La SvoltAttiva

Ambiente Svenduto, Marescotti: “Adesso possiamo comprendere quanto sia stato sbagliato sbarrare la strada alla magistratura con sette decreti, uno peggio dell’altro”

cosmopolismedia.it 5 febbraio 2015

All’indomani della decisione assunta dal Gup Vilma Gilli, di escludere l’Ilva dalla veste di responsabile civile – con conseguente non pagamento dei risarcimenti – Alessandro Marescotti dichiara: “PeaceLink continuerà a battersi come parte civile nel processo ”
“Non tutto è perduto. Ci sarà comunque il processo nei confronti degli imputati e la conseguente richiesta di risarcimento”. E’ questo il commento del presidente di PeaceLink, Alessandro Marescotti, all’indomani della decisione del Gup Vilma Gilli di escludere dalla veste di responsabili civili nel processo Ambiente Svenduto, le aziende Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici. Conseguenza immediata di tale disposizione è il non pagamento – data la situazione di insolvenza dell’Ilva – degli oltre 30 milioni di euro di risarcimento richiesti dalle centinaia di parti civili ammesse nel processo.
“PeaceLink – ha aggiunto – continuerà a battersi come parte civile nel processo. Adesso possiamo comprendere quanto sia stato sbagliato sbarrare la strada alla magistratura con sette decreti, uno peggio dell’altro. Occorreva invece applicare il principio “chi inquina paga” quando l’azienda era ancora vitale. E questo è stato impedito proprio da coloro che oggi scaricano sulla collettività i costi di un immane disastro economico, ambientale e sanitario”.
“E’ stata una follia – sottolinea Marescotti – quella di far produrre Ilva a tutti i costi, fino ad arrivare all’attuale situazione di insolvenza per precede il fallimento. I responsabili politici di quest’epilogo disastroso hanno lucidamente previsto che il disastro economico sarà il contribuente a pagarlo: su ogni italiano sarà scaricato, tramite il fisco – ha chiosato il presidente di PeaceLink – un debito pro capite che ammonta a cinquanta euro a testa, dai neonati agli anziani”.

“L’Ilva non dovrà risarcire Taranto”
il decreto ‘grazia’ le società dei Riva

La Repubblica, 4 febbraio 2015

La decisione del gup nel processo per disastro ambientale e gli effetti del decreto che ha portato all’amministrazione straordinaria. Gli ambientalisti: “Per l’inquinamento, i morti e l’economia pagheranno solo i cittadini”

L’Ilva non dovrà pagare alcun risarcimento a Taranto. Lo ha deciso il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli, nell’udienza preliminare in corso per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, accogliendo le eccezioni sollevate dai legali di Ilva spa, di Riva Fire e di Riva Forni elettrici. La decisione è una conseguenza del decreto salva Ilva approvato il primo gennaio dal Governo: l’azienda è entrata ora in amministrazione straordinaria e le altre due società non erano parti nell’incidente probatorio svolto a suo tempo. Gli avvocati dell’Ilva, a cui si era associato il legale delle altre due società, hanno chiesto l’applicazione delle regole del decreto Marzano con l’eventuale presentazione delle richieste risarcitorie nel calderone dei contenziosi al cospetto del Tribunale fallimentare di Milano.

La circostanza ha sollevato le polemiche degli ambientalisti che hanno attaccato duramente il Governo con il co-portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli. “La città non vedrà alcuna giustizia perché i patrimoni e i conti correnti di quelle società potranno riposare e accrescere mentre la città di Taranto muore nei veleni. Dei terreni contaminati, delle morti per diossina, dell’economia distrutta non pagherà chi ha provocato l’inquinamento ma lo stato ovvero i cittadini. Quella di oggi è una notizia drammatica peggio di una pugnalata per la popolazione ed è uno schiaffo alla democrazia, alla nostra costituzione e al principio chi inquina paga. In Italia chi inquina non solo solo non paga, ma si arricchisce”.

Oltre un migliaio sono state le costituzioni di parte civile presentate al gup per il procedimento che vede 53 tra persone fisiche e giuridiche accusate, a vari livelli di responsabilità, del reato di disastro ambientale. Per tutti i 53, la Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. Il migliaio di parti civili era stato poi “scremato” dal gup a circa 600. Fra quelli la cui costituzione parte civile è stata accettata ci sono i sindacati metalmeccanici, le principali associazioni ambientaliste, il Comune e la Provincia di Taranto e i ministeri della Salute e dell’Ambiente. L’insieme delle richieste risarcitorie è pari a 30 miliardi di euro, di cui 10 miliardi ciascuno per Comune e Provincia di Taranto e altri 10 per i due ministeri. E dai risarcimenti delle parti civili sono state escluse le tre società.

ILVA dichiarata insolvente per circa 3 miliardi di euro

30 gennaio 2015, Alessandro Marescotti, peacelink.it

Il 30 agosto 2014 scrivevamo:
Prima che l’Ilva affondi occorre preparare le scialuppe di salvataggio per i lavoratori. Ma in tanti fanno finta di non vedere che la nave affonda. Vivono sul Titanic, senza alcuna consapevolezza e senza preparare il piano B.

Il 2 settembre scrivevamo: “L’ILVA è in coma farmacologico e viene mantenuta in vita con decreti legge che hanno solo un effetto palliativo”.

Ora il crack è avvenuto: 2.913.282.282 euro è l’indebitamento complessivo dell’ILVA accertato dal Tribunale Fallimentare di Milano.

Fino a ieri i sindacati CGIL, CISL, UIL e il sindaco di Taranto Ippazio Stefano non si erano accorti che i commissari ILVA erano venuti a Taranto a mani vuote e senza alcuna proposta. Sindacati, sindaco e i parlamentari di governo hanno continuato con la politica dello struzzo, nascondendo la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà di una fabbrica che si inabissava fra i debiti. Abbiamo vissuto mesi di promesse non mantenute. Il governo ha solo prodotto inconcludentemente decreti che nascondevano un fallimento imminente. Ora il fallimento esplode fragorosamente.

Giungono informazioni inequivocabili dallo stabilimento tarantino in quanto mancano le materie prime e diversi impianti si stanno fermando. E questo significa un inesorabile aumento delle perdite mensili, oltre i cento miliardi di euro. Un costo assolutamente insostenibile.

PeaceLink – in questo momento di massima gravità – ripropone l’urgenza del piano B per i lavoratori e per la città di Taranto. Occorre trasformare la bomba sociale in una forza positiva che porti a reclamare futuro e lavoro per tutti: la città di deve unire per esigere una svolta e una riconversione.

Ilva, lo hanno dichiarato i giudici di Milano, non riesce a far fronte ai debiti con mezzi normali.

Gli interventi previsti dal Piano Ambientale, approvato con il decreto del presidente del consiglio del 14 marzo 2014, per i giudici di Milano diventano irrealizzabili, e questo nonostante fossero stati ulteriormente diluiti i tempi.

Per l’esattezza il Tribunale di Milano precisa che ILVA «presenta un indebitamento complessivo pari a 2.913.282.282 euro».

Ecco perché dal 2012 non venivano resi pubblici i bilanci ILVA.
E nessun parlamentare aveva avuto il buon senso di fare un’interrogazione per chiedere a quanto ammontasse il “buco”.

Ma erano mesi che PeaceLink calcolava la perdita di esercizio in 90-100 milioni al mese utilizzando i dati della stampa specializzata. E il totale adesso torna: oltre 2 miliardi e 900 milioni di indebitamento complessivo accertato.

Occorre rilanciare il PIANO B che PeaceLink da tempo aveva presentato per i lavoratori e per Taranto.

Ecco il nostro piano B

I soldi che fino ad ora venivano spesi per far continuare in modo FALLIMENTARE la produzione dell’ILVA, vanno da questo momento in poi investiti per ridare lavoro sicuro agli operai dell’ILVA in un vasto piano di bonifiche e di risanamento ambientale. PeaceLink chiede che non venga licenziato un solo lavoratore e che tutti siano reimpiegati in un programma di riqualificazione riconversione sostenuto con fondi europei.

I cittadini diTaranto, vittime di un piano pervicace di annichilimento e di razzismo ambientale, hanno ora diritto ad un risarcimento economico che deve consistere nella messa a disposizione di un piano economico di sviluppo per il reimpiego della forza lavoro in sovrappiù.

Invitiamo i lavoratori e i cittadini a unirsi per rivendicare uno sviluppo in cui lavoro e salute vengano garantiti con fondi europei di riconversione per una nuova economia sostenibile e pulita.

E’ morto Lorenzo, il piccolo malato con un tumore al cervello

Alessandro Marescotti, peacelink.it

“Cari amici volevo avvisarvi che Lorenzino ci ha fatto uno scherzetto… ha voluto diventare un angioletto…”

Ce lo ha comunicato in serata su Facebook in questo modo, Mauro Zaratta, padre di Lorenzo, bimbo di 5 anni malato di tumore al cervello.

A 3 mesi di vita avevano trovato a Lorenzo un tumore alla testa di 5 centimetri. «Era più grande il tumore che la sua testolina», diceva il padre Mauro Zaratta.

Mauro era diventato un “papà coraggio” perché oltre che accompagnare il figlio in lunghi viaggi della speranza, ebbe la forza di salire sul palco nel 2012 e di dire a tutti di fermare l’inquinamento, portando con sé su un cartello l’immagine del figlio.

Mauro era andato a Firenze per non fare respirare più l’aria malata di Taranto e per curare il suo bambino dopo pochi mesi dalla nascita.

“Lorenzo – disse Mauro dal palco – ha un tumore al cervello dalla nascita e ha perso la vista. Io spero che continui a vivere e sono qui perchè condivido la protesta della gente. Voglio però anche dire che i bambini della città devono poter vivere serenamente e in salute: bisogna fermare questo massacro”.

Aveva con sé un cartello con la foto di Lorenze e la scritta: “Mio figlio, 3 anni, cancro. A quanti ancora?!”.

“All’epoca del concepimento e della nascita – raccontò – mia moglie lavorava al rione Tamburi (il più vicino all’Ilva, ndr), anche se nessuno potrà mai dire che ci sia un nesso di causalità tra emissioni inquinanti e malattia”.

Mauro sottolineò che la situazione prodotta dall’inquinamento industriale a Taranto è insostenibile e che anche se il figlio fosse guarito non sarebbe tornato più a vivere nella sua città, dove si trovano tutti i suoi parenti.

Un lavoratore dell’ILVA – a poche settimane dalla manifestazione aziendale organizzata nel 2012 per protestare contro l’ordinanza di sequestro del GIP Patrizia Todisco – gli scrisse su Facebook:

“Sono un operaio Ilva e purtroppo capisco quello che stai passando perché a me è successo a mio fratello e a mio padre. Ti sono vicino e spero anche io che questo massacro finisca, anzi ti dico che sono proprio favorevole alla chiusura. Dai un bacio al piccolo e digli che TARANTO, la parte sana di mente, è con tuo figlio. Ciao, ti auguro il meglio per te e per tuo figlio, vedrai che un giorno tornerai in una TARANTO pulita in tutti i sensi”.
Mauro è stato accanto al suo bambino durante i pesanti cicli di chemioterapia.
Il coraggio di Mauro e Lorenzo – e il dolore di tutta la famiglia – sono stati un esempio per tutti noi.
Hanno ambedue continuato a lottare contro il cancro fino all’ultimo.

Sono stati una risposta dignitosa e forte all’indifferenza di quanti si voltano ancora dall’altra parte per convenienza, ignoranza o, peggio ancora, ignavia.

Firmate la Petizione di PeaceLink riguardante il Disegno di Legge 1345 sui reati ambientali!

Perché stanno riscrivendo il codice penale alla vigilia del processo ILVA e di possibili altri processi simili?

Con questo appello chiediamo che venga fermato il Disegno di Legge!

firma l’appello

Il Disegno di Legge 1345 sui reati ambientali, approvato alla Camera ed in prossima discussione al Senato, è un testo che desta numerose perplessità tra gli esperti di diritto e che può diventare una sanatoria per chi sarà accusato di aver commesso gravi crimini ambientali.

Diversi sono i punti che destano preoccupazione.

1) Il disegno di legge vuole sancire il danno ambientale come “alterazione irreversibile dell’ecosistema”, ma senza definire i concetti di “compromissione” e di “deterioramento” dell’ambiente stesso, lasciando ampi margini di interpretazione a chi dovrà giudicare reati anche gravi, come quelli ipotizzati a Taranto ed in altre realtà.

L’astrazione della definizione ed il lavoro di ricognizione scientifica che il testo chiama in causa fanno pensare che il reato sarebbe ipotizzabile solo dopo anni di studio e di ricerca visto che, per dichiarare “irreversibile” un danno ambientale, si deve aver già provato a ripristinare la situazione antecedente all’inquinamento, attraverso una serie di tentativi di bonifica e di decontaminazione.

2) Il disegno di legge vuole vincolare il reato di disastro ambientale alle violazioni di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative poco severe ed insufficienti a garantire la tutela della salute.

La conseguenza sarebbe quella di subordinare la punibilità di fatti gravi, ed anche di grande portata, alla violazione di norme ambientali di tipo tecnico-amministrativo poco incisive nella lotta contro i crimini ambientali.

Vincolare una condotta lesiva della pubblica incolumità o dell’ambiente alla violazione di una disposizione amministrativa potrebbe voler depotenziare la portata della legge.

3) Il nuovo reato di disastro ambientale si qualifica anche in ragione del numero di persone offese od esposte a pericolo. Per poter quindi accertare il nuovo reato di disastro ambientale si dovrebbero poter produrre dati certi sui numeri di decessi, malattie o offese causate dagli eventi inquinanti in oggetto. La difficoltà di ottenere dei dati aggiornati e scientificamente inattaccabili su questi punti si profila come un problema di non facile risoluzione.

4) Il ravvedimento operoso dell’inquinatore, come posto dalla nuova norma, implica una significativa riduzione della pena attraverso la collaborazione processuale. Chi è reo di delitti ambientali potrebbe avere importanti riduzioni di pena (fino ai due terzi della stessa) per i reati commessi, qualora si dichiari d’accordo ad operare una bonifica dei luoghi. Un semi-condono, quindi, alla sanzione penale.

5) Non condivisibile è la scelta (ART. 118-ter) di dare notizia delle indagini al procuratore nazionale antimafia: il rischio é infatti di sottrarre le competenze riguardanti il processo al giudice naturale.

Una delle conseguenze del Disegno di Legge 1345 potrebbe essere quella di una revisione delle richieste di rinvio a giudizio chieste per il “processo Ilva”, aprendo cosi’ il campo ad una battaglia legale che sfrutterebbe le numerose ambiguità del nuovo testo.

PeaceLink si sta impegnando nella redazione di emendamenti al disegno di legge. Ma il nostro obiettivo resta fermare l’iter dell’esame del Disegno di Legge al Senato.

Firma anche tu la petizione di PeaceLink !

E’ morto Emilio Riva. C’è da stare allegri?

No, se si pensa a quanti operai hanno pagato cara la vita in una fabbrica gestita con metodi ottocenteschi. No, se si pensa a quanti tarantini, pugliesi si ammalano soffrono e muoiono ogni giorno per una fabbrica gestita in spregio alla salute e alla vita umana, in spregio ad ogni norma di buon senso e di legge (eccetto quelle ottenute su misura). No, perché se ne va impunito.

TarantoSera, 30 aprile 2014 E’ morto Emilio Riva, lo storico patron dell’Ilva

Commissione Europea: nuova lettera di messa in mora all’Italia sulla vicenda Ilva/Taranto

Il comunicato stampa di Peacelink che ha portato il caso Ilva all’attenzione dell’Unione europea, 16.04.2014

PeaceLink accoglie con soddisfazione la nuova lettera di messa in mora che la Commissione Europea ha notificato oggi all’Italia sulla vicenda Ilva/Taranto.

La nuova messa in mora costituisce un appliamento molto importante della procedura di infrazione lanciata dalla Commissione Europea il 26 settembre 2013, in quanto ne rafforza il quadro legale aggiungendo importanti richiami a nuove violazioni.

Secondo la Commissione Europea, l’ILVA non sta tuttora rispettando le condizioni previste dalla direttiva IPPC (“Industrial Pollution Prevention and Control”). L’Esecutivo comunitario contesta all’Italia che l’Ilva stia violando anche la Direttiva Seveso sulla prevenzione dei rischi di incidenti industriali rilevanti, e, ancor di più, anche la Direttiva sulle emissioni industriali (2010/75/EU). La nuova lettera di messa in mora riguarda punti fondamentali della questione Ilva quale i rifiuti, il loro stoccaggio, gli scarichi delle acque utilizzate negli impianti, l’inquinamento dei suoli e delle aree vicine allo stabilimento.

Ecco i punti rilevanti contenuti nella lettera di messa in mora e che PeaceLink e’ in grado di diffondere:

– Considerata l’evidenza del fatto che l’ILVA stia ancora causando un importante inquinamento, la Commissione ha reputato che l’Italia violi gli articoli 11 e 12 della Direttiva sulle Emissioni Industriali. Questa decisione mantiene e riconferma la messa in mora di settembre relativamente alla direttiva Ippc, ampliandola con nuovi rilievi riguardanti le condizioni previste dall’autorizzazione a produrre dell’ILVA, la cui produzione sarebbe dovuta essere regolata dall’AIA ma che non è stata attuata e quindi ha causato un “inquinamento significativo” dell’area circostante. Criticità citate dalla Commissione riguardano: il suolo, i rifiuti, il loro utilizzo, le acque di scarico e di raccolta, la protezione del suolo e della falda acquifera, la cessazione di attività.

– La Commissione nota che nell’autorizzazione AIA non vi sono tutti i necessari requisiti né per quanto concerne le discariche interne allo stabilimento, né per la gestione dei rifiuti, dei prodotti di scarto della lavorazione e le acque reflue.

– La Commissione parla di evidenza del fatto che “le condizioni attestate nell’autorizzazione ILVA (AIA) costituiscono un PERICOLO IMMEDIATO PER LA SALUTE UMANA. Le condizioni di produzione dell’ILVA rappresentano una minaccia di immediati effetti avversi anche sull’ambiente ed impongono all’Italia l’obbligo di sospendere le operazioni delle parti rilevanti dello stabilimento” (Direttiva Emissioni industriali, art. 8.2, secondo paragrafo).

La Commissione Europea reputa che, in base all’articolo 8.2 della direttiva, l’Italia era obbligata, a “sospendere l’attività dell’impianto o delle sue parti pertinenti”. A Bruxelles non risulta che l’Italia abbia sospeso le attività dell’Ilva.
Un ulteriore punto di decisione, infine, riguarda la Direttiva Seveso (96/82/CE) sulla prevenzione dei grandi incidenti industriali che comportano rilascio di sostanze pericolose.
Gli Stati membri hanno l’obbligo di pubblicare e aggiornare ogni cinque anni dei “rapporti di sicurezza”, ma per l’Ilva l’ultimo rapporto è stato pubblicato nel 2008.

Il ruolo di PeaceLink nella procedura di infrazione è stato riconosciuto dal portavoce della Commissione, che ha citato l’associazione per il lavoro svolto con la Commissione.

Per PeaceLink

Antonia Battaglia
Luciano Manna
Alessandro Marescotti
http://www.peacelink.it

Si allarga ai bovini la contaminazione da diossina, domenica 6 aprile la marcia per l’ambiente

Con un comunicato stampa l’associazione ambientalista Peacelink denuncia che si aggrava e si allarga a Taranto la contaminazione da diossina. La diossina è infatti arrivata a Massafra (un comune che dista una quindicina di chilometri da Taranto) e per la prima volta colpisce i bovini.
La marcia contro l’inquinamento del 6 aprile da Statte a Taranto si carica così di altra indignazione per lo scoppio di una nuova emergenza: i bovini alla diossina scoperti a Massafra.
Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è diventato il “triangolo della diossina”.
Le analisi sono state effettuate dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo, in seguito ai prelievi effettuati dalla ASL su un allevamento di Massafra. Avendo accertato per la diossina il superamento dei limiti di legge nel latte di mucca, ora si procederà all’analisi della carne.
Dopo gli ovini sarà la strage dei bovini?
E’ molto probabile infatti che nelle carni dei bovini i valori della diossina saranno molto più alti, come ha insegnato l’esperienza delle pecore, nelle quali i valori riscontrati sono risultati anche dieci volte superiori rispetto al latte.
Da tempo PeaceLink chiedeva alla Regione Puglia il controllo della diossina sulle carni macellate senza ottenere però che venisse effettuato. Eppure il tavolo tecnico regionale per la diossina conveniva sull’opportunità di un simile controllo sui macelli.
Ora si dovrà procedere alla misurazione della diossina nelle carni bovine e questo è un passaggio importantissimo al fine di verificare la sicurezza alimentare di un settore rimasto fuori dai controlli diretti sulla carne, limitatisi fino ad ora solo alla carne di pecore e capre risultate positive al controllo della diossina sul latte.
Da tempo chiedevamo alla Regione che il controllo andasse fatto prima sulla carne e poi sul latte, in quanto la carne è più contaminata del latte. Controllare viceversa prima il latte e poi in subordine la carne era a nostro parere una procedura non corretta che avrebbe potuto tenere fuori dai controlli capi contaminati nella carne e non nel latte, restringendo i controlli ai capi positivi sia al latte sia alla cane.
Il fenomeno che ci fa riflettere è la contaminazione transgenerazionale. Le mucche sembrano aver trasmesso anche ai vitellini la diossina che trattengono come carico corporeo elevato e tramite l’allattamento dei vitellini si sta determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Sta avvenendo qualcosa di drammatico e infernale che trasmette di generazione in generazione un avvelenamento chimico che rischia di distruggere un pezzo pregiato dell’economia locale, la cui filiera comprende anche le mozzarelle e i pregiati formaggi di mucca locali. Fino ad ora a rischio era stato solo il pecorino.
Sarà importante verificare come è avvenuta la contaminazione e se abbia giocato un ruolo il fieno raccolto attorno all’area industriale.
L’area di venti chilometri interdetta al pascolo deve essere bonificata e chi ha inquinato deve pagare.
Non e’ superfluo ricordare che a Taranto e’ stata chiusa la centrale del latte per ragioni economiche e alcuni hanno visto in questo anche la paura della diossina che ha portato molti a scegliere di comprare marche nazionali.

