La recensione di Massimo Causo, critico cinematografico

Il rimpallo tra la finzione di film come “Il miracolo” o “Marpiccolo” e la realtà di un documentario come “La svolta – Donne contro l’Ilva” di Valentina D’Amico si gioca sull’identità di una città che si riconosce fatalmente nel simbolo mortale delle sue ciminiere. Una vera e propria maledizione, imprinting di una rifondazione d’epoca industriale magnificata come soluzione per risolvere lo sviluppo di questo Mezzogiorno, simbolo di lavoro e dunque prosperità, come declamavano i documentari promozionali d’epoca (ne vediamo uno stralcio magnifico/agghiacciante nel documentario della D’Amico), ribaltato nel simbolo di una morte ormai non solo annunciata ma certa.
Di ciminiere coi loro fumi minacciosamente bianchi, nel lavoro di Valentina D’Amico, ce n’è tante, così come di vedute notturne sulle luci del siderurgico: ne conosciamo bene il fascino malizioso e ambiguo, fanno ormai parte del nostro immaginario identitario, purtroppo.
Quello che colpisce nella “Svolta” è però che Valentina D’Amico sembra davvero immune da questo fascino perverso: mostra lo scenario ma evita il paesaggio, perché al centro del suo lavoro preferisce porre con molta concretezza le figure dignitose e dirette di chi alle vittime dell’Ilva è sopravvissuto: madri, mogli, donne che con coraggio affrontano il senso doloroso del ricordo.
Il punto di vista è femminile, il che significa un valore aggiunto nel segno della vita, anche se i loro racconti sono di morte, disgrazia, sopraffazione. Francesca e Patrizia nel siderurgico hanno perso i mariti, Vita invece il figlio; Margherita è stata mobbizzata e licenziata, mentre Anna è finita su una sedia a rotelle per un male che si ipotizza legato alla diossina; Caterina invece cresce un figlio autistico sempre per cause probabilmente legate all’inquinamento. Valentina D’Amico le ascolta, ne segue i ricordi, ne mostra l’intimo dolore ma anche l’orgoglio della reazione che si fa impegno per cambiare le cose, per determinare una “svolta”, appunto.
E poi ci sono le storie di operai che hanno vissuto la drammatica esperienza della Palazzina LAF, sulle cui parole la giornalista e regista costruisce la piccola coreografia di maschere bianche che vagano come anime in pena sulle macerie della dignità del loro lavoro, mentre il testo dell’autrice e di Vittorio Amodio (che presta anche la sua voce alla narrazione di dati ed eventi) offre il filo di una ricostruzione della realtà cittadina vista nell’ottica dell’Ilva: inquinamento e morte, rapporto di scambio tra antiche promesse di prosperità e un presente di sopravvivenza che si traduce in morte…
Non è solo questione di dati e di denuncia, però, in questo documentario, ché i sentimenti hanno il loro posto, di certo non secondario: i ricordi parlano di vita vissuta, momenti drammatici, dolore della perdita, e il controcanto è offerto sui titoli di coda dal brano inedito di Stefano Giaccone “La tua storia”, cui si affianca la colonna sonora del gruppo Yo Yo Mundi e di Angelo Lo Sasso. E poi c’è il racconto “La svolta” (in cui si rispecchia anche il titolo del film) di Francesca Coliolo, una delle protagoniste del film, scritto dopo la morte del marito Antonino Mingolla.
Il quadro insomma è pieno e c’è di cui discutere, indignarsi, ricordare, soffrire e capire: elementi fondamentali per ogni buon documentario. Produce la Filmare di Foggia, con il contributo della Apulia Film Commission.

Massimo Causo
critico cinematografico

(Pubblicato sul Corriere del Giorno di Taranto, il 29 maggio 2010)

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