La Svolta del silenzio interrotto


di Michele Fumagallo su IlManifesto_25nov2010

Bisognerebbe far fare un corso di cinema (o altra arte) indipendente al ministro Bondi e alla misera classe dirigente che ci ritroviamo. Così forse imparerebbero cosa è la libertà, cos’è la produzione vera, fatta di passione e impegno, oltre che sudore. Imparerebbero forse qual è la strada vera del nuovo sviluppo delle arti. In questo caso parliamo del film documentario di Valentina D’Amico, «La svolta. Donne contro l’Ilva», già presentato allo scorso festival di Venezia e adesso in giro per altri festival e manifestazioni di aiuto e supporto alle vere protagoniste del film, le donne che hanno visto morire i loro uomini e ammalarsi di inquinamento un’infinità di persone in una delle città più importanti d’Italia, Taranto, sede dell’Ilva, lo stabilimento di acciaieria più grande del nostro paese. La svolta sta per il silenzio interrotto, la rabbia che prende il mondo subalterno quando si calpestano i diritti fondamentali come quello alla vita e alla salute. Ed è soprattutto la rabbia indomabile delle donne che viene fuori da questo documentario. Con sicurezza e ragionamenti che sono un implacabile atto d’accusa contro i padroni dell’acciaio. Contro “omicidi” derubricati a fisiologia della fabbrica e del lavoro, come racconta padron Riva con una sfrontatezza oppure semplicemente insensibilità di chi ha svenduto la propria umanità al denaro, alle cose. Un film, ritmato dalla colonna sonora degli Yo Yo Mundi, che denuncia sicuramente ma soprattutto commuove. E, sempre frutto dell’indipendenza di questo lavoro, sostenuto soltanto dall’Apulia Film Commission, è la militanza legata ai territori, l’intreccio con i gruppi, le associazioni. Non si contano ormai gli appuntamenti che discutono attorno al film di questa vicenda che, nonostante l’importanza della fabbrica, fatica molto a uscire dai confini regionali, anzi spesso locali. Tratto dal libro «La svolta» di Francesca Caliolo, il film sarà giovedì 26 novembre a Leverano (Lecce), dove le associazioni Mujmuné e Atlantide hanno organizzato la serata (ore 21). Ma sentiamo Valentina D’Amico: «L’Ilva ha il primato delle morti sul lavoro in Italia, e non solo. Negli ultimi 15 anni sono morti 43 operai, tre all’anno. Il problema è che sono morti lente, difficili quindi da far uscire dall’anonimato, a differenza di quanto è accaduto, ad esempio, per i 7 morti della Tyssen Krupp. Tieni presente, poi, che per la prevenzione si fa poco o nulla, ed è facile comprare il silenzio degli operai». A Taranto l’Ilva ha giocato con la vita e la morte delle persone. Con la vita perché, già quando fu annunciato l’investimento e poi quando fu messa la prima pietra dell’acciaieria (1961), ci fu un entusiasmo non da poco: per l’emigrazione che poteva essere bloccata, oltre che per la speranza in una certa autonomia. Con la morte perché la città ha cominciato a veder moltiplicati i suoi morti sul lavoro, oltre a subire un inquinamento pazzesco, causa di nuove e molteplici malattie, tra cui l’autismo, e le malattie mentali, in uno stabilimento che usava la palazzina Laf come un vero e proprio lager per operai ribelli (sono le scene più terribili del documentario). Il film inizia con documentari d’epoca che magnificano le sorti della nascita dell’Italsider (si chiamava così allora) che avrebbe portato progresso e sostituito il passato povero e agricolo della città. Ma subito entriamo nel merito, e parlano le donne. Vita, Anna, Caterina, Francesca, e tutte le altre. Francesca Caliolo, moglie di Antonino Mingolla, morto all’Ilva, la racconta così: «I primi giorni dopo la tragedia è come se tu vivessi sospesa, in attesa che lui rientri da un momento all’altro. E magari ti dice che in fondo quello che è accaduto è tutto un sogno». Invece la città del mare e delle vestigia della Magna Grecia non offre più sogni di questo tipo.

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