Il “dossier Taranto” all’attenzione del Presidente del Parlamento Europeo

Mercoledì 2 aprile 2014 PeaceLink incontrerà a Bruxelles il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz per presentare un proprio dossier in cui l’associazione ambientalista evidenzia la gravità delle situazione di Taranto, assieme all’inerzia e alla scarsa attendibilità con la quale le autorità italiane affrontano le questioni ambientale, sanitaria e occupazionale che riguardano la città.

Antonia Battaglia (che e’ stata invitata da Schulz con Alessandro Marescotti) e’ stata delegata a rappresentare PeaceLink e illustrera’ al Presidente del Parlamento Europeo la posizione dell’associazione sui lacunosi monitoraggi e sulla scarsita’ delle misure prese per proteggere gli operai e la popolazione dall’impatto ambientale e sanitario di un impianto siderurgico obsoleto e fuori dalle norme europee.

Antonia Battaglia farà il punto anche sulle leggi “Salva Ilva” approvate dal Parlamento Italiano e sulle risoluzioni del Parlamento Europeo che riguardano le aree di “declino industriale” che necessitano di bonifiche e di riconversione.

L’incontro a Bruxelles, previsto da tempo, si iscrive nel rapporto che PeaceLink ha instaurato da tempo con il Presidente Schulz, che é stato costantemente aggiornato sulla evoluzione della situazione di Taranto. Il Presidente stesso, in una email recente mandata ad Antonia Battaglia, ha espresso il proprio sostegno alla popolazione ed ha dichiarato di seguire da vicino la questione ILVA.

PeaceLink vuole «portare» Taranto a Bruxelles e far arrivare la voce disperata di una città sulla cui sorte é calato un silenzio assordante.

Questa azione vuole essere un’esperienza pilota per far arrivare all’attenzione del Parlamento Europeo il dramma di tutte le aree inquinate d’Italia per le quali occorre un progetto di bonifica e, spesso, di riconversione.

Taranto deve diventare – come caso apripista – un punto fermo sull’agenda anche del prossimo Parlamento Europeo. Le richieste che PeaceLink avanzerà al Presidente Schulz riguardano non solo la situazione presente ma anche il futuro, con l’inclusione di Taranto in progetti europei di sviluppo sostenibile, da estendere ad altre citta’ inquinate che versano in situazioni analoghe di declino industriale.

Per PeaceLink
Antonia Battaglia
Luciano Manna
Alessandro Marescotti

http://www.peacelink.it

Ilva, chiesto il processo per Vendola, la famiglia Riva, altri 49 e tre società

Il Messaggero, 6 marzo 2014
La Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto all’ufficio del gip il rinvio a giudizio per 50 persone e tre società nell’inchiesta sul disastro ambientale che sarebbe stato causato dall’Ilva. Tra coloro che rischiano il processo, oltre alla famiglia Riva, c’è il governatore della Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata.

L’elenco. La richiesta di rinvio a giudizio, firmata dal procuratore, Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano, riguarda tutti i 53 indagati ai quali il 30 ottobre scorso era stato notificato dalla Guardia di finanza di Taranto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Oltre ad Emilio, Fabio e Nicola Riva e a Vendola, la richiesta riguarda vertici vecchi e nuovi dell’Ilva prima del commissariamento, un assessore regionale (Lorenzo Nicastro), un deputato ed ex assessore della Puglia (Nicola Fratoianni), consiglieri regionali, l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido, il sindaco del capoluogo ionico, Ippazio Stefàno, dirigenti e funzionari ministeriali e della Regione Puglia, un poliziotto, un carabiniere, un sacerdote, nonché uno stuolo di dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico tarantino.

«Agli ordini dei Riva». Tra questi figurano i cosiddetti ‘fiduciari’, cioè un gruppo di persone non alle dipendenze dirette dell’Ilva che però in fabbrica, secondo l’accusa, avrebbe costituito un ‘governo-ombra’ che prendeva ordini dalla famiglia Riva. Ad 11 indagati la Procura contesta il reato di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale e a reati contro la pubblica amministrazione, nonchè l’avvelenamento di acque e sostanze alimentari. Tra le imputazioni, anche quella di omicidio colposo per due ‘morti bianche’ all’Ilva.

Ilva, audio choc di Vendola: risate con l’uomo dell’ILVA e rassicurazioni a Riva

Il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2013
Riva negava l’emergenza tumori a Taranto, il giornalista lo incalzava e Archinà (ILVA) gli toglieva il microfono dalle mani

“Io e il mio capo di gabinetto abbiamo riso per un quarto d’ora”, dice Vendola commentando la “scena fantastica” dello “scatto felino”, con cui Archinà ruba il microfono a un cronista che chiedeva conto a Emilio Riva dei morti di cancro causati dall’Ilva. Il governatore, dopo le risate, fa sapere al dominus di tutti gli affari illeciti dell’azienda, che è a disposizione: “Dica a Riva che il presidente non si è defilato”.
clicca qui per ascoltare l’audio

Ilva, infrazione europea. Ecco il video della conferenza stampa di Peacelink e Fondo Antidiossina

 

Il governo italiano è stato battuto dall’iniziativa di due ong: Fondo Antidiossina e PeaceLink.
La Commissione Europea ha considerato non credibile il governo italiano e ha definito fallimentare la sua politica di fronte alle evidenze dei dossier e delle 270 lettere ricevute. Ecco la conferenza stampa che è stata tenuta oggi. Ha sottolineato come l’infrazione europea nasce proprio dall’intensa attività di segnalazione e denuncia portata avanti per sei mesi dalla società civile organizzata.

Clicca sui due link sottostanti per vedere le dichiarazioni di Antonia Battaglia, Fabio Matacchiera e Alessandro Marescotti.

prima parte

parte seconda

Ilva, l’Ue avvia una procedura d’infrazione contro l’Italia

comunicato stampa di Peacelink e Fondo Antidiossina

Alle 10.30 domani, venerdì 27 settembre, presso il Molo Turistico Santo Eligio (nei pressi di Piazza Fontana – città vecchia), Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Fabio Matacchiera, terranno una conferenza stampa riguardante la procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea all’Italia, a seguito della denuncia presentata a Bruxelles da parte delle o.n.g. Fondo Antidiossina Taranto e Peacelink. Un’azione circostanziata da documenti ineccepibili relativi alla questione Ilva e alle violazioni delle direttive europee in tema di emissioni e di responsabilità ambientali culminata, come si sa da oggi, con la procedura di infrazione all’Italia.
Il comunicato stampa appena lanciato dalla Commissione Europea conferma testualmente che “in seguito a diverse denunce provenienti da cittadini e da ONG, la Commissione ha accertato che l’Italia non garantisce che l’ILVA rispetti le prescrizioni dell’UE relative alle emissioni industriali, con gravi conseguenze per la salute umana e l’ambiente”
Le due associazioni, titolari della denuncia che ha portato all’infrazione e interlocutrici dirette della Commissione sulla questione ILVA, esprimono, pertanto, tutta la loro soddisfazione per la decisione presa dalla Commissione ed in particolare dal Commissario per l’Ambiente Janez Potocnik e dal suo team.

La collaborazione con la Commissione Europea in questi mesi é stata un esempio meraviglioso di cooperazione tra i cittadini europei e le loro istituzioni.

Il nostro più sentito grazie va al Commissario Potoçnik e alla Direzione Generale dell’Ambiente della Commissione, che hanno risposto con celerità alle istanze portate a Bruxelles da Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Fabio Matacchiera e che hanno lavorato in nome del rispetto delle norme europee in materie di ambiente.

PeaceLink e Fondo Anti Diossina hanno lavorato con il solo fine di portare all’attenzione dell’Europa intera cio’ che é accaduto nella nostra città, alla nostra gente, e con l’amore per Taranto e la speranza in un futuro migliore le due associazioni sono andate a Bruxelles. Con questa posizione forte della Unione Europea verrebbero rafforzate anche le tesi dei magistrati della Procura di Taranto e del Gip Patrizia Todisco sulle responsabilità di chi ha inquinato, sui danni provocati all’ambiente e alla salute dei cittadini, nonche sul principio di “chi inquina paga”. Nel corso della conferenza, saranno dati ulteriori informazioni anche sulla manifestazione “Cuori a Traino” che, a causa del mal tempo, è stata rinviata a domenica mattina 29 settembre alle ore 10.30. Nel corso di questo evento, alcuni nuotatori (2 o 4), traineranno, per un paio di km a nuoto e senza pinne, una motonave da 26 tonnellate a motori spenti, con a bordo giornalisti e circa 100 bambini, fino !
ad arrivare al Ponte Girevole di Taranto.

Peacelink e Fondo Antidiossina Taranto
peacelink.it

Ilva, procedura di infrazione Ue contro l’Italia:
“Violate norme su emissioni”

 

il fatto quotidiano, 26 settembre 2013

Procedura di infrazione contro l’Italia per l’Ilva di Taranto. Ad avviarla è stata la Commissione europea, che ha accertato come lo Stato non garantisca il rispetto delle prescrizioni Ue sulle emissioni industriali, con gravi conseguenze per salute e ambiente. Dopo le polemiche delle settimane scorse innescate dal maxi sequestro ai danni della famiglia Riva e il conseguente annuncio di 1.500 esuberi tra i lavoratori dell’azienda, la nuova tegola cade sullo Stato italiano. In particolare, Roma è ritenuta inadempiente sulla norma per la responsabilità ambientale. Su raccomandazione del commissario europeo per l’ambiente Janez Potocnik, la Commissione ha inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora, concedendole due mesi per rispondere.

La maggior parte dei problemi, spiega una nota di Bruxelles, deriva dalla “mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell’acciaio”. Ai sensi della direttiva sulla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento (direttiva Ippc), le attività industriali ad alto potenziale inquinante devono infatti essere munite di autorizzazione. Le prove di laboratorio “evidenziano un forte inquinamento dell’aria, del suolo, delle acque di superficie e delle falde acquifere, sia sul sito dell’Ilva, sia nelle zone abitate adiacenti della città di Taranto”, prosegue il testo. “In particolare, l’inquinamento del quartiere cittadino di Tamburi è riconducibile alle attività dell’acciaieria”.

Oltre a queste violazioni e al conseguente inquinamento, risulta che “le autorità italiane non hanno garantito che l’operatore dello stabilimento dell’Ilva di Taranto adottasse le misure correttive necessarie e sostenesse i costi di tali misure per rimediare ai danni già causati”. La Commissione, “pur ritenendo un segnale positivo i recenti impegni assunti dalle autorità italiane per rimediare alla situazione dell’Ilva, chiede tuttavia all’Italia di rispettare gli obblighi cui è tenuta ai sensi della direttiva Ippc e della direttiva sulla responsabilità ambientale”, si legge in una nota di Bruxelles. Inoltre, “la Commissione è pronta ad aiutare le autorità italiane nei loro sforzi per risolvere queste questioni gravi”.

“Le autorità italiane”, spiega Potocnik, “hanno avuto molto tempo per garantire che le disposizioni ambientali per l’Ilva fossero rispettate. Quello dell’Ilva è un chiaro esempio del fallimento nell’adottare misure adeguate per proteggere la salute umana e l’ambiente”. E precisa: “Nonostante una procedura di infrazione che la Commissione ha avviato nel 2008 a causa di centinaia di stabilimenti che in Italia operavano senza le necessarie autorizzazioni ambientali previste dalla direttiva Ippc, lo stabilimento di Taranto ha ottenuto un’autorizzazione solo nel 2011, e il permesso poi ritenuto inadeguato, era stato aggiornato nel 2012″.

Oltre a spiegare le motivazioni della procedura d’infrazione, il funzionario europeo ha parlato anche di come risolvere la questione: “Non vediamo l’ora di discutere con l’Italia su come i problemi dell’Ilva di Taranto possano essere risolti. Sono stato avvicinato dal ministro dell’Ambiente italiano, e siamo impazienti di vedere, il più presto possibile, soluzioni efficaci per i problemi ambientali”.

“Bruxelles riconosce il lavoro positivo del governo sull’Ilva”, è la reazione del ministro per l’Ambiente, Andrea Orlando. E aggiunge: “La prima risposta alla procedura di infrazione sarà l’approvazione del nuovo piano ambientale che, come previsto dal decreto, sarà sottoposto preliminarmente nelle prossime settimane a consultazione pubblica. Gli interventi di risanamento e di innovazione che i commissari stanno ultimando sono parte essenziale di questa risposta”.

Alex Zanotelli al presidio FUORIDALCOMUNE

Taranto, gli operai Ilva abbandonati anche dai colleghi

il fatto quotidiano, 15 settembre 2013

LA SCELTA DEI RIVA DI BLOCCARE LE FABBRICHE AL NORD ISOLA ANCORA DI PIÙ I LAVORATORI PUGLIESI CHE MANIFESTANO

Anna e Pasquale arrivano a piedi dalla Chiesa di San Cataldo dove si sono appena sposati. Lei, abito bianco e velo, con una mano stringe il bouquet di rose gialle, con l’altra tiene Pasquale sotto braccio. Sono le 19, a piazza Castello, dove c’è il Comune. Sulla sinistra, davanti alle colonne, resti del Tempio Dorico, il più antico della Magna Grecia, il presidio permanente promosso dai comitati, le associazioni e i movimenti per Taranto. Simbolo della resistenza contro la negazione del diritto al lavoro e alla salute. Due tende, una per confrontarsi e una per dormire a turni di tre, guardate a vista dalla celere. “Questa con voi sarà la più bella foto del nostro album di nozze”, confessa Anna e le scappa una lacrimuccia. IL SINDACO Ippazio Stefàno entra al Comune dalla porta posteriore. I politici (in assenza di quelli che odorano di pulito, per dirla con le parole che Enzo Biagi usava per definire Enrico Berlinguer) che nulla hanno fatto e fanno per imporre alla famiglia Riva il rispetto delle regole all’Ilva, a Taranto non ci mettono piede. Per evitare “il linciaggio”, dicono. Il sequestro di 8,1 miliardi – tesoro dei Riva sottratto indebitamente alle attività di ambientalizzazione e messa in sicurezza degli impianti – ordinato dalla Gip Patrizia Todisco, esteso a 13 società satellite del nord Italia per la trasformazione dell’acciaio e logistica, eleva il dramma di una città a dramma nazionale.

DOPO LA RISPOSTA del gruppo Riva di interrompere la produzione e lasciare a casa 1400 lavoratori, il rischio è una lotta fra poveri. Dagli operai in agitazione della Riva Acciaio di Verona arrivano le prime accuse: “Tutto nasce per lo scandalo Ilva… perché una vicenda giudiziaria partita da Taranto deve scassare aziende sane a 1000 km di distanza?”. Parole raccolte dal sindaco leghista di Verona Flavio Tosi: “Giusto tutelare la salute, combattere l’inquinamento, ma non si è mai visto che la decisione di un magistrato arrivi a chiudere un’azienda che dà lavoro a centinaia di famiglie”. Così i lavoratori di Taranto da vittime diventano responsabili dell’effetto domino dei danni prodotti dall’Ilva. Il Procuratore capo di Taranto Franco Sebastio con una nota (ripresa su Twitter dal ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato) rimanda al mittente la decisione di Riva Acciaio di cessare l’attività come conseguenza del provvedimento di sequestro: “I beni sequestrati verranno immediatamente affidati all’amministratore giudiziario per evitare pregiudizi per la loro operatività”. Come già accade per gli impianti del-l’Ilva sotto sequestro che continuano a produrre.

RIDONO I BAMBINI mentre si contendono la palla davanti alla tenda in piazza Castello. Sono figli di operai, costretti a difendere loro malgrado i diritti negati ai genitori. Sono saliti a sei i bambini, tra i 2 e gli 8 anni, ricoverati nel giro di un mese al reparto pediatrico dell’Ospedale Santa Annunziata per convulsioni. Trasferiti al Gemelli e al Bambin Gesù di Roma. Diagnosi: “Glioma”, tumore al cervello. Intanto la lettera consegnata al sindaco dai comitati per Taranto resta senza risposta. Al primo punto il recepimento della campagna Rischio Sanitario per garantire a tutti i cittadini l’esenzione del ticket, il blocco delle autorizzazioni all’uso della discarica Mater Gratiae, l’istituzione a Taranto di un tavolo permanente su lavoro e sviluppo, la chiusura delle fonti inquinanti, la bonifica del territorio con reimpiego della forza lavoro e la revoca dell’Aia all’Ilva. Le centraline per monitorare il livello di inquinamento, installate nella cokeria, sono andate in tilt. Lo ha confermato, dopo la denuncia di PeaceLink, l’Agenzia Regionale per l’ambiente. Ma il problema resta, spiega Peacelink, per 6 centraline per il monitoraggio di varie sostanze cancerogene all’interno dell’Ilva e al quartiere Tamburi, in tilt dal 16 agosto. E si tratta proprio del monitoraggio dei fumi di quegli impianti sequestrati la cui facoltà d’uso è vincolata ad una serie di prescrizioni.

DAVANTI AL COMUNE arriva Marco Zanframundo, licenziato dall’Ilva dopo 12 anni di lavoro senza mai un richiamo. Ma quando il 30 ottobre dell’anno scorso, il suo collega e amico Claudio Marsella, 29 anni è morto schiacciato da un locomotore nel reparto Movimento ferroviario dello stabilimento, Marco è divenuto una sentinella della sicurezza. “Il capo reparto, rinviato a giudizio per la morte di Claudio, è stato promosso a capo area, è lui che faceva provvedimenti a me sulla sicurezza”, racconta. “Hanno punito una persona per raddrizzarne altre mille, un messaggio chiaro per i miei colleghi, anzi ormai ex colleghi” . Su Facebook condivide la frase di Jim Morrison “Se per vivere devi strisciare, alzati e muori”. Ha il suo attimo di debolezza e gli occhi si fanno lucidi.

Taranto, nuovo sequestro da un miliardo di euro ai danni della famiglia Riva

Il fatto quotidiano, 10 settembre 2013

Un nuovo maxisequestro ai danni della famiglia Riva. La guardia di finanza di Taranto ha sequestrato nelle scorse ore beni mobili, immobili e conti correnti per un ammontare di quasi un miliardo di euro. Nel mirino delle fiamme gialle sono finite oltre dieci società collegate alla holding Riva Fire – che controlla Ilva spa – e di fatto riconducibili agli imprenditori lombardi. Tra queste i finanzieri, al comando del colonnello Savatore Paiano e dal maggiore Giuseppe Dinoi, hanno apposto i sigilli ai beni di Riva Energia, Riva Commerciale e Riva Servizi Marittimi. Un altro miliardo di euro, quindi, che si aggiunge ai quello già sequestro nei mesi scorsi dopo il provvedimento firmato dal gip Patrizia Todisco. Sale così a due miliardi il tesoro bloccato dalle fiamme gialle tarantine alla capofila del Gruppo Riva, i cui vertici e proprietari sono indagati per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

Il lavoro degli inquirenti continua, ma appare altamente improbabile che la Guardia di finanza di Taranto riesca a raggiungere la somma di 8 miliardi disposta dal gip Todisco come totale delle somme che i Riva avrebbero dovuto investire dal 1995 a oggi nella fabbrica per rendere gli impianti ecocompatibili. Una somma stimata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli al termine di una serie di controlli e sopralluoghi svolti nella fabbrica insieme ai carabinieri del Noe di Lecce, guidati dal capitano Nicola Candido. Un costo che tuttavia non comprende le bonifiche di acqua e suoli, stime che secondo la magistratura tarantina potranno essere calcolati solo dopo la valutazione dei danni reali al territorio. Il provvedimento, inoltre, su esplicita richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, prevede il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire, ma lascia fuori la fabbrica di Taranto e i beni riconducibili alla società di Ilva spa necessari per la produzione garantita dal primo decreto “salva Ilva” voluto dall’ex ministro Corrado Clini.

