A Taranto vietato respirare. Donne contro l’Ilva

di Silvana Silvestri su Il Manifesto del 9 settembre 2010
Gli stabilimenti dell’Ilva si prestano bene alle riprese, con quei fumi di tutti i colori che salgono dalle ciminiere: inoltre c’è dramma e intrigo, processi, malattie, morti e desolazione per Taranto. Ma non è finzione. Il documentario di Valentina D’Amico presentato nel corso degli incontri alle Giornate degli autori, La Svolta. Donne contro l’Ilva, realizzato con l’appoggio di Filmare di Foggia e la Film Commission Apulia, rappresenta un atto d’accusa e di ribellione nei confronti di un disastro ecoambientale di gigantesche proporzioni raccontato di una giornalista che ha raccolto testimonianze di donne mobilitate nella lotta contro un’azienda che non si è voluta tenere sotto controllo. Ma infine il presidente Vendola con una legge regionale ha imposto il limite europeo di emissione di diossina (in Italia molto più alto) e indica il limite mettersi in regola la data del 31 dicembre 2010.
La morte di un figlio, di un marito, la paralisi improvvisa, il confino in un reparto riconosciuto dai giudici come lager: sono queste le storie che racconta il documentario con la partecipazione di chi è riuscito a entrare in confidenza con le combattive protagoniste che lanciano un’accusa diretta contro chi è responsabile della situazione.
Il lavoro nasce dall’esperienza di cronista per Radio popolare Salento: «Per lavoro andavo spesso a Taranto, dice Valentina D’Amico, conoscevo l’Ilva che ha il primato delle morti e dell’inquinamento, e inoltre sono aumentate le malattie mentali e c’è stato un incremento del 5% tra i casi di autismo che solo da poco si collega all’inquinamento. Poi ho conosciuto alcune donne, una mobizzata, con il rischio di finire nella palazzina Laf, un lager, dove finivano gli operai che si ribellavano, poi licenziata e con un processo ancora in corso e altre donne con marito e figlio morti sul lavoro che hanno dato vita ad associazioni ambientaliste e di sostegno alle famiglie delle vittime. Vedendo il loro coraggio ho deciso di fare il documentario».
La storia inizia nel 1961 quando l’Ilva si chiamava Italsider ed era il maggior centro siderurgico italiano grande due volte Taranto, con 21 mila dipendenti, poi crollati a 12 mila negli anni ’80. Il governo decide per la privatizzazione e l’imprenditore bresciano Emilio Riva diventa il maggior produttore dell’acciaio in Italia. A quel punto l’Ilva è diventata una cattedrale nel deserto, e ha raggiunto il primato dei morti sul lavoro, fabbrica a rischio da sempre. Responsabile non è stato mai riconosciuto l’imprenditore, ma altri operai, gli addetti al controllo. L’attuale calo di incidenti è dovuto al crollo del lavoro (con 5 mila cassintegrati) e al regalo di 100 euro da spendere all’Ipercoop concesso alle squadre che non subiscono incidenti (e che spesso non li denunciano per non rinunciare al misero obolo). Dei morti di tumore al 31% causati da inquinanti, Riva afferma davanti alle telecamere, «ve lo siete inventato», così come sostiene essere «fisiologico» il numero di morti su un’enorme quantità di operai. Condannato due volte per tentata violenza privata per il caso della palazzina Laf e per omissioni contro gli infortuni e violazione di norme contro l’inquinamento, dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia queste donne.

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