissimi, lacrime e sangue, tempi difficili ma tutto questo è niente rispetto alla morte che ci sta mangiando tutti in Salento.


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