Nel decreto di sequestro per equivalente emesso a maggio, il gip Todisco spiegò che il “modello aziendale” è stata la “concausa” della morte di Claudio Marsella, Francesco Zaccaria e Ciro Moccia. I tre operai dell’acciaeria Ilva di Taranto morti nel giro di pochi mesi erano morti anche perché dal 1995 a oggi la proprietà e i vertici aziendali hanno evitato di ammodernare la fabbrica che oggi genera “malattia e morte”. Oltre 8 miliardi, secondo il magistrato, è “l’importo necessario per effettuare tutte le opere di risanamento ambientale” che ancora oggi la famiglia Riva dimostra di non voler realizzare in barba soprattutto ai numerosi protocolli di intesa firmati con le istituzioni locali e nazionali che i pm hanno definito un “colossale presa in giro”. A questi due miliardi, si aggiungono inoltre, i quasi due miliardi di euro sequestrati agli imprenditori lombardi dalla Procura di Milano, che è riuscita a scoprire un vero e proprio tesoro occultato nel paradiso fiscale dell’isola di Jersey attraverso una serie di società offshore riconducibili a Emilio Riva, al fratello Adriano e ai figli di questi.

Inizia oggi, 10 settembre 2013, il presidio permanente 24 su 24 sotto il palazzo di città! Abbiamo bisogno di tutti voi, abbiamo bisogno della città….c’è una Taranto che lotta per la salute, per il lavoro e per la libertà!

presidio taranto 10 settembre 2013

Ilva Taranto, licenziato l’operaio che aveva denunciato le irregolarità della fabbrica

 

Il fatto quotidiano, 8 settembre 2013

E’ un atto “vile e infame”. Così l’Unione sindacale di base (Usb) ha definito il licenziamento disposto dai vertici dell’Ilva di Taranto di Marco Zanframundo, uno degli operai attivisti del sindacato che da mesi denunciava le numerose irregolarità in fabbrica. Dopo la morte del collega e amico Claudio Marsella, 29enne morto il 30 ottobre schiacciato da un locomotore nel reparto Movimento ferroviario (Mof) dell’Ilva, Zanframundo e i suoi compagni avevano immediatamente dato vita a uno sciopero a oltranza e nove mesi più tardi, dinanzi alle telecamenre del Fatto Tv avevano denunciato come le condizioni di lavoro nel reparto non erano cambiate.

Con altri colleghi avevano presentato un esposto alla magistratura per denunciare le anomalie della fabbrica, e tra queste anche la presenza dei fiduciari finiti in manette pochi giorni fa. Forse troppo per l’azienda, che lo ha ripagato con la stessa moneta contestando una serie di violazioni alle norme di sicurezza che avrebbero messo in pericolo lui e i suoi colleghi. Una contestazione disciplinare dietro l’altra che si sono concluse con il suo licenziamento.

“Me l’aspettavo – racconta l’operaio a ilfattoquotidiano.it – Le nostre denunce e i nostri comunicati hanno fatto troppo rumore e così hanno voluto punire uno di noi. Inoltre dicevamo da tempo che senza un intervento qualcuno di noi avrebbe pagato: è toccato a me. Pensa che nei bagni era scritto: qualcuno chiedeva a un mio compagno di ‘andare a piangere’ perché ritirassero il mio licenziamento e io non avevo ricevuto ancora nessuna lettera. E poi – prosegue il dirigente Usb – oramai in reparto ero isolato: alcuni colleghi evitavano anche il mio sguardo”.

Dopo la morte di Claudio Marsella, Marco aveva chiesto anche di cambiare reparto. “Il mio capo reparto mi disse che per me non era il momento, mentre per lui potrebbe addirittura essere scattare la promozione a capo area. Io sono stato quello che ha sofferto di più la morte di Claudio: noi non eravamo solo colleghi. Qualche giorno fa ho ritrovato una sua foto mentre tiene in braccio mio figlio”. I sindacati confederali non hanno detto una parola: “E che ti aspettavi? Abbiamo denunciato le loro complicità con l’azienda, figurati se venivano in mio aiuto”.

Per Francesco Rizzo, compagno del sindacato Usb, “la colpa di Marco è aver difeso il diritto alla vita, alla sicurezza aver protestato insieme ai colleghi del Mof per chiedere giustizia per il caro Claudio, essere diventato un dirigente Usb, il sindacato che ha denunciato gli abusi e le collusioni”. Il sindacato ha proclamato per i dipendenti dello stabilimento Ilva di Taranto e per i lavoratori dell’appalto uno sciopero con presidio a oltranza a partire dalle 7 di domani davanti alla portineria A dello stabilimento non solo contro il licenziamento di Marco, ma anche il licenziamento di 50 lavoratori della ditta Emmerre, messi alla porta dopo l’incidente del 28 febbraio scorso in cui morì l’operaio Ciro Moccia.

Insomma mentre la magistratura inchioda l’azienda dei Riva, ne arresta i fiduciari che per anni nell’ombra hanno spinto al massimo i vecchi impianti dell’Ilva, limitato al minimo i costi e gli investimenti e taciuto le lamentele degli operai, questi vengono licenziati. Mentre fiduciari, impiegati, tecnici, capiturno, capireparto e capi area puntano alla produzione per ottenere il ricco premio elargito dai Riva, i lavoratori “il cui apporto era ed è determinante per il raggiungimento della miglior produzione” devono smettere di denunciare. Anche quando è in ballo la loro sicurezza.

Ilva, cinque arresti a Taranto: in manette il ‘governo ombra’ dei Riva in fabbrica

Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale: con queste accuse sono finiti in carcere alcuni dipendenti del siderurgico: avrebbero imposto le logiche della proprietà ai reparti pur non avendo alcuna responsabilità

il fatto quotidiano, 6 settembre 2013

Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono solo alcune delle gravissime ipotesi di reato contestate dalla procura di Taranto ad alcuni membri del “governo ombra” dell’Ilva di Taranto. Una struttura scoperta dalla Guardia di finanza che ha eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare su disposizione del gip Patrizia Todisco. In carcere sono finiti Alfredo Ceriani, 74enne fiduciario della famiglia Riva e responsabile dell’area a caldo con il compito di massimizzare la produzione, Giovanni Rebaioli, 69enne gestore dell’area parchi e impianti marittimi, Agostino Pastorino, di 60 anni con il compito responsabile dell’area Ghisa e di tutti gli investimenti nella fabbrica ed Enrico Bessone, dipendente di Riva Fire – holding che controlla Ilva spa – e responsabile dell’area manutenzione meccanica delle acciaierie.

Agli arresti domiciliari, invece, è finito Lanfranco Legnani, considerato dagli inquirenti il direttore ombra dello stabilimento siderurgico. Dalle indagini svolte dal nucleo di Polizia tributaria delle fiamme gialle, guidate dal tenente colonnello Giuseppe Micelli, si tratta di un vera e propria governance parallela che dal 1995 a oggi avrebbe imposto le logiche della proprietà ai vari reparti pur non avendo alcuna responsabilità ufficiale. Nella sua ordinanza il gip spiega che l’impianto accusatorio è talmente solido da “non lasciare dubbi” e che ciascuno dei destinatari delle misure avrebbe innegabilmente offerto il suo contributo al disegno criminoso che ha portato nei dodici mesi scorsi a diversi provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

Una struttura talmente necessaria alla famiglia Riva che alla nomina del direttore dello stabilimento Vincenzo Lupoli, questi durante il primo incontro a Milano con Daniele Riva, figlio di Emilio e fratello di Fabio e Nicola già indagati, avrebbe chiesto spiegazioni ottenendo come risposta che “tale presenza e il loro impiego erano scontati, senza possibilità di variazione dai compiti rispetto al passato in quanto persone di loro fiducia”. Inquietante, infine, appare la lettura della parte finale del provvedimento in cui i magistrati chiariscono che “l’obiettivo che da sempre ha accomunato i fiduciari è quello caro alla proprietà ovvero quello legato alla produzione, fulcro su cui si muove il solo ed unico interesse dei Riva”. Un obiettivo da perseguire a qualunque costo. Magari sacrificando la salute di operai e cittadini di Taranto.

Nella richiesta di arresti il pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani ha spiegato che la struttura dei “fiduciari” include coloro che hanno “governato sino a poco tempo fa lo stabilimento di Taranto, dando disposizioni su tutte le iniziative e le attività adottate all’interno dello stesso che, poi, venivano eseguite o realizzate dal direttore o dai vari capi area le cui decisioni, comunque, dovevano essere sempre avallate e condivise dai primi”.

Dai numerosi interrogatori svolti dai finanzieri di Taranto, al comando del colonnello Salvatore Paiano, è emerso che “il fiduciario rappresenta la proprietà” e che “costoro risultano inseriti in una struttura di tipo piramidale con, alla base, i dipendenti e, al vertice, la proprietà”. La procura ha poi suddiviso in quattro fasce la collocazione dei fiduciari: Lanfranco Legnani, al vertice con l’incarico di direttore ombra, poi i fiduciari “apicali” di cui facevano parte “persone molto vicine alla famiglia Riva” con la quale intrattenevano rapporti quotidiani. Tra questi Cerani, Rebaioli, Pastorino, ma anche Cesare Corti e Giuseppe Casartelli. Subito dopo ci sono i fiduciari “intermedi” con compiti tecnico-operativi destinatari di incarichi ufficiali attribuiti mediante conferimento di delega: Bessone, finito in carcere, e altri come Livio Barale, Ennio Chiolini, Mario Mazzari e Antonello Binezzi. Infine vi erano “le figure base” che comprendono tecnici destinati ai vari reparti con compiti operativi di esecutori degli ordini impartiti dagli apicali e includono Giacomo Simonetti, Francesco Forestiero e Vielmi.

“Ilva comizi d’acciaio”
Taranto protagonista del graphic novel di Carlo Gubitosa e Kanjano by Becco Giallo

 

Un fumetto che si concentra sul dramma che vive da anni la città di Taranto.
Il libro, con il supporto di un apparato di infografica e collegamenti a contenuti multimediali disponibili in rete, è un tuffo nell’impatto ambientale e sociale di cinquant’anni di industria siderurgica

Comics Blog, il magazine fumettaro di Blogo

Nel graphic novel sceneggiato da Carlo Gubitosa e disegnato da Kanjano (volume composto da 192 pagine, brossurato, in b/n) e pubblicato da Becco Giallo, si narrano alcune storie di vita e di morte all’ombra dell’acciaio, un vero e proprio viaggio a fumetti negli ultimi 50 anni dell’industria siderurgica.

PRESENTATO RICORSO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI A STRASBURGO

 

52 cittadini di Taranto hanno presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo sottolineando la violazione del diritto alla vita da parte dello Stato Italiano. Lo comunica il comitato Legamionici. Secondo i ricorrenti l’emergenza sanitaria in atto a Taranto non è stata tenuta in considerazione dalle autorità italiane che, anziché tutelare la salute pubblica, hanno scelto di assecondare le ragioni del privato, nel caso specifico di Ilva S.p.A.. Nel dettagliato ricorso si fa riferimento agli articoli 2 e 8 della Convenzione Europea, che sanciscono il diritto alla vita, e all’articolo 191 del Trattato di Lisbona che stabilisce il principio d’intervento immediato ed efficace di uno Stato membro per prevenire danni alla salute pubblica, senza attendere la certezza del danno. L’iniziativa, promossa e supportata economicamente e legalmente dal comitato Legamjonici, ha visto la partecipazione di cittadini di età compresa tra 19 e 67 anni. Alcuni ricorrenti sono affetti da patologie, il più giovane ha deciso di firmare dopo aver vissuto la dura esperienza di un tumore al cervello. Si attende ora la fase di ‘ricevibilità’ durante la quale il Consiglio d’Europa dovrà stabilire se accogliere il ricorso.

Daniela Spera
Responsabile Comitato provinciale LEGAMJONICI
contatti: 3408458144
legamionici

PEACELINK: CONSEGNA DI “POLVERE MORTALE” DEL QUARTIERE TAMBURI AI SENATORI IN VISITA A TARANTO

 

23 luglio 2013 – Alessandro Marescotti
Fonte: peacelink.it, segnourbano.it

“L’Ilva sara’ una lepre che che tutti a livello europeo vorranno rincorrere”, ha dichiarato il senatore Massimo Mucchetti del PD in visita a Taranto come presidente della Commissione Industria.

WWF, Fondo Antidiossina e PeaceLink hanno smentito Mucchetti mostrando ai giornalisti la pagina 6 del “Rapporto Ambiente e Sicurezza 2009” dell’Ilva in cui l’azienda dichiarava la “copertura di tutte le linee nastro”, quando attualmente sono ancora scoperte. L’Ilva ha chiesto una proroga al 27 ottobre 2015 per la loro copertura disattendendo una prescrizione AIA fondamentale che scadeva l’1 gennaio 2013.

A quale lepre si riferisce il senatore Mucchetti se ILVA ci mettera’ ben due anni per realizzare una cosa che doveva essere fatta fin dal 2009 e che doveva risultare gia’ attuata come da cronoprogramma Aia?

Abbiamo l’impressione che si stiano lanciando ottimistici proclami politici privi di alcun fondamento.

Intanto stamattina il Fondo Antidiossina e Peacelink hanno tenuto una conferenza stampa nell’androne della Prefettura a Taranto per presentare le caratteristiche di tossicità della “polvere mortale” che Fabio Matacchiera (Fondo Antidiossina) e Alessandro Marescotti (PeaceLink) hanno consegnato ai presidenti delle Commissioni Industria e Ambiente (Massimo Mucchetti, del PD, e Giuseppe Marinello, del PDL) in visita a Taranto.

La polvere è stata raccolta nel quartiere Tamburi nell’amitazione del signor Peppino Corisi morto per tumore ai polmoni. Ancora in vita, Carrisi insieme agli abitanti di via De Vincentis, via Lisippo, via Troilo e via Savino, aveva affisso una targa nel quartiere con su scritto:

“Nei giorni di vento nord-nord/ovest veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale “ILVA”. Per tutto questo gli stessi “MALEDICONO” coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare”.

E poco prima di morire di tumore Peppino ha chiesto che sotto la sua finestra venisse affissa un’altra targa con la scritta “ennesimo decesso per neoplasia polmonare”.

I presidenti delle Commissioni – dotati di mascherine e guanti protettivi – sono stati invitati ad aprire il sacchetto e a verificarne il contenuto utilizzando una calamita, con la quale constatare che quella polvere è attirata da corpi magnetici e non è quindi polvere qualsiasi.

CARATTERISTICHE DELLA “POLVERE MORTALE”
I tarantini inalano quella polvere speciale che ha un alto potere di tossicità quantificato statisticamente – nello studio “Sentieri” dell’Istituto Superiore della Sanità – in un aumento del rischio di mortalità dello 0,69% per ogni incremento di 10 microgrammi a metro cubo di polveri sottili, percentuale nettamente superiore rispetto alle polveri sottili di altre città.

Lo studio epidemiologico Sentieri evidenzia pertanto come le polveri sottili di Taranto sono più pericolose che in altre città dell’Italia in quanto hanno una tossicità 2,2 volte superiore (in altre città italiane l’aumento del rischio di mortalità delle polveri sottili è infatti di 0,33% per ogni incremento di 10 microgrammi contro lo 0,69% di Taranto).

A Taranto è stato riscontrato piombo nel sangue nei bambini.

Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink
cell. 3290980335

“Tumori per le sigarette”, bufera su Bondi e il ministro convoca il commissario Ilva

In un documento inviato alla Regione contesta il collegamento tra inquinamento del siderurgico e malattie. Orlando: “Subito a Roma per chiarire”. Vendola: “Argomenti inaccettabili”. La Finocchiaro: Incompatibile”. I deputati M5s: “Revoca immediata dell’incarico”

la repubblica, 14 luglio 2013
“E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70”. Hanno subito creato una bufera polemica le affermazioni contenute in una lettera che il commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, ha inviato al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nonché all’Arpa Puglia, all’Ares Puglia e all’Asl di Taranto, con la quale contesta sia il collegamento fra inquinamento del siderurgico e casi di tumore a Taranto – relazione evidenziata nelle relazioni consegnate dai periti alla magistratura – sia l’introduzione della Valutazione del danno sanitario nell’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale dell’Ilva.

Il Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando avrebbe già convocato il commissario dell’Ilva Bondi per un chiarimento immediato. Il ministro ha anche provveduto a scegliere i tre esperti che contribuiranno a redigere il piano di risanamento e riqualificazione dello stabilimento Ilva di Taranto. Si tratta di Marco Lupo, commissario all’emergenza rifiuti della regione siciliana e già dirigente del ministero dell’Ambiente; Giuseppe Genon, docente di ingegneria dell’ambiente al Politecnico di Torino; e Lucia Bisceglia, medico epidemiologo, dirigente dell’Arpa Puglia.

Gli “argomenti di Bondi sono inaccettabili”, tuona il governatore Nichi Vendola dopo aver letto del legame causa effetto ipotizzato con il contrabbando. “I dati dell’Arpa sui danni salute sono chiari e precisi. Si confermano – aggiunge – tutti i miei dubbi sull’affidare il ruolo di commissario all’amministratore delegato dell’azienda. Mi sarei aspettato dal commissario una più netta presa di distanza dall’approccio negazionista che l’Ilva ha tenuto negli ultimi vent’anni”. Bondi nella sua lettera sposa le contestazioni portate avanti in passato dalla famiglia Riva e demolisce le conclusioni cui nel tempo sono arrivati gli studi sull’impatto delle emissioni compiuti dall’Arpa, dai consulenti del tribunale di Taranto e dagli esperti del ministero della Salute. Per il commissario straordinario nominato dal governo Letta – si legge nel contenuto del documento riportato da alcuni giornali – “i criteri adottati e Ia procedura valutativa seguita dall’Arpa e dalla Regione Puglia nel rapporto sulla valutazione del danno sanitario dello stabilimento Ilva di Taranto presentano numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell’attendibilita scientifica, sia sotto il profilo delle conclusioni raggiunte”.

Chiarezza chiede anche Anna Finocchiaro, senatore del Pd. “Non credo – afferma – possano essere sottovalutate le gravissime responsabilità dell’Ilva nell’aver determinato gli altissimi livelli di inquinamento a Taranto. E chi ricopre l’incarico di Commissario del Governo, con il dovere di attuare le procedure Aia, dovrebbe limitarsi al proprio compito, vista anche la posizione assunta in precedenza dalla stessa proprietà dell’azienda. Io mi auguro, che Bondi possa spiegare, se vere, le sue considerazioni. Altrimenti la permanenza di Bondi non sarebbè tranquillizzante circa la necessaria motivazione che deve guidare il risanamento voluto dal Governo”.

“Siamo abituati – lamenta l’assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro – a un atteggiamento aziendale che non accetta controllo e che è insofferente a qualunque meccanismo di garanzia rispetto a tutela dell’ambiente e della salute dei tarantini. E’ grave, tuttavia, che lo stesso atteggiamento del privato e della proprietà si riverberino oggi nelle parole e nelle azioni di un manager nominato dal governo che, nei fatti, ha una mandato pubblico volto a dirimere una questione di importanza nazionale, sulla cui urgenza non ci sono dubbi”.

Revoca immediata dell’incarico a Bondi, invece, è quanto chiedono i deputati del Movimento 5 Stelle in un documento congiunto: “Il ministro della Salute venga immediatamente a riferire in Parlamento su queste aberranti affermazioni”. “Le affermazioni del commissario straordinario dell’Ilva sono vergognose e incredibili, ma non da censurare, bensì da diffondere in tutte le tv e giornali – spiegano – ribadiscono infatti come esista un palese caso di conflitto di interessi per quanto riguarda Enrico Bondi”, concludono ricordando che “secondo la perizia del gip, in tredici anni di osservazione ci sono stati oltre 300 morti e migliaia di ricoveri per altre patologie direttamente riconducibili all’Ilva”.

Per Decaro, deputato Pd, l’errore è stato nominare Bondi. “Serviva una scelta di maggiore discontinuità con la gestione dei Riva. Bondi dovrebbe avere più rispetto per una città dove a causa della presenza del berillio sono state emanate ordinanze che vietano ai bambini di giocare nei giardini pubblici e ai dipendenti del cimitero di sotterrare le bare dei defunti. Una città dove non si può vivere ma non si può nemmeno morire”.

I Verdi sono per la linea dura. “Bondi deve dimettersi immediatamente – dichiara il presidente Angelo Bonelli – Le sue parole sono un’offesa gravissima ai cittadini di Taranto che sono costretti a convivere con un’inquinamento che, come si legge nelle perizie dei magistrati tarantini, provoca ‘malattia e morte’; sono uno schiaffo a chi si è ammalato e a quanti hanno perso i propri cari a causa dell’inquinamento”.

Anna Rita Lemma, consigliere regionale del Pd, annuncia che chiederà un dibattito in consiglio regionale. Roberto Della Seta e Francesco Ferrante di Green Italia chiedono al governo scelte più trasparenti e decise per affrontare il dramma sociale e ambientale rappresentato dall’Ilva. Così come chiede le dimissioni di Bondi il circolo tarantino “Peppino Impastato” di Rifondazione comunista: “Esordisce nel peggiore dei modi il neo-commissario di Ilva, riprendendo la linea negazionista che ha caratterizzato i momenti peggiori della gestione Riva”.

Picchi di sabbia sahariana a Taranto? Il commissario straordinario dell’Ilva smentito da un video di PeaceLink

 

24 giugno 2013 – Luciano Manna
www.peacelink.it

Il 19 Giugno l’Ansa riporta questa dichiarazione del Commissario Bondi:
Per quanto riguarda “i picchi sopra la norma di PM10, registrati nel periodo gennaio-maggio 2013, sono in gran parte riconducibili a cause esterne (sabbia sahariana)”

Il 22 dello stesso mese, cioè qualche giorno dopo la dichiarazione rilasciata da Bondi, siamo andati alla ricerca di queste “polveri sahariane”, nello specifico ci siamo recati in Via De Vincentis, nel cuore del quartiere Tamburi, a casa della famiglia Corisi, con loro siamo andati sul terrazzo della loro casa e lì abbiamo trovato polveri. Ci chiediamo e vi chiediamo, sono queste le sabbie del Sahara che attanagliano tutti i giorni gli abitanti del quartiere Tamburi?

per vedere il video clicca qui

Radio Popolare stamattina, mercoledì 5 giugno 2013, dedica una lunga puntata al caso Ilva. E riprende diverse parti del documentario La Svolta. Donne contro l’Ilva

podcast.radiopopolare.it

Ilva, la bufala dei 40 mila posti a rischio

di Alessandro Marescotti
il fatto quotidiano, 27 maggio 2013

Nella vicenda Ilva troppi giornalisti hanno accettato e rilanciato un numero misterioso: 40 mila. Uno per tutti il Corriere della Sera: “Ilva nel caos: 40 mila a rischio”. E’ un numero non verificato, da nessuna parte c’è uno straccio di documentazione, di disaggregazione attendibile dei dati.Ma allora quanti sono i posti di lavoro nell’Ilva Spa?
Sono 16.343 in 15 siti produttivi in Italia, Europa e Tunisia. Di questi a Taranto sono 12.859, a Genova 1.600, a Novi Ligure 800, a Racconigi 80, a Marghera 120, a Patrica 70.
L’indotto a Taranto oggi conta circa 3 mila lavoratori.
Tutto il Gruppo Riva nel mondo ammonta a 21.711 dipendenti.

Alcuni specificano che sono a rischio “24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l’indotto”. Ma se sommiamo tutti i dipendenti del Gruppo Riva nel mondo ai tremila dell’indotto di Taranto oscilliamo tra i 24 e i 25 mila.Con quali calcoli si arrivi invece ai fatidici 40 mila nessuno lo spiega. Mistero. Eppure 40 mila è la cifra che appare nei titoloni.
Tuttavia la bufala non è solo questo fantomatico numero di 40 mila.
La vera bufala è far credere che i lavoratori siano meglio tutelati lasciando ai Riva la piena libertà di spostamento dei profitti accumulati in anni e anni di produzione che i magistrati ritengono frutto di attività altamente inquinanti e per la qual cosa da tempo è partita una poderosa inchiesta dal nome emblematico: Ambiente Svenduto.
L’accusa della magistratura è pesante: ammonterebbe a oltre 8 miliardi il profitto di un’attività ritenuta illecita penalmente.
“La ratio del sequestro – ha spiegato il procuratore Franco Sebastio – è quella di bloccare le somme sottratte agli investimenti per abbattere l’impatto ambientale della fabbrica”.
Sarebbe interessante capire come mai, invece di gioire per la mossa dei magistrati, stuoli di politici e giornalisti si preoccupino ora e non prima.
Era meglio promettere la realizzazione di un’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) senza un piano industriale e senza quattrini? Che garanzia dava e dà un cronoprogramma di interventi promessi e non mantenuti, dato che le casse dell’Ilva risultavano stranamente vuote?
A Taranto il dubbio che inquietava prima (e non ora) era invece che tutta la storia dell’Ilva finisse con il fallimento dell’azienda e la dichiarazione fatale: non abbiamo più un euro in cassa, arrangiatevi. Avremmo avuto i lavoratori sul lastrico senza paracadute. E in più un deserto pieno di veleni e di rottami.
Questo scenario apocalittico, grazie alla magistratura, non c’è più.
Ora a Taranto lavoratori e cittadini hanno un paracadute, una polizza per il futuro. E una speranza di rinascita basata sulle bonifiche.
Al posto dell’incubo di un futuro non garantito da niente e nessuno, c’è ora la Guardia di Finanza che sta setacciando operosamente conti correnti, titoli e proprietà riconducibili al gruppo Riva e ai protagonisti di questa vicenda.
Perché allora fare allarmismo e parlare di 40 mila persone messe in pericolo se i magistrati stanno cercando proprio ciò che servirà ai lavoratori e ai cittadini, per garantire le bonifiche, il lavoro e un futuro possibile risarcimento?
La storia dell’Ilva di Taranto è contornata da politici e sindacalisti che non si sono preoccupati quando si dovevano preoccupare e che si preoccupano invece ora che dovrebbero al contrario gioire e ringraziare la magistratura. La magistratura ha saputo dimostrare che la legalità paga.
Utilizzando il grimaldello legale del “sequestro per equivalente”, il Gip Patrizia Todisco ha fatto come Robin Hood: toglie ai Riva per dare ai poveri.
Nessuno sembra apprezzare che questa volta Robin Hood agisce nella legalità. Come confondere allora le idee? Facile: capovolgendo tutto e inventando 40 mila persone in preda al panico. Perché solo un’ondata di panico può contrastare l’ondata di giubilo con cui a Taranto è stato accolto il “sequestro per equivalente” di oltre otto miliardi di beni e capitali dell’impero economico dei Riva.

Per le ore 16 di lunedì 27 maggio, presso l’Istituto Cambini di Taranto, in via Dante, il Fondo Antidiossina e Peacelink terranno una conferenza stampa sugli ultimi sviluppi della vicenda Ilva

 

Fabio Matacchiera – Fondo Antidiossina
Alessandro Marescotti – PeaceLink

peacelink.it


Ilva, frode truffa e riciclaggio: sequestrato oltre un miliardo ai Riva

 

il fatto quotidiano, 22 maggio 2013

Frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato. Il caso Ilva e il destino dei suoi padroni continua a essere al centro di una indagine giudiziaria. Questa volta però in campo è scesa la Procura di Milano che ha scoperto che oltre un miliardo di euro sarebbero stati “sottratti” all’azienda. Lo stabilimento è al centro da quasi un anno di una battaglia legale tra l’autorità giudiziaria di Taranto e il gruppo per il disastro ambientale dell’area.

L’ipotesi degli inquirenti, i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco, ha trovato un primo vaglio e il giudice per le indagini preliminari di Milano, Fabrizio d’Arcangelo, ha firmato un ordine di sequestro di beni per 1 miliardo e 200 milioni euro: immobili, titoli e disponibilità finanziarie “bloccati nel paradiso fiscale di Jersey”. Sono in corso una serie di perquisizioni da parte degli uomini della Guardia di Finanza di Milano e Varese. A quanto apprende il fattoquotidiano.it gli indagati sono quattro: i fratelli Emilio e Adriano Riva, rispondono per truffa e interposizione fittizia, gli altri due indagati – due professionisti – rispondono invece di riciclaggio.

Secondo quanto accertato nel corso delle indagini i Riva, mediante l’interposizione fittizia di alcuni trust in Italia e Svizzera, e di altre società, avrebbero nascosto la reale titolarità delle disponibilità finanziarie create con i soldi dell’Ilva, facendo risultare all’estero beni che, invece, sono nella loro disponibilità in Italia. L’obiettivo, secondo l’accusa, era di rendere applicabili i vantaggi derivanti dallo scudo fiscale: secondo le prime informazioni almeno otto operazioni. Nel mirino della Fiamme Gialle anche alcuni professionisti che hanno curato appunto la pianificazione fiscale.

Le prescrizioni AIA non rispettate dell’ILVA
Lunedì 20 Maggio Peacelink presenterà questi documenti presso il ministero dell’ambiente a Roma al neo Ministro Orlando, in elenco le prescrizioni non attuate entro la data prevista

 

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Ilva, autorizzazioni illecite per ottenere l’Aia
4 arresti, in manette presidente della Provincia

Le ordinanze di custodia cautelare del gip Patrizia Todisco: in manette oltre a Florido (Pd) anche l’ex assessore all’Ambiente, Conserva. Al centro del nuovo terremoto giudiziario le manovre per ottenere l’autorizzazione della discarica all’interno dello stabilimento, funzionale all’ottenimento dei permessi ministeriali

La Repubblica, 15 maggio 2013

Permessi illeciti per ottenere l’Aia, l’autorizzazione ambientale con la quale la grande fabbrica di acciaio ha potuto continuare a produrre e inquinare. Queste le accuse che hanno portato a una nuova pioggia di manette a Taranto nell’ambito dell’inchiesta “ambiente svenduto”, che seguono di poco l’ok al dissequestro delle tonnellate di prodotti finiti e semilavorati dell’Ilva. Tra gli arrestati anche il presidente della Provincia Gianni Florido, 61 anni, alla guida dell’amministrazione dal 2004 (eletto per il secondo mandato nel 2009 col Pd) e in passato segretario generale della Cisl ionica.
L’operazione è scattata alle prime luci del mattino. I militari della Guardia di Finanza hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare spiccate dal gip Patrizia Todisco. Gli arrestati sono, oltre a Florido per il quale l’accusa sarebbe di concussione; l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva (Pd) e l’ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia, per il quale sono stati disposti i domiciliari. Specchia, originario di Galatina (Le), oggi è segretario generale del Comune di Lecce: appresa la notizia, l’amministrazione guidata da Paolo Perrone (Pdl) ha provveduto alla sospensione.
Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare anche Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali del colosso siderurgico che avrebbe lavorato per agevolare l’attività della grande fabbrica accusata di disastro ambientale. Ad Archinà l’ordinanza è stata notificata in carcere, l’ex dirigente Ilva è detenuto dal 26 novembre.
Al centro del nuovo terremoto giudiziario le manovre attivate per ottenere l’autorizzazione della discarica “Mater Gratiae”, realizzata in una cava all’interno dello stabilimento Ilva. Documenti necessari all’ottenimento dell’Aia: l’autorizzazione ambientale per l’acciaieria è stato rilasciato una prima volta dal governo Berlusconi, dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo, e recentemente da Corrado Clini, dell’esecutivo Monti. Nel sito vengono smaltiti i rifiuti industriali e le polveri prodotte dagli impianti ritenuti la fonte dell’inquinamento killer inquadrato con l’indagine per disastro ambientale.
Florido e Conserva sono accusati di aver indotto, dal 2006 al 2011, dirigenti del settore ecologia e ambiente della Provincia di Taranto a rilasciare i permessi per la discarica gestita dall’Ilva “in carenza dei requisiti tecnico-giuridici”. Quella procedura autorizzativa sarebbe stata viziata da una serie di passaggi sospetti e di pressioni indebite tutte fotografate dall’attività condotte dalle Fiamme Gialle del comando provinciale. In quegli uffici la pratica relativa alla discarica sarebbe stata accompagnata da pressioni illecite che hanno portato alla emissione dei provvedimenti restrittivi. Anche in questo caso regista delle operazioni condotte sottotraccia dall’Ilva sarebbe stato Girolamo Archinà, l’ex potentissimo responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda, in carcere dallo scorso 26 novembre. Per questo all’ex dirigente è stato notificato in cella un nuovo provvedimento restrittivo. In questo capitolo dell’inchiesta condotta dal pool della Procura della Repubblica di Taranto, guidata da Franco Sebastio, non ci sarebbero altri indagati.
Per il gip “l’eventuale delibera all’autorizzazione all’esercizio della discarica avrebbe consentito alla società richiedente Ilva di ottenere consistenti vantaggi patrimoniali atteso che avrebbe permesso lo smaltimento di rifiuti speciali prodotti dallo stabilimento a costi inferiori a quelli che l’azienda avrebbe dovuto sopportare per smaltire all’esterno detti rifiuti”. Ai quattro arrestati viene contestato un tentativo di concussione per costrizione nei confronti di un ex dirigente del settore Ecologia della Provincia, Luigi Romandini, per indurlo a firmare (cosa che non fece, nonostante la minaccia di licenziamento) autorizzazioni in favore dell’Ilva. A Florido, Conserva e Archinà è contestata anche la concussione per induzione per aver costretto il successore di Romandini nello stesso ufficio, Ignazio Morrone, a sottoscrivere l’autorizzazione all’esercizio di discarica per rifiuti speciali nell’area ‘Cava Mater Gratiae’, precedentemente richiesta dall’Ilva.
Ma a far rumore è soprattutto il coinvolgimento di Florido. Tarantino, sposato e con due figlie, con alle spalle una lunga militanza nella Cisl, di cui è stato anche segretario provinciale, è stato eletto per la prima volta nel 2004 e nel 2009 è stato confermato con oltre centomila preferenze. Nel 2007, all’indomani del dissesto finanziario del Comune di Taranto, si era anche candidato sindaco di Taranto con una coalizione di centrosinistra ma al ballottaggio era stato sconfitto dall’attuale sindaco Ezio Stefano, anche lui ingato nella stessa inchiesta per abuso e omissione di atti d’ufficio.
Negli ultimi mesi si era anche parlato di una possibile candidatura di Florido al Parlamento, tant’è che si ipotizzavano sue dimissioni anticipate dalla carica di presidente della Provincia anche in relazione al ventilato scioglimento delle stesse Province, cosa che poi non si è più verificata. E comunque la maggioranza di centrosinistra votò in aula, in Consiglio,un documento chiedendogli di restare alla guida dell’ente. Da vedere adesso che accade in Provincia perché all’indomani delle dimissioni del vice presidente Costanzo Carrieri, del Pd, eletto presidente del consorzio Asi, non sarebbe stata formalizzata la nomina di un nuovo vice presidente, mentre la delega all’Ambiente lasciata da Conserva è stata subito trasferita a Giampiero Mancarelli, del Pd, che è anche titolare del Bilancio.
“Non ho idea di quali siano gli elementi di prova che riguardano Florido – ha commentato Michele Emiliano, sindaco di Bari e presidente regionale del Pd – ma è una cosa che mi addolora perché è un presidente di Provincia del mio partito che conosco bene”. “Per mancanza di indirizzo politico – ha detto anche Emiliano sulla vicenda Ilva – non si capisce se dobbiamo andare fino in fondo senza guardare in faccia a nessuno o se bisogna trovare un punto di equilibrio sulla ragione di stato, cioè sul fatto che non ci possiamo permettere di chiudere l’Ilva senza trovare un’alternativa occupazionale”. “In questa vicenda – ha aggiunto – è chiaro che è possibile che qualche soggetto politico che aveva il controllo dei controlli sia rimasto impigliato perché non è facile il ruolo del sindaco di Taranto, così come quello del presidente della Provincia di Taranto e del presidente della Regione”.
“L’arresto del presidente della Provincia – è l’opinione del leader dei Verdi Angelo Bonelli, consigliere comunale a Taranto – dimostra drammaticamente per i tarantini che un sistema politico ha lavorato per anni per nascondere la verità ai cittadini perché era colluso con chi inquinava e come dice la procura di Taranto con chi ha provocato inquinamento, malattie e morte”.

1° Maggio autorganizzato a Taranto, musica e confronto per i diritti negati
“SI ai diritti, NO ai ricatti – lavoro? Ma quale lavoro?!”
Parco Archeologico delle Mura Greche dalle ore 10:00 alle ore 24:00

Il Comitato spontaneo e apartitico Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti promuove il “1° MAGGIO DI LOTTA – SÌ AI DIRITTI, NO AI RICATTI”: politica dal basso e musica. Saranno presenti artisti locali e nazionali e movimenti che lottano per la riappropriazione dei propri diritti. Una giornata di denuncia e confronto incentrata sulla crisi del lavoro che coinvolge tutta la nazione.
1 Maggio autorganizzato a Taranto

PERCHE’ A TARANTO?
Vogliamo dare un segnale forte: ripartire da qui per ribaltare le sorti di un sistema che continua a stuprare il territorio disseminando veleni che provocano danni irreversibili alla salute ed all’ambiente, facendo leva sul ricatto occupazionale. Taranto vanta, suo malgrado, circa il 40% di disoccupati, precarietà diffusa, devastazione sociale, gli effetti di una colonizzazione industriale e militare. Svilupperemo la tematica attraverso musica, dibattiti, laboratori e giochi per bambini, proiezioni, installazioni, autoproduzioni artigianali e altro.

DOVE?
L’evento si terrà nell’area del Parco Archeologico di Solito – Corvisea, una delle poche aree verdi della città, a molti sconosciuta, che vede la presenza di importanti testimonianze storiche, come i resti del circuito murario di età greca che proteggeva i quartieri orientali della città. La gestione dell’area oggi è affidata all’impegno e alle “buone pratiche” di associazioni, giovani, anziani, residenti e fruitori che con la forza delle proprie idee si stanno impegnando per ridarle vita. Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti si impegna a salvaguardare gli sforzi compiuti fino ad oggi.

CHI PARTECIPA?
Francesco Baccini, Luca Barbarossa, Bonomo, Pierpaolo Capovilla, Chitarre e Tammorre, Diodato, Elio Germano e le Bestie Rare, Fido Guido, Lady Coco, Leitmotiv, Luminal, Fiorella Mannoia, Nadàr Solo, Officina Zoè, Orchestra Popolare Ionica, Michele Riondino & the Revolving Bridge, Andrea Rivera, Sciamano & Mosca 58, Riccardo Sinigallia, Daniele Sepe, Tarentum Clan, The Niro, Giovanni Truppi.

Movimenti e Associazioni che sino ad ora hanno aderito alla manifestazione per portare la testimonianza del loro percorso: Associazione a Sud, Associazione Economia per i Cittadini, Blocchi Precari Metropolitani, Centro Art Village, Collettivo Exit, Comitato Pugliese per Acqua Bene Comune, Laboratorio Omar Moheissi Arci di Guagnano e Villa Baldassarri, Le Sciaje, No al Carbone, No Triv, Taranto Supporters. Invitiamo le associazioni che volessero aderire all’evento a contattarci all’indirizzo comitatocittadinioperaitaranto@gmail.com.

IO NON DELEGO, IO PARTECIPO… ANCHE L’1 MAGGIO! Chiunque voglia adoperarsi per la buona riuscita di questo evento scriva a unomaggiotaranto@gmail.com.

L’accesso a questo evento è completamente GRATUITO, lo stiamo organizzando con le nostre sole forze con tutte le difficoltà che potrete certamente immaginare. Chi volesse aiutarci alla realizzazione di questa giornata, con un contributo anche simbolico, può effettuare un bonifico alle seguenti coordinate bancarie: APS Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, IBAN: IT23C0335967684510700153304, Causale: erogazione 1 maggio.

quelli che...

 

L’ILVA HA DISTRUTTO TUTTI I TESORI DI TARANTO
14 aprile 2013 referendum anti-Ilva

Taranto subisce una situazione disastrosa, l’inquinamento più elevato d’Europa, malattie gravissime (leucemie, linfomi, tumori, malattie respiratorie, disfunzioni immunitarie) ed una crisi economica spaventosa.

Questa situazione è intollerabile

Vogliamo costruire una nuova città che possa tutelare la salute, l’ambiente ed il lavoro, grazie alle millenarie risorse del territorio (porto, turismo, agricoltura, maricoltura, storia, archeologia, artigianato, tradizioni, ecc.)
È arrivato il momento di cambiare un’epoca

Il 14 aprile 2013 si svolge un referendum popolare per fare esprimere i cittadini sul futuro di Taranto

SÌ AL REFERENDUM ANTI-ILVA

referendumilva.wordpress.com

 

Giunge a Roma l’indignazione dei cittadini di Taranto:
“La nostra vita ha un valore inestimabile”

Dopo l’imponente manifestazione di domenica 7 aprile a Taranto per la salute e l’ambiente (vedere link sotto riportato), oggi martedì 9 aprile 2013 una delegazione di diverse associazioni tarantine è a Roma a manifestare con un sit-in a piazza Montecitorio. Il sit-in inizierà alle ore 10. Lo scopo e’ di spiegare a deputati e giornalisti la gravita’ della situazione e la necessita’ si abrogare la legge 231/2012 (nota come “Salva-Ilva”).
Oggi la Corte Costituzionale si esprimera’ su tale legge: il GIP di Taranto Patrizia Todisco ha riscontrato 17 vizi di costituzionalita’. Il WWF nazionale a questo proposito interviene oggi di fronte alla Corte Costituzionale con il proprio legale presentando due memorie che fanno riferimento a ordinanze e sentenze della Consulta e richiami alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea aderendo pienamente alle argomentazioni sollevate dalla magistratura di Taranto contro il Decreto Legge del Governo (DL 207/2012 convertito nella legge 231/2012).

A guidare la delegazione e’ Paola D’Andria, presidente dell’AIL di Taranto, “donna metallo”, simbolo di una protesta che si manifestera’ oggi a Roma, in piazza Montecitorio. Infatti Paola D’Andria e’ una delle persone a cui e’ stato riscontrato un considerevole quantitativo di piombo nell’organismo. La rappresentante dell’AIL portera’ ai parlamentari le proprie analisi – effettuate presso l’Universita’ di Bari – da cui risulta piombo in eccesso nelle urine. Una ulteriore conferma della presenza di piombo a Taranto (metallo pesante presente in eccesso nel quartiere Tamburi di Taranto, vicino all’Ilva, tanto da obbligare alla bonifica delle aree verdi) e’ giunta dalle analisi sul sangue di nove bambini tra i 3 e i 6 anni residenti vicino al polo industriale di Taranto. Nel corpo dei bambini e’ stato riscontata una concentrazione di piombo tale da suscitare la preoccupazione dei pediatri dell’ACP (vedere link sotto riportato).

NOTA PER I GIORNALISTI: per contatti con la delegazione a Montecitorio contattare Alessandro Marescotti 3290980335.

Della delegazione proveniente da Taranto fanno parte rappresentati delle seguenti organizzazioni
Ail (Associazione Italiana Lotta alle Leucemie)
Comitato Quartiere Tamburi
Comitato Vittime del Lavoro
PeaceLink
Studenti di Taranto (Superiori e Universita’)
Taranto Respira
Tribunale diritti del Malato
Verdi

Le analisi del sangue dei bambini a Taranto sono state finanziate dal Fondo Antidiossina Taranto e da PeaceLink.

 

Taranto 7 aprile 2013. Io c’ero. Le foto della manifestazione

clicca qui
taranto7aprile

 

7 aprile 2013 grande manifestazione a Taranto

A noi tutti spetta prenderci una giusta e civile rivincita contro la malapolitica e gli inquinatori, perché Taranto sia libera, finalmente libera
aderisci all’appello, clicca qui
E’ un appello per cancellare la legge 231/2012 che toglie alla magistratura la possibilità di sequestrare gli stabilimenti inquinanti definiti di “interesse strategico”. Occorre abolire questa legge perché è una ciambella di salvataggio per tutte le industrie inquinanti. Con la tua firma aderisci alla manifestazione di Taranto del 7 aprile e alla mobilitazione nazionale per cancellare la legge 231/2012.
Per contatti: taranto7aprile@gmail.com

Appuntamenti in preparazione della manifestazione

2 aprile, salone parrocchiale san pasquale, corso Umberto, h 17.30 – incontro con il missionario comboniano padre Dario Bossi, impegnato nella difesa delle popolazioni brasiliane nella zona in cui viene estratto il minerale di ferro che è poi trasferito a Taranto per l’Ilva dalla multinazionale Vale. Sarà accompagnato da Giulio Di Meo, fotografo ed autore del libro “Pig Iron”.

3 aprile, ORE 16.00 Facoltà di Giurisprudenza, via Duomo, ex Convento di San francesco – incontro di studio sulla legge conosciuta come “salva-Ilva”

5 aprile, salone parrocchiale san pasquale, corso Umberto, h 17.30 – reading “taranto, l’iva e i tarantini, tra musiche e parole” musiche di luciano manna, testi di alessandro marescotti

7 aprile – ORE 10.30 Partenza davanti Arsenale (Via Di Palma), arrivo P.zza Vittoria (Taranto)

9 aprile – ORE 10.00-14.00 piazza montecitorio, roma – sit in in occasione dell’udienza pubblica della Corte Costituzionale che valuterà la legittimità costituzionale del decreto-legge n. 207 del 3 dicembre 2012 (cosiddetto salva-ilva), questione sollevata dai Magistrati del Tribunale di Taranto. ”Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o a essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico” (dall’Ordinanza del Gip di Taranto)

Dalle 15.00 alle 18.00 sempre il 9 aprile in piazza montecitorio saremo con le associazioni che chiedono ai nuovi eletti di difendere ovunque i Diritti Umani e la legalità. No all’acquisto di cacciabombardieri e alle forniture di armi alla Siria, no all’opera di chi continua a creare le condizioni per interventi armati illegittimi – Presidio organizzato da NOWAR e PeaceLink

“Solo alla fine. Solo, alla nascita. Solo, alla fine.Un VideoDoc di Gerardo Guarini”

 

Bufera a Taranto. «Bonifica, ma l’Ilva non rispetta i patti»

la gazzetta del mezzogiorno, 13 marzo 2013

L’Ilva non sta rispettando le prescrizioni previste dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale firmata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo scorso 26 ottobre e dunque sta continuando ad inquinare, aumentando il danno ambientale già in atto.

A sostenerlo, con una vera e proprio comunicazione di reato inviata alla Procura lo scorso 13 febbraio sono il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, il direttore scientifico Massimo Blonda e il funzionario Simona Sasso.

Il documento, sia pure largamente omissato, è stato depositato ieri mattina dai sostituti procuratori Giovanna Cannarile e Remo Epifani dinanzi al tribunale dell’appello, chiamato a valutare i ricorsi presentati dai legali dell’Ilva per ottenere la revoca degli arresti domiciliari a cui è sottoposto dal 26 luglio scorso l’ex presidente Nicola Riva e l’annullamento del provvedimento con il quale il gip Patrizia Todisco ha disposto la vendita dell’acciaio sequestrato lo scorso 26 novembre in quanto ritenuto frutto del reato.

I pubblici ministeri hanno depositato solo un piccolo stralcio dell’informativa dell’Arpa per sottolineare il rischio di reiterazione del reato in caso di ritorno in libertà di Nicola Riva, un rischio che toccherà al tribunale apprezzare (i legali dell’Ilva hanno ovviamente sottolineato che certo la situazione non può cambiare in caso di revoca della custodia cautelare, avendo Nicola Riva lasciato tutte le cariche societarie) ma nel frattempo il documento dell’Arpa apre scenari tutti da valutare.

Proprio mentre gli ispettori dell’Ispra tornano a Roma, concludendo la visita all’Ilva per verificare il rispetto dell’Aia con un bilancio che in alcuni casi (o come ai bei tempi andati?) assume addirittura toni trionfalistici, piomba la censura, pregna di aspetti penalmente rilevanti, dell’Aspra.

 

Ambiente svenduto: Assemblea di preparazone della grande manifestazione a Taranto il 5 aprile 2013

Martedì 12 marzo 2013, alle ore 18.30, presso il Centro “Magna Grecia”, in via Zara 121 a Taranto, si terrà la seconda assemblea pubblica tra cittadini e associazioni convocata per stabilire i criteri ele modalità organizzative che daranno vita alla nuova manifestazione che si dovrebbe svolgere nella serata del giorno 5 aprile p.v.

Tra i manifestanti ci dovrebbe essere anche una larga partecipazione di medici e di personale sanitario in camice bianco che sfileranno uniti e compatti all’inizio del corteo insieme con le mamme ed i loro bambini. Possibile anche la partecipazione di degenti in carrozzella e su lettini mobili.

La nuova e grande manifestazione avrà lo scopo di portare in piazza, oltre a tutti i cittadini, soprattutto coloro che lavorano presso gli ospedali e presso tutte le strutture sanitarie, principali testimoni di un’emergenza, ormai nota, che ha colpito la provincia jonica a causa dell’ inquinamento e a causa della presenza dei grossi impianti industriali che rendono difficile la vita a tanti bambini e a tutti cittadini, soprattutto quelli residenti nel quartiere Tamburi. Ricordiamo che l’adiacente agglomerato industriale, nel suo complesso, ricopre un’area pari ad oltre due volte e mezza quella sulla quale insiste il centro urbano di Taranto.

Quella di domani sara’ un’assemblea senza sigle (non e’ promossa, per esempio, da Peacelink o dal Fondo Antidiossina di Taranto) ed è finalizzata a contestare il Governo e chi ha sostenuto e promosso il cosiddetto “decreto Salva-Ilva”, convertendolo in legge. Pertanto, il 5 aprile si organizzerà una manifestazione per dare, ancora una volta, un segnale forte di sostegno alla magistratura di Taranto, in un momento in cui la Corte Costituzionale (9 aprile p.v.) dovrà decidere il futuro di questa città e il futuro di tante vite umane che continuano ad ammalarsi e a morire a causa dell’inquinamento.

Invitiamo, dunque, i cittadini a partecipare all’assemblea di domani per sostenere l’evento programmato per il 5 aprile e per aiutarci a divulgarlo e ad organizzarlo.
Grazie

Fabio Matacchiera (Fondo Antidiossina Taranto)
Alessandro Marescotti (Peacelink)

 

Incidente all’Ilva, un morto e un ferito
sospesa attività dello stabilimento

la repubblica, 28 febbraio 2013

Un operaio morto sul colpo. Un altro ferito gravemente. Bilancio drammatico per una nuova alba di sangue nelle cokerie Ilva. I due lavoratori sono precipitati da un’altezza di circa dieci metri, subito dopo un intervento di manutenzione. Sul terreno è rimasto Ciro Moccia, 42 anni manutentore del reparto dell’area a caldo, assunto nello stabilimento nel 2002. L’operaio ferito, invece, è Antonio Liddi, di 46 anni dipendente della ditta MR.

L’impianto era in via di rifacimento e stanotte una squadra di manutentori era intervenuta per ripristinare un binario della macchina caricatrice della cokeria. Stando ad una primissima ricostruzione, i lavoratori sono caduti nel vuoto quando ha ceduto una lamiera utilizzata come copertura provvisoria. Per Moccia, nativo di Portici, ma residente a Taranto non c’è stato nulla da fare. Liddi è stato subito soccorso e condotto in ospedale. Le sue condizioni sono gravi ma non dovrebbe essere in pericolo di vita.

In segno di cordoglio, la direzione della fabbrica “con profondo dolore” ha sospeso tutte le attività. La tragedia di questa mattina è la terza nel giro dei quasi quattro mesi. Lo scorso 30 ottobre nel reparto movimento ferroviario perse la vita Claudio Marsella, operaio di ventinove anni. Il giovane rimase schiacciato tra due convogli. Il 29 novembre, invece, il tornado che spazzò Taranto, uccise Francesco Zaccaria, un gruista dell’Ilva che era al lavoro nella zona portuale.

L’incidente è avvenuto alla batteria 9 delle cokerie. Nella fabbrica è stato subito proclamato uno sciopero unitario di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, i sindacati dei metalmeccanici.
“Dopo alcuni anni in cui non si verificavano incidenti mortali, tre morti nel giro di pochi mesi sono fatti gravi e inaccettabili”. Lo ha detto Marco Bentivogli, segretario nazionale Fim Cisl, a proposito dell’ultimo incidente sul lavoro all’Ilva di Taranto. “È inaccettabile che i lavoratori rischino la vita nella prestazione della loro opera in un azienda in funzione; è ancor più assurdo che la perdano nel settore di una fabbrica che è fermo”. Così Mario Ghini, segretario nazionale della Uilm e responsabile per il settore della siderurgia ha commentato l’incidente mortale.

 

L’AIA è diventato il libro dei buoni propositi senza copertura finanziaria e senza garanzia di realizzazione

15 febbraio 2013
Peacelink, in un comunicato stampa a firma di Alessandro Marescotti e Fulvia Gravame, denuncia che “manca l’impegno di spesa deliberato dal Consiglio di Amministrazione di Ilva per avviare quanto l’AIA richiede”. “Se l’azienda non delibera gli investimenti e non li mette a bilancio, tutto rimane aria fritta”.

Abbiamo incontrato il Garante dell’AIA in data odierna e gli abbiamo rappresentato i dubbi in merito all’attuazione delle prescrizioni contenute nell’AIA da parte del management ILVA e alla capacità effettiva delle istituzioni di realizzare i controlli necessari. La storia insegna che spesso si è dato per scontato che l’azienda realizzasse quanto promesso, salvo scoprire in un secondo momento che così non era.
Non basta che il Garante crei un sito web per seguire l’evolversi dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Il punto è che manca l’impegno di spesa deliberato dal Consiglio di Amministrazione di Ilva per avviare quanto l’AIA richiede. Marca cioè il cosiddetto “piano industriale” con gli investimenti e la relativa copertura finanziaria. L’azienda deve dimostrare di avere i capitali per fare le cose previste nell’AIA. Se l’azienda non delibera gli investimenti e non li mette a bilancio, tutto rimane aria fritta. L’AIA è diventato il libro dei buoni propositi senza copertura finanziaria e senza garanzia di realizzazione. E oggi assistiamo al riproporsi della “politica degli annunci” a cui ci hanno abituato da anni. Annunci a cui non seguono fatti. L’AIA è ormai il paravento tecnico dietro il quale si nasconde il nulla.
L’esempio eclatante è quello dalla copertura dei nastri trasportatori, oggetto di un’intesa istituzionale tra la Regione Puglia, gli Enti Locali e l’ILVA nel 2006. Secondo il presidente della Regione Puglia Vendola essa era stata completata. Il governatore si era basato su alcune pubblicazioni dell’azienda stessa, in base alle quali l’Ilva diceva di aver realizzato nel 2009 la copertura dei nastri trasportatori. Il punto è che nessuno era andato a controllare in loco!
La questione di cui parliamo non è tanto tecnica: è una questione di credibilità delle istituzioni. La storia infinita dei nastri trasportatori fa il paio con il campionamento in continuo della diossina che doveva essere realizzato da quattro anni: nel febbraio 2009.
Vendola aveva garantito il campionamento continuo della diossina addirittura di fronte alla telecamera delle Iene. Ad oggi non funziona ancora. E’ incredibile ma è vero: quattro anni di ritardi!
I cittadini non possono andare a controllare, ma le istituzioni che firmano intese o fanno le leggi devono controllare altrimenti perdono di credibilità politica e incorrono – a nostro parere – anche nella corresponsabilità dell‘inquinamento in corso. Chi omette di controllare qualcosa da cui dipende la salute dei cittadini mette in atto, tramite una condotta fatta di rinvii continui, un comportamento omissivo che a nostro parere è rilevante non solo politicamente ma anche sotto il profilo penale.
Venendo all’attuazione dell’AIA concessa ad ottobre 2012, constatiamo che rimangono ancora scoperti i nastri trasportatori che dovevano essere già coperti nel 2009 e questo è veramente grattesco!
I nastri trasportatori trasferiscono le materie prime dell’Ilva dal porto alla fabbrica (nei “parchi minerali”). L’unica parziale e limitata copertura che ci risulta realizzata è quella sopra le arterie stradali. Ma il resto è tutto da fare.
Nonostante la copertura fosse prevista entro il 26 gennaio 2013 (tre mesi dopo la firma dell’AIA in data 26 ottobre 2012) le autorità ora si accorgono che un impegno preso nel lontano 2006 (atto d’intesa Vendola-Ilva) non è stato portato a termine. Apprendiamo dalla stampa che l’azienda chiede ora una proroga addirittura fino al 2015. Se questa è la “storia infinita” dei nastri trasportatori, possiamo immaginare quale sarà il copione che ci aspetta per i parchi minerali, la cui copertura è ancora più impegnativa e costosa e prevede tre anni di tempo perché sia completata. Tre anni che non hanno alcuna giustificazione tecnica. Vengono offenti tre anni di tempo all’Ilva perché quella copertura costa troppo: un miliardo di euro. E’ un impegno di spesa che l’azienda cerca di rinviare il più lontano possibile nel tempo.
La questione dei ritardi tocca anche il nodo nevralgico dello scarico delle materie prime per l’Ilva nel porto: non è avvenuto il cambio radicale di scarico della nave che superi il rudimentale sistema della benna, che disperde le polveri al vento. Occorreva in particolare un sistema sigillato che senza benne portasse su un nastro direttamente dalle stive delle navi ai parchi minerali le materie prime, completamente coperto e sigillato, senza dispersione alcuna di polveri, come accade in altri porti evoluti. La questione era urgente dato che nel 2009 la magistratura – a causa dell’inquinamento provocato – aveva posto sotto sequestro quell’area di scarico (con facoltà d’uso). Vogliamo ricordare che il 7 aprile 2011 era stato siglato un accordo fra il sindaco di Taranto Stefàno, il contrammiraglio Giuffrè (Autorità Portuale), il capitano di vascello Zumbo (Capitaneria di Porto) e Archinà (Ilva) allo scopo di adottare “idonei sistemi e procedure atte ad evitare ovvero contenere!
la caduta in mare di materiale minerale e fossile”. Che ne è stato di quell’accordo?
Tutti questi esempi sono di un’evidenza estrema: bastava controllare per constatare che i lavori non venivano realizzati. Non occorre essere chimici, biologi, pediatri o epidemiologi per rilevare a colpo d’occhio delle inadempienze madornali e macroscopiche.
Questo gioco di rinvii deve terminare perché i periti della Procura hanno documentato che a Taranto due persone al mese muoiono per inquinamento industriale.
Seguiremo l’AIA non per consentire che sia prolungata di altri mesi questa strage silenziosa ma per denunciare e smascherare il copione dei rinvii. L’AIA prevederà altri rinvii con la copertura dei decisori politici. Noi riteniamo che continuare a rinviare per mesi o anni mentre esiste un problema sanitario acclarato e incombente sia assolutamente inaccettabile.
Ormai il tempo degli annunci è finito. Siamo al capolinea di una storia fatta di continue attese. Chi ha governato si è prestato al gioco e dovrà risponderne ai cittadini e speriamo anche alla magistratura.

 

Uova alla diossina, rischio confermato

di seguito il comunicato stampa di Peacelink, 22 gennaio 2013

Dopo il comunicato di ieri ( clicca qui per leggerlo ) in cui rivolgevamo alla Regione Puglia domande in merito alle misure cautelative da prendere perché le uova non vengano contaminate dalla diossina e affinché la popolazione sia anche informata dei rischi di contaminazione delle lumache e della cacciagione nelle aree contaminate, riceviamo dalla dottoressa Annamaria Moschetti, nota pediatra attenta a tali problematiche, una dettagliata documentazione.
Da essa risulta che quanto segnalato da PeaceLink ha un effettivo fondamento e una effettiva giustificazione in quanti i servizi veterinari della ASL si stanno attivando per segnalare ai sindaci di Taranto e provincia il rischio diossina, e questo è probabilmente frutto delle segnalazioni da noi fatte in passato (si veda qui).

Sulla base di una informativa dei servizi veterinari della ASL di Taranto, il sindaco di Palagiano ha emanato una comunicazione ufficiale con cui si informa che è sconsigliabile raccogliere lumache in terreni incolti, che è da evitare la caccia di fauna selvatica e che l’allevamento di galline ovaiole da cortile per l’autoconsumo “deve essere attuato con rigorose cautele”.

Tutto questo in relazione alla prevenzione del rischio di contaminazione degli alimenti di origina animale da diossine e PCB, come richiesto dal dott. Teodoro Ripa, del Dipartimento di Prevenzione, Servizi Veterinari ASL Taranto.

Chiediamo che tale comunicazione venga emanata anche dai sindaci di Crispiano, Martina Franca, Massafra, Monteiasi, Statte e – soprattutto – dal sindaco di Taranto, alla cui attenzione è indirizzata l’informativa del dott. Ripa.

Occorre dare a questa comunicazione ampia ed effettiva diffusione, dato che attualmente l’opinione pubblica non ne sa niente e che siamo venuti a conoscenza di tale documentazione solo grazie alla pediatra Annamaria Moschetti.

Alessandro Marescotti
Presidente di PeaceLink

 

Assemblea pubblica sabato 12 gennaio a Taranto

Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti invita cittadini e lavoratori all’assemblea pubblica che si terrà sabato 12 gennaio alle ore 10:30 dinanzi a Palazzo di città durante la quale si discuteranno le ultime novità sul caso Ilva S.p.a.

PROPOSTE:

per tutelare la salute: il fermo immediato degli impianti inquinanti;
per tutelare l’ambiente: l’avvio delle bonifiche;
per tutelare il reddito dei lavoratori diretti e indiretti dell’Ilva: la conferma della confisca dei materiali sequestrati, unica garanzia per l’avvio delle bonifiche e per consentire agli operai di avere un reddito per i prossimi anni durante il quali il nuovo governo avrà modi e tempi per pianificare insieme ai cittadini le giuste soluzioni che auspichiamo da mesi;
per il futuro della città: contribuire tutti a costruire e mettere in atto alternative economiche ed occupazionali non impattanti sull’ambiente e sulla salute che valorizzino le risorse del territorio

referendumilva.wordpress.com

IN 20MILA IN PIAZZA A TARANTO
ma i media nazionali hanno censurato la manifestazione di
sabato 15 dicembre 2012
per la SALUTE, il LAVORO, l’AMBIENTE, il REDDITO, la CULTURA
e contro il Decreto legge “Salva Ilva”

ecco il video

Manifestazione “TARANTO LIBERA” – Sabato 15 dicembre 2012
Concentramento alle ore 16:30 in Piazza Sicilia
CHI INQUINA PAGA

di seguito il comunicato stampa del Comitato15dicembre
Il 15 Dicembre le strade di Taranto saranno protagoniste del Corteo “Taranto Libera” organizzato dal comitato15dicembre che raccoglie cittadini di Taranto e non uniti per l’occasione.
Il corteo, che partirà da Piazza Sicilia e giungerà in Piazza della Vittoria, scenderà in strada per i diritti ineludibili della SALUTE, del LAVORO, dell’AMBIENTE, del REDDITO e della CULTURA e CONTRO il Decreto Legge “Salva-Ilva”.

Il provvedimento, firmato dal Presidente della Repubblica il 3 Dicembre, permette allo stabilimento siderurgico tarantino ILVA s.p.a. di continuare a produrre nonostante le ordinanze dell’autorità giudiziaria che ne ha sequestrato gli impianti lo scorso 26 Luglio poiché non rispondenti alle normative a tutela della salute e dell’ambiente.

Il nuovo decreto legge compromette i principi costituzionali legati al rispetto dell’ambiente e alla garanzia della salute dell’individuo e valuta il diritto alla vita dei tarantini meno importante della corsa capitalistica di un imprenditore agli arresti.
A fronte di tutto ciò il comitato15dicembre manifesta per:

SALUTE
perché il diritto alla vita non accetta compromessi

REDDITO
per garantire un‘esistenza dignitosa ai lavoratori e ai cittadini di Taranto dopo cinquant’anni di ricatto e inquinamento

AMBIENTE
perché non permetteremo più che il nostro territorio venga sfruttato e devastato in nome del profitto

OCCUPAZIONE
perché il deserto creato attorno al colosso d’acciaio conta il 40% di disoccupazione e innumerevoli attività storiche (pescicoltura, mitilicoltura, agricoltura) distrutte a causa dello sviluppo selvaggio

CULTURA
perché da qui parta la nuova idea di sviluppo.
Il corteo terminerà in Piazza della Vittoria dove numerosi artisti si esibiranno gratuitamente in concerto per dare il proprio sostegno alla causa. Non ci saranno interventi dal palco e vi invitiamo a NON ESIBIRE
simboli associativi o partitici di alcun tipo.
Siete tutti invitati a decidere del vostro futuro.

Non è più ammissibile che la città di Taranto venga condannata per gli sporchi interessi di pochi e che un decreto legge, ultima azione statale, sacrifichi ancora una volta le nostre esistenze.

CHIEDIAMO che lo Stato non volti nuovamente le spalle a questa città e alla sua provincia ma vigili e sostenga in ogni modo, anche finanziariamente, le bonifiche di tutto il territorio contaminato dall’inquinamento dell’industria pesante nel più breve tempo possibile.

PRETENDIAMO il risarcimento da parte di chi ha danneggiato il territorio e i suoi cittadini, con sequestro immediato e alienazione dei beni mobili e immobili.

DICHIARIAMO sdegno nei confronti dei rappresentanti istituzionali che hanno agevolato il processo di distruzione del territorio ionico e opposizione critica verso le forze politiche e partitiche che hanno approvato supinamente le ultime misure governative pro ILVA e, di conseguenza, che hanno autorizzato attività produttive altamente inquinanti.

PRETENDIAMO che qualsiasi decisione di rilevanza sociale, politica ed economica per Taranto venga presa assieme a tutte le parti sociali che la rappresentano.

PRETENDIAMO di vivere in una città in cui esistano alternative alla monocultura dell’acciaio. Le vocazioni territoriali e le tradizioni non devono più essere sacrificate in nome del profitto: l’aria, la terra, l’acqua devono essere tutelate e viste come risorse indispensabili e
preziose utili alla costruzione di un reddito dignitoso e salubre.

Perché tutto questo parta dalla Cultura e dall’intero sistema di trasmissione della conoscenza unico motore endogeno di sviluppo anche economico. «Non esiste un costo, in termini di salute, sopportabile in uno Stato civile per le esigenze produttive e non è accettabile che il presente e il futuro dei bambini di Taranto sia segnato irrimediabilmente. Nessun ragionamento di carattere economico e produttivo dovrà e potrà mai mettere minimamente in dubbio questo concetto».

Per info: comitato15dicembre@gmail.com

Condannati i responsabili della morte di Antonino Mingolla. Un abbraccio grande alla moglie Francesca, protagonista del documentario La Svolta. Donne contro l’Ilva

12.12.2012
Sono stati finalmente riconosciuti colpevoli e quindi condannati i responsabili della morte di Antonino Mingolla, l’operaio che nel 2006 è morto ucciso dal gas mentre lavorava su un impianto nell’Ilva di Taranto. La moglie di Antonino, Francesca Caliolo è una delle protagoniste del documentario “La Svolta. Donne contro l’Ilva”. Una donna straordinaria che con tenacia, mai con rabbia, con sana coerenza si è battuta per il riconoscimento di una verità giuridica che non aveva e non poteva avere dubbi circa le colpe, gravi e colpevoli, della “mancanza totale di sicurezza” nell’acciaieria più grande d’Europa. In questi anni Francesca non ha lottato soltanto per se, per i suoi figli, per suo marito, ma per tutti quegli operai, quei lavoratori che ogni giorno escono di casa con l’ambizione di contribuire a costruire un futuro per se e la propria famiglia, per l’umanità azzarderei (e non è un azzardo) ma che inesorabilmente cadono sotto i colpi di un’ingordigia che va sotto il nome di progresso ma che è solo squallida e ignobile accumulazione del capitale finalizzata all’ottenimento del profitto a tutti i costi, anche a costo di una vita umana.

Operaio ucciso dal gas killer – condannati responsabili Ilva
“Mancanza totale di sicurezza”. L’incidente mortale sull’Altoforno 1 nel 2006, costato la vita ad Antonio Mingolla. Due anni anche ai dirigenti della ditta appaltatrice

di GIULIANO FOSCHINI
La Repubblica, 12.12.2012
I responsabili dell’Ilva condannati con i dirigenti di una delle ditte appaltatrici a due anni per concorso in omicidio colposo, per la morte di un operaio, stroncato dal gas killer fuoriuscito dall’Altoforno 1: Antonio Mingolla, ucciso nel 2006 a 46 anni dalle esalazioni che lo hanno investito mentre, in assenza di adeguate misure di sicurezza, lavorava all’interno dell’Ilva.

La sentenza è arrivata nel pomeriggio, e ad ascoltarla c’era anche la vedova Francesca Caliolo, parte civile nel processo e, da allora, rappresentante della Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro. Condannati per le gravi carenze sul fronte della sicurezza che sono costate la vita all’operaio, dipendente di una ditta esterna del siderurgico, sei tra uomini Ilva e responsabili dell’impresa dell’indotto. Tra loro nessun dirigente di primo piano. Il sistema delle deleghe a cascata li ha messi al riparo dalla giustizia.

Condannati per il reato di concorso in omicidio colposo Alfredo De Lucreziis, tecnico d’area energia manutenzione meccanica dell’Ilva; Antonio Assentato, capo cantiere della ditta Cmt; Piero Mantovani, titolare della società “Smi sas”, ditta subappaltatrice della Cmt; Angelo Lalinga, responsabile di produzione, distrubuzione e trattamento acque, soffiaggio vapore aria e gas dell’Ilva; Mario Abbattista, capo reparto energia, aria e gas dell’Ilva; e Francesco Ventruto, responsabile del servizio di prevenzione e protezione rischi per la sicurezza e salute durante il lavoro.

L’operaio, il giorno dell’incidente, stava smontando una grossa valvola, quando fu ucciso da un gas potentissimo, nell’area dell’Altoforno 1, la centrale elettrica chiusa nei giorni scorsi per manutenzione, come primo passa nell’adeguamento dettato dalla nuova Aia. Antonio Mingolla, padre di due figli, di Mesagne, morì fulminato dal gas, incolore e inodore, ad altissima concentrazione tossica, fuoriuscito dalla conduttura alla quale stava lavorando. L’ operaio, dipendente della società appaltatrice tarantina C.m.t., stava operando con un collega su una passerella posizionata a venti metri d’altezza. Ha respirato quel potente veleno, chiamato in gergo “gas povero da altoforno”, che lo ha ucciso praticamente sul colpo.

Per tentare di salvarlo due colleghi rischiarono la vita. Le indagini hanno chiarito che la fatalità giocò un ruolo marginale quel giorno. Le relazioni dei periti e degli ispettori del lavoro hanno tracciato uno spaccato inquietante. Sintomatica l’assenza in un luogo a rischio di una bomboletta da almeno due litri, che avrebbe potuto salvare la vita all’operaio consentendogli di fuggire dall’ambiente saturo di monossido di carbonio. Ma di quelle procedure c’erano labili tracce sul manuale in dotazione agli operai, nel quale però campeggiava la scritta: “L’umorismo migliora l’ambiente di lavoro”.

Cittadinanzattiva su decreto Ilva: gravissimo, i parlamentari non lo votino

“Un decreto che vanifica le disposizioni della magistratura e consente all’Ilva di continuare a produrre contro il diritto alla salute dei cittadini tarantini. Per questo lo bocciamo senza appello e chiediamo ai parlamentari di votare contro per impedirne la conversione in legge”. È quanto afferma Anna Lisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva in merito al decreto del governo sull’Ilva firmato ieri dal presidente della Repubblica Napolitano .

Questo decreto non ci piace per una serie di ragioni:
compromette il rapporto fra due poteri dello Stato che, in un caso come quello tarantino, avrebbe dovuto ispirarsi all’unità degli intenti e delle azioni a tutela dei diritti garantiti dalla Costituzione;
antepone ragioni di strategia industriale alla salute delle persone e al vero diritto al lavoro per come lo definisce la Costituzione, che è il diritto non a un posto di lavoro qualsiasi ma a un lavoro salubre, sicuro, dignitoso;
trasforma in legge un’Aia, autorizzazione integrata di impatto ambientale, che di integrato non ha proprio nulla visto che regolamenta soltanto le emissioni in aria, mentre Taranto è anche mare, cibo e terra inquinati e compromessi;
ripone nuovamente la fiducia dello Stato nella proprietà dell’azienda e concede tempi comodi a interventi di risanamento ambientale che la famiglia Riva ha rimandato in modo colpevole e premeditato ed evitato per anni, facendo ricorso ad ogni strumento lecito e illecito;
a fronte di una possibilissima, ulteriore inadempienza dei Riva, non prevede alcuna forma seria di intervento dello Stato, in termini di esproprio della proprietà, come invece aveva fatto intravedere il ministro Clini in qualche intervista televisiva, e nessuna garanzia fideiussoria comparata alla reale portata degli investimenti necessari, ma solo una sanzione minima rispetto alla gravità della situazione.

“No all’impunità preventiva per tutte le Ilva grandi e piccole d’Italia e subito interventi a tutela della salute e dell’ambiente”

Il comunicato stampa di Legambiente

“Aspettavamo un decreto Salva Taranto e invece abbiamo ottenuto un decreto esclusivamente Salva Ilva, pericoloso per Taranto e per tutta l’Italia”. Così il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza ha commentato le notizie sul decreto Ilva.

Sono molti gli aspetti del Decreto che non convincono: “Si trasforma l’Ilva in un pericoloso precedente che modifica la legislazione ambientale in Italia. D’ora in avanti sarà possibile scavalcare le disposizioni della magistratura al fine di garantire la produzione, consentendo così una sostanziale impunità preventiva – ha sottolineato Cogliati Dezza –. Un governo credibile e all’altezza della situazione deve poter intervenire, invece, in modo straordinario proprio sul fronte della difesa della salute e dell’ambiente per questo ci saremmo aspettati che fossero accolte alcune delle sollecitazioni avanzate dai custodi giudiziari per accelerare il risanamento dell’Ilva e della città”.

Nello specifico, il rispetto dell’Aia rimanda troppo in là gli effetti positivi su questi settori. “Per questo – ha continuato Cogliati Dezza – chiediamo al parlamento di modificare il decreto attivando un piano straordinario di difesa della salute investendo anche sui presidi sanitari di cura e prevenzione e sulle misure di salvaguardia per la popolazione esposta”.

Altro aspetto che preoccupa l’associazione ambientalista riguarda il recupero delle risorse per il risanamento degli impianti e per la bonifica dell’area qualora l’Ilva non rispettasse le prescrizioni, che non viene in alcun modo trattato dal decreto.

“Quanto alla volontà del Governo di voler salvaguardare anche l’ambiente, sono passati oltre 4 mesi dall’approvazione del decreto per le bonifiche ma niente è stato ancora fatto per attivarne il percorso, e questo non testimonia a favore delle buone intenzioni dichiarate dal governo”.

“Il depotenziamento dell’azione dei magistrati concentra poi un potere straordinario del Governo: evidentemente la storia dell’AIA del 2011 non ha insegnato nulla”, ha aggiunto il presidente di Legambiente, che ha concluso evidenziando l’ulteriore assurdità del fatto che i soldi per la figura del Garante saranno tolti dal fondo per la salvaguardia del rischio idrogeologico nel Mezzogiorno.

Giorgio Napolitano firma il decreto sull’Ilva. Peacelink: Costituzione violata! “nel decreto le ragioni economiche dell’azienda acquisiscono priorità sul diritto alla vita e alla salute dei cittadini”

il comunicato stampa di Peacelink, 4 dicembre 2012

In soccorso dell’azienda è sceso anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, firmando un decreto sull’Ilva di Taranto che dà al potere esecutivo una preminenza su quello giudiziario. E’ uno dei più gravi tentativi di violazione della Costituzione mai avvenuti in Italia e va respinto perché i poteri dello Stato devono rimanere indipendenti e non va consentito che il governo blocchi la magistratura.

La situazione è resa ancora più grave in quanto nel decreto le ragioni economiche dell’azienda acquisiscono priorità sul diritto alla vita e alla salute dei cittadini, mentre la Costituzione Italiana subordina le ragioni dell’economia alla difesa della salute e della vita, ritenendo tali diritti inalienabili e incomprimibili.

Tuttavia la partita non è persa e può riservare grosse sorprese in quanto la Procura potrebbe sollevare il conflitto di attribuzione fra i poteri dello stato (ossia fra governo e magistratura).

In tal caso la questione passerebbe all’esame della Corte Costituzionale. E’ un procedimento lungo che durerebbe mesi, nei quali tuttavia gli impianti non verrebbero dissequestrati.

Infatti il conflitto di attribuzione nel frattempo “congelerebbe” il procedimento in corso nello stato attuale, ossia mantenendo l’ordinanza che impone il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti ritenuti “pericolosi” dalle perizie commissionate dalla Procura.

Se la Procura deciderà di sollevare il conflitto di attribuzione, il Decreto del governo avrà fallito nel suo intento immediato, ossia di restituire all’azienda la piena disponibilità degli impianti per produrre come prima,

Passerebbero mesi e la Procura avrebbe il tempo per lanciare l’affondo finale facendo rispettare appieno il principio della “non facoltà d’uso” e bloccando le emissioni cancerogene e nocive con lo spegnimento degli impianti inquinanti.

Ormai è un braccio di ferro e noi sappiamo da che parte stare.
Dall’altra parte ci sono coloro che sono stati intercettati e indagati.

E’ ormai una questione morale, oltre che ambientale, e chiediamo a tutti gli italiani che hanno a cuore la difesa della Costituzione di sostenere la Procura di Taranto, che in questo momento rappresenta lo Stato di diritto, la Costituzione e l’ultimo baluardo a difesa della salute e della vita dei cittadini.

Chiamiamo a raccolta tutti i comitati in difesa della Costituzione e della legalità, tutti i comitati che si battono per l’ambiente e la salute in Italia. Difendere la Procura della Repubblica di Taranto è oggi fondamentale per tutta la nazione.

Domani a Taranto si terrà per l’intera giornata un sit-in sotto la Prefettura e i cittadini scenderanno in strada con la Costituzione in mano. Il 15 dicembre si terrà una manifestazione a cui è importante che partecipino i comitati di cittadini da ogni parte d’Italia.

Taranto è oggi il cuore dello stato di diritto, il luogo simbolo dove far vivere lo spirito e la lettera della nostra Costituzione.

SALVAGUARDARE AMBIENTE E LAVORO A TARANTO
E’ POSSIBILE E NECESSARIO!

comunicato stampa degli Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino
Torino, 27 novembre 2012

E’ notizia di ieri, a seguito dell’arresto di alti vertici aziendali dell’Ilva di Taranto (tra cui padron Riva e suo figlio Fabio), la rappresaglia messa in atto con l’annuncio di voler chiudere definitivamente lo stabilimento di Taranto che offre lavoro a migliaia di persone. Questo dramma si ripercuoterà presto anche agli stabilimenti che il sito rifornisce: Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica. Per migliaia di lavoratori e le loro famiglie si prospetta così l’incubo della disoccupazione e della povertà. Al dramma della devastazione ambientale perpetrato per decenni dallo stabilimento si aggiunge ora anche quello occupazionale, con ripercussioni gravissime sul tessuto sociale di tutta l’area.

Esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori di Taranto e delle altre fabbriche del gruppo, per i quali ci auguriamo il rafforzamento della loro lotta che leghi salvaguardia dell’ambiente, dignità del lavoro e occupazione.

Salvaguardare ambiente e occupazione si può, anzi è necessario.
Dopo decenni di devastazione ambientale occorre risanare l’area dai rifiuti tossici, creando così posti di lavoro utili (non a Riva ma ai tarantini che sono i veri proprietari della fabbrica) e riconvertendo la produzione a lavorazioni non nocive, utili alla società e rispettose di persone e ambiente.

Come è facile intuire non saranno i Riva o il governo a prendere queste decisioni, così come non si adopereranno per trovare le risorse necessarie alla riconversione industriale. Solo i lavoratori, con la lotta per il proprio posto di lavoro, legata alle altre lotte, possono costringere l’Amministrazione locale e il governo a prendere le misure necessarie per salvaguardare ambiente e posti di lavoro.

E’ ora che il governatore della Puglia Nichi Vendola impieghi la stessa passione messa in campo durante la campagna per le primarie del PD in cui ha usato parole come diritti, lavoro, equità e giustizia verso i più deboli occupandosi seriamente della vicenda Ilva. Non come hanno fatto le varie Amministrazioni a vari livelli a Torino (prima Chiamparino e ora Fassino) con la nostra vicenda della ricollocazione lavorativa.

Gli operai dell’Ilva hanno i numeri, la forza e l’esperienza di lotta non solo per occupare lo stabilimento ma anche altri centri nodali come strade, aeroporto, porto e base militare; hanno la conoscenza e la capacità per gestire lo stabilimento senza le manovre e la sete di profitto di Riva & Co.; hanno l’abilità di sfruttare ogni ambito (trattative a vari livelli, mobilitazioni di piazza, occupazioni, ecc.) di lotta per portare a casa l’unico risultato utile: la ripresa dell’attività (anche riconvertita ad altre produzioni) e le dovute bonifiche.

Solidarietà a chi lotta per la dignità del lavoro!
La soluzione siamo noi lavoratori! Tutto dipende da noi!

Politici, giornalisti e sindacalisti: tutti i tentacoli del “sistema gelatinoso dell’Ilva”

Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2012

I rappresentanti delle istituzioni locali, la stampa e le televisioni, le parti sociali e anche qualche agente di polizia ‘infiltrato’: è un sistema onnicomprensivo e bipartisan quello creato dall’Ilva per ricevere un trattamento di favore da parte di chi dovrebbe vigilare, ognuno secondo il proprio ruolo, sull’inquinamento che ammorba Taranto. Un “sistema gelatinoso”, basato sul “do ut des”: così lo descrive nella sua ordinanza il gip Patrizia Todisco, secondo cui a curare questo ‘ramo’ degli interessi aziendali c’era un solo uomo al comando: Girolamo Archinà, l’ex responsabile per i rapporti istituzionali.

Rapporti che coinvolgevano tutta la politica locale, nessuno escluso: si va dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano (Sel), al presidente della Provincia, Gianni Florido (Pd), per proseguire con parlamentari e consiglieri regionali di ogni colore. Ci sono l’onorevole Ludovico Vico e il consigliere regionale Donato Pentassuglia (entrambi Pd) e il defunto onorevole Pietro Franzoso (Pdl). Nelle informative degli investigatori, c’è anche un riferimento all’ex deputato e attuale consigliere regionale Pdl Pietro Lospinuso e spunta persino l’ex sindaco ed ex deputato Giancarlo Cito, che avrebbe tentato – secondo l’Ilva – una pressione indiretta per non parlare male dell’azienda in un convegno sulla diossina. E quando qualcuno, come l’onorevole Della Seta (Pd), cerca di far inserire norme più restrittive sulle emissioni di benzo(a)pirene, c’è il patron Emilio Riva che scrive al segretario dello stesso partito, Pier Luigi Bersani (lettera che non si sa se sia mai partita e trovata nella casella di posta elettronica di Archinà), spiegando le sue ragioni per far tornare indietro Della Seta. Non mancano i funzionari regionali, come Alessandro Antonicelli e Piefrancesco Palmisano (assessorato Ambiente), che l’Ilva avrebbe usato come riferimento per ‘raggiungere’ il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Anche il leader di Sel è ampiamente citato nell’ordinanza della Todisco, secondo cui il governatore è stato il “regista” delle pressioni sull’Arpa e in particolare contro il direttore Giorgio Assennato.

I legami creati da Archinà per il gip sono “abilmente e utilmente intessuti al fine di condizionare pesantemente, orientandone l’azione a proprio favore, le agenzie e gli organismi chiamati ad esercitare, a vario titolo e per il proprio ruolo, funzioni di controllo critico nei confronti di una realtà industriale dal fortissimo e notorio impatto inquinante sul territorio”. Centrale anche il coinvolgimento delle testate giornalistiche locali, di carta stampata e televisive, che sarebbero stati utilizzati per far passare messaggi fuorvianti o aprire fronti di guerra nei confronti di chi, come il direttore dell’Arpa Puglia, non risultava gradito all’azienda. Neppure le forze di polizia vengono risparmiate in questa ragnatela. C’è un ispettore della Digos di Taranto che avrebbe fornito informazioni a catena ad Archinà su manifestazioni sindacali o ambientaliste contro l’Ilva, riferendo al dirigente persino del contenuto di un incontro in questura che il procuratore Franco Sebastio aveva avuto proprio con Assennato per disporre una relazione sulle emissioni di benzo(a)pirene perché la Procura ipotizzava il reato di disastro ambientale e voleva individuarne i responsabili.

Taranto, terremoto all’Ilva, arresti e sequestri

La Repubblica del 26 novembre 2012
La Guardia di finanza sta eseguendo una serie di arresti e sequestri a Taranto nei riguardi dei vertici dell’Ilva e di esponenti politici nell’ambito dell’inchiesta ‘Ambiente venduto’. Sotto la lente degli investigatori una serie di pressioni che l’Ilva avrebbe effettuato sulle pubbliche amministrazioni per ottenere provvedimenti a suo favore e ridimensionare gli effetti delle autorizzazioni ambientali. Tra le persone raggiunte dalle misure cautelari ci sono Fabio Riva, vicepresidente del gruppo Riva e figlio di Emilio Riva (gia’ ai domiciliari dal 26 luglio scorso) e fratello di Nicola Riva (anche lui ai domiciliari dal 26 luglio); Luigi Capogrosso, ex direttore del siderurgico di Taranto anche lui ai domiciliari; Michele Conserva, ex assessore all’Ambiente della provincia di Taranto dimessosi nei mesi scorsi; Girolamo Archina’, ex consulente dell’Ilva, addetto ai rapporti con le pubbliche amministrazioni e licenziato dall’attuale presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, ad agosto quando emersero i primi particolari dell’inchiesta ‘esplosa’ oggi. La seconda ordinanza riguarda una serie di sequestri, attualmente in corso .

Ilva, tensione per arrivo custodi
Una cinquantina di capi e operai altiforno 5 radunati per dimostrare la loro contrarietà

il corriere del mezzogiorno, del 20 novembre 2012
Il raduno degli operai
TARANTO – Tensione all’Ilva di Taranto. Una cinquantina di capi e lavoratori dell’altoforno 5, muniti di tute, caschi bianchi e cartelloni, si sono radunati ai piedi del grande impianto dell’acciaieria tarantina, dove questa mattina, secondo le voci diffuse in fabbrica tra i lavoratori, sono attesi i custodi giudiziari incaricati dalla procura per un controllo.
I dipendenti Ilva si stanno radunando nel piazzale antistante alle porte d’accesso dell’altoforno assieme ad alcuni capi e dirigenti dell’azienda con l’intenzione di dimostrare la loro contrarietà al lavoro dei custodi. Non è chiaro se la loro intenzione sia quella di impedire l’accesso agli impianti.

Mai più omicidi per il lavoro, manifestazione il 10 novembre.
Usb: «Noi ci saremo»

I lavoratori dell’Ilva in sciopero e in presidio permanente da sei giorni davanti alla Portineria A dello stabilimento (in seguito alla tragica morte del collega Claudio Marsella) si sono riuniti in assemblea e “di fronte alla chiusura al dialogo delle istituzioni e dell’azienda” hanno deciso di proseguire la protesta.

Inoltre, invitano tutte le realtà sociali e sindacali, locali e nazionali, che si battono contro l’inquinamento dell’ambiente e dei luoghi di lavoro e per un lavoro dignitoso e sicuro, in cui non vi sia spazio ad accordi sindacali che favoriscano gli omicidi sul lavoro, a unirsi in una giornata di lotta.

E’ fissata per sabato 10 novembre, a Taranto, una manifestazione con corteo che avrà inizio alle ore 14.30. Questo il messaggio che si intende lanciare: mai più omicidi sul lavoro e per il lavoro. Per il 6 novembre, alle ore 12.30, in piazza Bettolo, è convocata una conferenza stampa che servirà ad illustrare le nuove iniziative di lotta, la piattaforma rivendicativa alla base dello sciopero, l’accordo del 10 novembre 2010 tra l’Ilva e Fim Fiom Uilm, ritenuto dai lavoratori “causa diretta della morte di Claudio”.

USB: NOI CI SAREMO – L’Unione Sindacale di Base aderisce alla manifestazione. Riportiamo di seguito il testo con le motivazioni.

Ci saremo perché la morte di Claudio non è un “incidente”, cioè un fatto casuale, ma è un omicidio avvenuto per le condizioni di lavoro che si vivono all’ILVA anche grazie ad accordi che hanno ridotto la sicurezza in nome del profitto.

Ci saremo perché l’ILVA è divenuto, purtroppo, il simbolo di ciò che produce lo sviluppo capitalistico che mette il profitto e gli interessi d’impresa sopra ogni cosa e che ogni cosa, anche le vite umane, travolge.

Ci saremo perché di omicidi in fabbrica e di omicidi in città non ne vogliamo più, né a Taranto, né a Marghera, né in nessun altro posto del mondo. Ci saremo perché pensiamo da sempre che salute e sicurezza, in fabbrica e fuori, e tutela dell’ambiente non possono dipendere dal profitto

Ci saremo perché già ci siamo. Siamo al Presidio della portineria A dell’ILVA e siamo nello sciopero dei compagni di Claudio che sta svuotando il reparto MOF per chiedere condizioni di lavoro e di vita diverse e migliori in fabbrica e in città.

Ci saremo perché anche all’ILVA serve un altro sindacato, che non firmi accordi che uccidono i lavoratori, che non chiudano tutti e due gli occhi sulle violenze che l’ILVA perpetra da anni a danno dei lavoratori e della città, che sia davvero indipendente dai padroni, dai partiti, dai governi;

Ci saremo perché all’ILVA, come in tutti i posti di lavoro, serve democrazia e pluralismo sindacale che rompa un monopolio della rappresentanza che ha causato danni gravissimi, e a volte, irreparabili, come nel caso dell’ILVA e sia possibile eleggere democraticamente e senza riserve i rappresentanti dei lavoratori. Tutti a Taranto, sabato 10 novembre, per Claudio e per tutti noi.

Ilva, Taranto non è più controllata dal potere

Il Fatto Quotidiano – 4 novembre 2012

Non è bastata la Procura di Taranto. Ora c’è l’Istituto Superiore della Sanità a quantificare l’eccesso di mortalità. E finalmente si sa tutto. Sappiamo che sono 30 i decessi annui attribuibili all’inquinamento industriale (Procura) e che è dell’11% l’eccesso di mortalità fra Taranto e Statte (Istituto Superiore della Sanità) rispetto al resto della regione.

Se tracciate una linea fra il comune di Taranto e quello di Statte scroprirete che c’è l’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa. Era stato il ministro Clini – di fronte alla drammaticità dei dati dei periti della Procura – a dire che occorreva attendere quelli “ufficiali” dell’Istituto Superiore della Sanità. E ora che sono arrivati è lo scompliglio. I dati dell’Istituto Superiore della Sanità sono ancora peggiori di quelli della Procura e confermano anche come gli allevatori a cui sono state abbattute le pecore e le capre “alla diossina” sono anche loro contaminati dalla diossina: nel loro sangue si trova in concentrazioni superiori rispetto agli allevatori che lavorano più lontano dalle ciminiere dell’Ilva.

La relazione fra distanza dal polo industriale e presenza di diossine e Pcb nel corpo umano deve far riflettere perchè questi cancerogeni nel sangue analizzato diminuiscono quando ci si allontana dagli impianti inquinanti.

E poi c’è i dati degli ammalati che – li ha portati il ministro Balduzzi a Taranto – aumentano percentualmente se si passa dalla provincia alla città. Ogni “avvicinamento” alle ciminiere ha come corrispettivo un incremento dei malati. Nello specifico per gli uomini il rapporto registra un incremento del 14% per tutti i tumori; +14% per le malattie circolatorie, +17% per quelle respiratorie, +33% per i tumori polmonari, +419% per i mesoteliomi pleurici. Per le donne invece: +13% per tutti i tumori, +4% per le malattie circolatorie, +30% per i tumori polmonari, +211% per il mesotelioma pleurico.

Ma se questi sono i dati epidemiologici, vi è un altro dato che fa riflettere perché è fondamentale: è saltato a Taranto il potere della “distrazione“. L’elemento principale del controllo sociale è infatti la “strategia della distrazione”.

Ora Taranto non è più distratta. I cittadini non si fanno più sviare da discussioni astratte sugli schieramenti politici. Destra e dalla sinistra non dividono più. A fare da discrimine è la decisione se far terminare la fonte di tanta sofferenza: l’inquinamento.

I cittadini mirano al cuore del potere.
Non parlano dei problemi posti dai partiti. Sono usciti dalla loro rappresentazione artefatta della realtà. Sono entrati di prepotenza dentro la vera realtà, fatta di polveri, fumi, malattia e morte. I cittadini sono potentemente concentrati sulla soluzione. Hanno lasciato alle spalle il pessimismo e la rassegnazione. Nessuno più li schioda dall’idea che sono stati imbrogliati e che è ora di farla finita.

Un’intera classe politica trasversale ha governato sviando l’attenzione.
Molti credevano in passato – io compreso – che ci fosse una destra e una sinistra. Invece c’era un sistema compatto di potere che copriva il grande inganno. Taranto – con i suoi cittadini – era stata scelta come “città da sacrificare”. E proprio nei quartieri dove si votava a sinistra c’era l’esplosione dei tumori e delle malattie indotte dall’inquinamento. Non ce lo dicevano perché avrebbe significato la sconfitta e la condanna di un intero sistema di potere. Ci sono alcune città del mondo che devono pagare pesantemente il prezzo di uno sviluppo disumano, e Taranto era fra queste. Taranto è stata scelta come sono stati scelti come i villaggi del Brasile dove si estrae la materia prima dell’industria siderurgica. E per fare tutto questo occorreva conquistare le menti dei tarantini, renderle menti fragili, depresse, sfiduciate, dedite alle discussioni più futili, inutili e inconcludenti.

“L’elemento principale del controllo sociale – spiega Chomsky – è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti”.

Oggi i cittadini di Taranto si sono destati. Nulla sarà come prima. Scriveva Orwell: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Ogni dato di verità a Taranto suona come un incitamento al cambiamento radicale. E’ in atto una rivoluzione antopologica dopo anni di silenzio e omertà. Dopo anni di strage silenziosa e taciuta.

Nelle Sacre Scritture si legge che Dio comandò: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio Isacco, colui che ami, e va nella regione di Moria. Sacrificalo là come olocausto”. (Genesi 22:2).

Questo sacrificio i tarantini non lo faranno più. Taranto tornerà ad esser una città umana che salva i propri figli e non li immolerà mai più per il Profitto.

Claudio, 29 anni, operaio Ilva morto sul lavoro: parola d’ordine
NON INDIGNARSI!

30 ottobre 2012

Dopo la morte di Claudio, operaio Ilva, morto nello stabilimento siderurgico tarantino a soli 29 anni il comitato di Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti ha organizzato in serata un sit in davanti alla sede dei sindacati, in piazza Bettolo.
Chi c’era racconta su Facebook: “eravamo si e no 100 persone a manifestare”.


I sindacati confederali intanto annunciano per domani, 31 ottobre, uno sciopero di appena due ore in tutti gli stabilimenti del gruppo Ilva.
Il 26 luglio scorso, nello sciopero voluto e sostenuto con panini e acqua dall’azienda, l’astensione dal lavoro da parte degli operai guidati dai sindacati confederali fu ad oltranza.

Ilva, 29enne travolto da un locomotore
Proclamato lo sciopero immediato

il corriere del mezzogiorno – 30 ottobre 2012
Un giovane operaio dell’Ilva, Claudio Marsella di 29 anni, di Oria (Brindisi) locomotorista, è morto mentre era al lavoro nello stabilimento di Taranto. Il corpo è stato trovato ai piedi di un locomotore nei pressi di uno dei moli interni al recinto dello stabilimento.

Incidente all’Ilva, muore operaio

LA RICOSTRUZIONE DELL’ACCADUTO – Il 29enne stava lavorando nel reparto Mof (Movimento ferroviario) ed è rimasto schiacciato durante le operazioni di aggancio della motrice ai vagoni, riportando lesioni al torace e la frattura del femore. A soccorrere Marsella sono stati alcuni colleghi. Le sue condizioni erano già molto gravi all’arrivo dell’ambulanza del 118, che ha trasportato l’operaio in ospedale. Marsella è deceduto poco dopo il ricovero.

APERTA UN’INCHIESTA – La Procura di Taranto ha aperto un’inchiesta sulla morte dell’operaio dell’Ilva. Il locomotore è stato posto sotto sequestro per consentire di ricostruire la dinamica. Era dal dicembre del 2008 che non si verificava un incidente mortale all’Ilva. In quella occasione morì l’operaio polacco Jan Zygmunt Paurovicz, di 54 anni, alle dipendenze di una ditta dell’appalto, che precipito da un ponteggio allestito nell’altoforno 4.

LO SCIOPERO – Le segreterie provinciali di Fim, Fiom e Uilm, con le Rappresentanze sindacali unitarie di stabilimento, hanno proclamato uno sciopero immediato che terminerà alle 7 di domani mattina. «Fim, Fiom e Uilm – è detto in una nota congiunta – chiedono a tutti gli enti preposti di fare chiarezza sull’ ennesimo infortunio mortale che ha coinvolto un altro giovane lavoratore». Le organizzazioni sindacali esprimono inoltre «la propria vicinanza ai famigliari del lavoratore scomparso».

IL LUTTO AZIENDALE – La direzione aziendale dell’Ilva di Taranto «nell’esprimere piena vicinanza ai parenti» dell’ operaio morto questa mattina, «ha deciso di sospendere le attività dello stabilimento, relative al primo turno, in segno di cordoglio». In una nota la direzione aziendale precisa che l’incidente è avvenuto «intorno alle 8.45 circa, in prossimità del 5 sporgente». L’operaio era in forza al reparto movimento ferroviario. Sulle dinamiche dell’incidente sono in corso accertamenti.

VENDOLA – «Una vita spezzata a 29 anni. L’ ennesimo tributo di sangue versato in una Italia in cui il lavoro e i lavoratori sono marginalizzati». Lo afferma il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. «La tragedia capitata a Claudio Marsella, morto di lavoro all’Ilva – aggiunge in una nota – mi addolora e pone una volta di più in evidenza l’urgenza di coniugare il diritto alla salute e il diritto al lavoro, che sono parte di un unico inviolabile diritto, quello alla vita. Non mi sono mai rassegnato allo stillicidio di incidenti e di morti dentro e fuori la fabbrica – insiste Vendola – e per questo continuo con intransigenza a pretendere che l’azienda attivi tutti i meccanismi e le procedure possibili e necessarie per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori dentro l’Ilva e dei cittadini che vivono fuori, a Taranto e in provincia. La Regione Puglia fa la sua parte e continua a farla – prosegue – attraverso leggi, monitoraggi, l’elaborazione di dati epidemiologici, tutti a disposizione oggi dell’attività degli inquirenti. Io mi auguro che la proprietà dell’azienda non abbia bisogno di ulteriori eventi traumatici, che sia l’intervento della magistratura, o una legge regionale, o un altro incidente, per comprendere che è arrivato il momento di rispettare le prescrizioni e consentire così ai suoi lavoratori e alla città di Taranto di vivere in condizioni degne di un paese moderno». «Mi unisco al dolore della famiglia di Carlo e dei suoi compagni di lavoro – conclude Vendola – in rappresentanza del governo regionale e di tutta la comunità pugliese».

CLINI – Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, esprime «cordoglio e vicinanza ai familiari dell’operaio. Ogni vittima del lavoro – sottolinea in una nota – è un lutto inaccettabile. In questo caso lo è di più perché aggiunge una tragedia umana ad una situazione di tensione che coinvolge tutte le maestranze e la comunità tarantina, che avrebbe invece bisogno di sicurezza sul lavoro e la certezza di vivere in una ambiente sano».

IL SINDACO DI TARANTO – «Ancora una volta Taranto piange la perdita di un lavoratore. La morte del giovane Claudio Marsella, avvenuta in un tragico e crudele incidente lascia tutti costernati e profondamente addolorati». Lo scrive in una nota il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, commentando la morte di Claudio Marsella. «Una maggiore sicurezza sul lavoro, che renda più facile la tutela della vita e della salute dei lavoratori, è senza dubbio – osserva – la sfida che la modernità deve vincere, nella speranza di non dover più pagare tributi di vite umane, perchè lavoro, sicurezza e salute possano coesistere». «In qualità di sindaco, esprimo tutto il mio cordoglio alla famiglia di Claudio, poiché il riconoscimento del sacrificio travalica i confini cittadini e si colloca – conclude Stefano – in un ambito di cui tutti siamo partecipi».

Ilva, tumori in aumento anche del 419%

La Repubblica – 22 ottobre 2012

TARANTO – La mortalità a Taranto è più alta rispetto al resto della regione del 14 per cento per gli uomini e dell’8 per cento per le donne (in media l’11 per cento in più), mentre rispetto al resto della provincia si ammalano di tumore il 30 per cento in più degli uomini e il 20 per cento in più delle donne. Sono i dati contenuti nel Progetto Sentieri dell’Istituto superiore della sanità sui siti inquinati relitivi agli anni 2003-2009. Nelle donne l’incidenza dei tumori è più alta con dati che oscillano tra il 24 e il 100 per cento, mentre per gli uomini rispetto alla media della Regione le possibilità di morire di tumore aumentano fino al 419 per cento. E nei bambini crescono le malattie nel primo anno di vita e la mortalità. “Dai risultati presentati emerge con chiarezza uno stato di compromissione della salute della popolazione residente a Taranto”, scrive il ministero della Salute.

Una situazione ‘scandalosa’ denunciano gli ambientalisti; è “scorretto trasferire i dati che riguardano la storia sanitaria di decenni alla situazione attuale dell’Ilva”, precisa il ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Un concetto ribadito dall’azienda in una nota in cui sottolinea: “I dati dello studio Sentieri esposti oggi dal Ministro Balduzzi richiedono un’attenta e approfondita analisi. Da una prima lettura emerge una fotografia che rappresenta un passato legato agli ultimi 30 anni e non certo il presente”. Lo afferma l’Ilva in una nota, annunciando nei prossimi giorni un incontro con la stampa. Per Renato Balduzzi “si deve fare di più”.

L’ALLARME SANITARIO – Si apre dunque con un serio allarme la settimana cruciale per il futuro dello stabilimento Ilva. Dovrebbe infatti essere questione di ore la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’esercizio dell’attività industriale, che potrebbe avvenire martedì 23 ottobre facendo entrare in vigore il testo, approvato con molte osservazioni e critiche, dalla Conferenza di servizi il 18 ottobre scorso. Intanto il ministro della Salute Renato Balduzzi ha incontrato le associazioni ambientaliste per presentare lo studio compiuto dall’Istituto superiore della sanità con l’Oms, denominato progetto Sentieri, che si riferisce ai dati aggiornati al 2009 sull’analisi della mortalità, del biomonitoraggio e del rischio sanitario connesso alla qualità dell’aria. Il più 11 per cento si riferisce all’eccesso di mortalità rilevato a Taranto rispetto alle aspettative di morte di tutti i cittadini residenti in Puglia. Si tratta di un dato ricavato dalla media tra l’eccesso di mortalità del 14 per cento registrato tra gli uomini e quello dell’8 per cento rilevato nelle donne nel periodo tra il 2003 e il 2009.

GLI UOMINI – Per gli uomini l’eccesso di mortalità per tutte le cause nel periodo che va dal 2003 al 2009 rispetto alla media regionale è del 14 per cento. Per tutti i tumori è più 14, per cento malattie circolatorie 14 per cento, malattie respiratorie c’è un eccesso del 17 per cento, per i tumori polmonari si raggiunge il più 33 per cento e c’è un più 419 per cento di mesoteliomi pleurici. Rispetto al resto della provincia, invece, per gli uomini che vivono tra Taranto e Statte si registra un più 30 per cento di tumori. Nel dettaglio c’è un più 50 per cento del tumore maligno del polmone, più 100 per cento per il mesotelioma e per i tumori maligni del rene e delle altre vie urinarie (esclusa la vescica), più 30 per cento per il tumore della vescica e per i tumori della testa e del collo, più 40 per cento per il tumore maligno del fegato, del 60 per cento per il linfoma non Hodgkin, del 20 per cento per il tumore maligno del colon retto e quello della prostata e al 90 per cento per il melanoma cutaneo.

LE DONNE – Per le donne a Taranto invece è stato rilevato un eccesso di mortalità rispetto al resto della regione per tutte le cause nel periodo tra il 2003 e il 2009 dell’8 per cento. I decessi legati ai tumori sono più 13 per cento, per le malattie circolatorie più 4 per cento, per i tumori polmonari più 30 per cento e per il mesotelioma pleurico più 211 per cento. In particolare, rispetto però stavolta ai dati della provincia nel sito di Taranto e Statte si registra un incremento totela dei tumori del 20 per cento e nello specifico dei tumori al fegato (+75%), linfoma non Hodgkin (+43%), corpo utero superiore (+80%), polmoni (+48%), tumori allo stomaco (+100%), tumore alla mammella (+24%).

I BAMBINI – I bambini si registrano incrementi significativi di contrazione malattie per tutte le cause nel primo anno di vita. Inoltre nel vertice gli esperti hanno confermato un aumento della mortalità.

DIOSSINA – I livelli di diossina nel sangue degli allevatori di masserie nelle vicinanze dell’Ilva di Taranto sono “consistentemente più elevati di quelli osservati a distanze maggiori”. Anche questo emerge dallo studio di biomonitoraggio tra gli allevatori che hanno lavorato presso masserie dislocate nel territorio della provincia di Taranto, nato nell’ambito del programma strategico nazionale Ambiente e salute sostenuto dal ministero della Salute. I campioni di sangue sono stati raccolti dalla Asl di Taranto nel periodo novembre-dicembre 2010. Le determinazioni analitiche, condotte presso l’Iss, hanno riguardato la concentrazione nel sangue di diversi metalli, diossine e policlorobifenili (Pcb). Secondo il ministero della Salute, il dato emerso entro il raggio di 15 km di distanza dagli impianti dell’Ilva, è “coerente con i risultati del monitoraggio alimentare condotto dalla Asl, che ha rilevato in questa area numerose situazioni di non conformità rispetto ai limiti di legge”. E ancora: “I livelli di diossine e Pcb rilevati negli allevatori non comportano un pericolo per la salute delle singole persone che hanno partecipato allo studio, ma evidenziano l’estensione delle ricadute delle emissioni del polo industriale che subiscono una diluizione con l’aumentare della distanza. Per quanto riguarda i metalli, non ci sono elementi di preoccupazione, nè relazioni dirette con la distanza dal polo industriale”. Per alcuni metalli (in particolare manganese, ma anche arsenico, cadmio e piombo) i livelli nel sangue degli allevatori corrispondono a quelli medio-alti della popolazione italiana.

IL MINISTRO BALDUZZI: UN PO’ SORPRESO – “Sono rimasto un pochino sorpreso – ha commentato il ministro della Salute – la mia sensazione è che a questo punto si debba fare di più, ma penso anche che l’Aia possa essere un punto di svolta”. “Quello che abbiamo chiesto – ha poi spiegato Balduzzi – è stato inserito nell’autorizzazione. Nel giro di un anno, sulla base dei monitoraggi, penso che si dovrà fare un riesame della situazione. Un anno mi sembra un periodo adeguato per le prime valutazioni”. Il Ministero della Salute – ha affermato – “è andato al tavolo per l’Aia per l’Ilva con i dati aggiornati e ha chiesto e ottenuto che nel provvedimento venissero inserite anche le prescrizioni sanitarie insieme a quelle ambientali”. Balduzzi ha poi definito l’Aia rilasciata all’Ilva “sufficiente perché siamo riusciti a combinare l’aspetto ambientale con quello della salute. Io non posso opporre la salute al lavoro. La salute è senz’altro fondamentale ma anche rimanere senza lavoro ha poi conseguenze sullo stato della salute”. Il fatto che l’Aia all’Ilva tenga presente l’aspetto ambientale e quello sanitario può essere, per Balduzzi, “un punto di svolta considerate le diverse situazioni che abbiamo nel nostro Paese. Noi abbiamo chiesto al tavolo dell’Aia che ci fosse la connessione dei due aspetti ma la legge regionale della Puglia sul danno sanitario ci ha anche aiutato percché ha dato fondamento giuridico a quest’inpostazione”. “I dati su Taranto sono allarmanti e ricalcano quelli già’ circolati: bisogna partire da questo dato di fatto per intervenire”, è stato invece il commento dell’assessore alla Sanità della Regione Puglia, Ettore Attolini, dopo l’incontro con il ministro.

VERTICE A BARI CON CLINI – Clini e Balduzzi domani saranno a Bari dove parteciperanno a una tavola rotonda sul “Caso Ilva” dopo l’illustrazione della relazione al Parlamento sulla gestione dei rifiuti nella Regione Puglia, elaborata dalla commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. Oggi e domani l’Ilva è anche al centro di due appuntamenti giudiziari. In Tribunale l’udienza sull’appello presentato dalla Procura di Taranto per far sospendere l’immediata esecutività dell’ordinanza del Tribunale del 28 agosto con la quale, tra l’altro, venne disposto il reintegro del presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, nella funzione di custode giudiziario degli impianti sequestrati. L’appello è stato proposto in attesa della decisione sul ricorso presentato in Cassazione dalla procura contro la stessa ordinanza. Domani il Tribunale del riesame esaminerà il ricorso dei legali dell’Ilva contro il secondo no del gip Patrizia Todisco alla rimessione in libertà di Emilio Riva, del figlio Nicola e dell’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, tutti agli arresti domiciliari dal 26 luglio nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell’azienda.

I VERDI: “AVEVAMO RAGIONE” – “I dati confermano la drammaticità della situazione. E’ molto grave che vengano presentati in ritardo, dopo che si è concluso l’iter per l’Aia all’Ilva”. commenta il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli. Che ha ricordato di essere stato querelato dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, perché si riteneva avesse manipolato i dati e diffuso notizie false: “Ma il punto – ha detto il leader dei Verdi – è che i dati che noi abbiamo fornito hanno un’entità minore rispetto a quelli forniti dal ministro Balduzzi, che sono ancora più gravi. Ora chiediamo che l’Aia licenziata in Conferenza dei servizi si riapra e si consideri il danno sanitario perché qui la gente, i cittadini di Taranto, meritano e pretendono di avere una città pulita in cui non ci si debba ammalare”.

IL RILASCIO DELL’AIA “RIESAMINATA” È UN DELITTO CONTRO TARANTO E STATTE

17.10.2012
Biagio De Marzo, presidente del coordinamento Altamarea, scrive una Lettera aperta a
Presidente della Repubblica
Presidente del Senato
Presidente della Camera dei deputati
Presidente del Consiglio dei Ministri
Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura

La situazione attuale di Taranto, a tutti nota anche in virtù del grande clamore mediatico nazionale, è quella che dal 26 luglio 2012 vede 6 settori impiantistici della cosiddetta area a caldo sotto “sequestro preventivo senza facoltà di uso” e Emilio Riva, Nicola Riva e Luigi Capogrosso agli arresti domiciliari incolpati di disastro ambientale.
Il 18 ottobre 2012 la delegazione di Altamarea ha partecipato alla Conferenza dei Servizi convocata dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare per le determinazioni sul Parere Istruttorio Conclusivo sul riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale di Ilva Taranto rilasciata il 4 agosto 2011, già da noi giudicata erronea, ingannevole, inidonea e del tutto inadeguata per ridurre l’inquinamento di origine industriale con i suoi effetti disastrosi sull’ambiente e sulla salute dei cittadini e degli stessi lavoratori.
Il ministro Corrado Clini, che non ha partecipato alla Conferenza dei Servizi, nella tarda serata dello stesso 18 ottobre ha indetto la conferenza stampa con l’annuncio del rilascio dell’AIA “riesaminata” che diverrà operante appena pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Tale annuncio è avvenuto a pochissimi minuti dalla fine della Conferenza dei Servizi, senza che ci fosse stato materialmente il tempo per far conoscere compiutamente al ministro quello che era accaduto nelle sei ore di durata della CdS. Ciò dimostra che tutto era stato deciso prima e che la CdS era una meschina foglia di fico per cercare di nascondere inquadrabili brutalità.
Siamo, quindi, in presenza di atti e comportamenti dittatoriali, fatti dietro il paravento di ossequio formale alle regole, degni di personaggi autoritari che si travestono da democratici.
Contro il PIC si erano pronunciati in maniera argomentata tutte le associazioni e ad esso si erano opposti anche i custodi giudiziari nominati dal Tribunale. Tutto inutile.
Chi ha approvato quel PIC e quindi il rilascio dell’AIA “riesaminata” è complice di coloro i quali si sono macchiati e si macchieranno dei delitti individuati e perseguiti dalla Magistratura.
Di quello che ha detto il ministro Clini conosciamo solo i virgolettati dei giornali. Di essi il più inquietante è: “Vuol farmi dire se il provvedimento va in conflitto con l’azione della magistratura? Le rispondo che l’azienda deve comportarsi in base alla legge, e l’AIA per legge autorizza l’impresa a produrre.” Cos’altro vuol dire se non che l’Ilva deve continuare a produrre anche con gli impianti sequestrati senza facoltà di uso? Il ministro sbaglia completamente: la legge stabilisce che le aziende siano autorizzate a produrre, ma non dice che l’autorizzazione può essere concessa senza il rispetto delle norme. Noi da cinque anni sosteniamo e documentiamo che l’AIA del 4 agosto 2011 e quella “riesaminata” sono piene di inosservanze di norme vigenti.
Siamo stanchi di documentare le illegalità, le falsità e i soprusi commessi o tollerati dalle Istituzioni nella vicenda Ilva in cui sono in corso anche indagini su possibili atti corruttivi che coinvolgono parecchie persone. Siamo stanchi di dover portare queste vicende nelle aule dei Tribunali normali o amministrativi in cui, spesso, sulla verità e sul buon senso prevalgono i cavilli e gli artifici giuridici che, comunque, dilatano a dismisura i tempi.
Se il Governo e tutte le Istituzioni coinvolte, con il rilascio dell’AIA “riesaminata” hanno deciso di accelerare lo scontro con la Magistratura e, implicitamente, di innescare una rivolta civica dalle conseguenze inimmaginabili, sappiano che noi saremo dalla parte della Magistratura e che attiveremo ogni forma di disobbedienza civile, ben sapendo che anche i regolamenti militari prevedono la non obbedienza a ordini illegittimi.
Il Governo e tutti quelli che hanno approvato o approveranno quell’AIA “riesaminata” abbiano il coraggio e l’onestà di dire ai cittadini di Taranto e di Statte che essi sono e continueranno ad essere l’agnello sacrificale immolato all’idolo della mala politica industriale dell’Italia.

Biagio De Marzo presidente di “ALTAMAREA”

Ilva, ambientalisti: “Il limite Aia è un bluff”

la repubblica del 13 ottobre 2012

TARANTO – La nuova Autorizzazione ambientale per l’Aia non convince gli ambientalisti che si rivolgono nuovamente alla magistratura, dopo la presentazione del documento da parte del ministro Corrado Clini. Mentre i cittadini di Taranto scendono in pizza per chiedere ancora garanzie di salute e lavoro, Verdi e associazioni spulciano nelle carte e puntano il dito contro un passaggio dell’Aia in cui la commissione si dichiara incompetente a valutare l’efficacia dell’impiego delle “migliori tecnologie disponibili”; tecnologie che comunque, in base agli studi scientifici presentati dagli ambientalisti non sono comunque in grado di abbattere le emissioni in misura significativa.

“Un bluff quel limite alla produzione” – “Il ministro fornisce un annuncio che non garantisce riduzioni di inquinamento in quanto, anche con 7 milioni di tonnellate/anno, nel quartiere Tamburi di Taranto è stato sforato il limite di 1 nanogrammo/m3 di benzoapirene, che è un pericoloso cancerogeno emesso in massima parte dalla cokeria Ilva”. Lo sostiene Alessandro Marescotti, presidente
di Peacelink Taranto, riferendosi ai contenuti della nuova Autorizzazione integrata ambientale per l’azienda siderurgica. Autorizzazione che appena sarà ufficiale, verrà esaminata dalla magistratura. “Formalmente il provvedimento dell’Aia all’Ilva ancora non c’è nel senso che non è ancora ufficiale e definitivo – ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio – quando ci sarà, lo leggeremo e lo esamineremo con molta attenzione”.

Il no degli ambientalisti – Secondo il presidente dell’associazione ambientalista, l’annunciata riduzione “della produzione da 15 a 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno è un bluff. L’attuale crisi internazionale dell’acciaio – aggiunge Marescotti – non consente di produrre oltre le 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno in quello stabilimento. L’Ilva non riesce a produrre tecnicamente più di 10 milioni di tonnellate/anno”. “Non ha impianti sufficienti per produrre 15 milioni di tonnellate/anno e infatti – conclude Marescotti – non è mai arrivata a tali risultati produttivi”. Sulla stessa linea il commento di Angelo Bonelli, leader dei Verdi, per il quale “il massimo della vergogna però è l’aver deciso di tenere fuori dall’istruttoria la questione sanitaria e dati epidemiologici, che ancora oggi non sono stati resi pubblici”. “Il parere istruttorio Aia non risolve problemi ma li sposta nel tempo – sostiene Bonelli – ed è sovrapponibile alla proposta dell’Ilva presentata alcuni giorni fa dal direttore del Polo siderurgico Buffo. Questa Aia consente a Ilva di mantenere inalterata l’attuale attività produttiva, e l’altro scandalo è il rifiuto da parte del ministero dell’Ambiente di introdurre le migliori tecnologie in assoluto così come previsto dal codice ambiente”.

Il nodo delle migliori tecnologie, nuova denuncia in Procura – Al centro della polemica il documento del ministero e la questione delle migliori tecnologie, indicate come Bat nel testo. “L’efficacia delle Bat non è di competenza della Commissione nell’ambito della procedura di Aia”, si legge a pagina 124 della documentazione. Di qui, la decisione di Peacelink di presentare un esposto in Procura: “Avevamo inviato alla Commissione AIA – si legge in un comunicato dell’associazione – uno studio scientifico che documentava con apposite misurazioni come anche l’adozione di migliori tecnologie disponibili non è in grado di assicurare, nel raggio di 1700 metri da una cokeria dotata di Bat, un valore concentrazione di benzo(a)pirene inferiore a 1 nanogrammo a metro cubo. Appare evidente che di fronte a una situazione di pericolo segnalata la commissione Aia non dà risposte sulla sussistenza o sulla eliminazione del pericolo stesso ma dichiara che non è di sua competenza valutare l’efficacia delle migliori tecnologie disponibili che a tale pericolo dovrebbero dare una risposta. E’ un’esplicita ammissione di inadeguatezza e ciò nonostante si autorizza un impianto che la Procura della Repubblica considera pericoloso. PeaceLink ha pertanto deciso di portare tutte le proprie informazioni sugli impianti alla Procura della Repubblica unitamente alla documentazione Aia con l’evidenziazione delle carenze osservate”.

Cittadini e comitati in piazza – Nel frattempo, a Taranto, si è svolta la manifestazione ‘Io non delego, io partecipo’, organizzata dal Comitato di ‘Cittadini e lavoratori liberi e pensanti’ per difendere salute, ambiente, reddito e occupazione. Il corteo, al quale partecipano alcune centinaia di persone, è partito da piazzale Democrate, nella città vecchia, ed è arrivato in piazza De Amicis, nel rione Tamburi, il più esposto all’inquinamento di origine industriale. “Cittadini e lavoratori, gli uni interessati alle sorti degli altri – spiegano gli organizzatori – per sconfiggere finalmente la morsa che da 50 anni attanagliata la nostra città. Salute o reddito? Noi vogliamo entrambi”. Numerosi manifestanti indossano la maglia con il logo dell’Apecar, il simbolo “del risveglio della coscienza dei tarantini”. In piazza della Vittoria,l’iniziativa ‘Partecipiamo divertendoci’, una serie di attività dedicate ai bambini come laboratori di disegno, giochi di piazza, mostre, performance ed esibizioni musicali.

Il video della manifestazione “Io non delego, io partecipo”, organizzata dal Comitato “cittadini e lavoratori liberi e pensanti”, il 13 ottobre 2012

12 ore di Taranto

12 ore di Taranto… il video è un timelapse di circa 12 ore, dalle ore 20:07 alle ore 7:30 del mattino, montato su 4022 scatti fotografici ripresi ogni 10 sec
Data riprese 5 Ottobre 2012 quartiere tamburi
Produzione Aumedia
Realizzazione Andrea Basile

Fiaccolata contro inquinamento e a sostegno della magistratura

Venerdì 5 ottobre 2012, a Taranto si è svolta un’imponente fiaccolata in ricordo delle vittime dell’inquinamento e per il sostegno alla magistratura. La fiaccolata partita alle ore 19.30 dal piazzale dell’Arsenale, in via Di Palma, si è snodata per le strade della città con la partecipazione di oltre 13mila persone.

La Regione Puglia avvia un procedimento verso la dottoressa Muscogiuri che ha parlato degli incrementi di tumore a Taranto

Di seguito il comunicato stampa di Peacelink, Forum antidiossina e Comitato Donne per Taranto

Abbiamo appreso dalla stampa che rischia un provvedimento disciplinare la dottoressa Rossella Moscogiuri, responsabile del Controllo spesa farmaceutica della Asl, secondo la quale – sulla base di dati da lei elaborati – nei primi sei mesi di quest’anno si è registrato un aumento dei ricoveri per tumore a Taranto pari a un +50% rispetto al 2011.

La direzione generale dell’Asl ionica ha fatto sapere di aver aperto un procedimento a carico della dottoressa Moscogiuri, per stabilire se ci sono elementi per sottoporla a procedimento disciplinare per ‘procurato allarme sociale’.

Noi ci rivolgiamo al presidente della Regione Nichi Vendola e all’assessore regionale alla Sanità Ettore Attolini perché venga fermato ogni procedimento a carico della dottoressa Rossella Muscogiuri. Qualunque cosa sarà fatta a lei lo considereremo fatto a noi e alla città di Taranto. Oggi accenderemo le fiaccole della speranza per ricordare le
vittime dell’inquinamento e sostenere la magistratura nella difficile lotta per fermare l’inquinamento dell’Ilva. La Regione Puglia ha la grave responsabilità di avere spesso minimizzato il dolore di un’intera città. In molte dichiarazioni autorevoli esponenti della regione hanno sostenuto che la situazione a Taranto stesse migliorando. Ma così non è. I dati rivelati dall’Istituto Superiore della Sanità documentano invece un eccesso di mortalità per tutte le cause del +10% per Taranto (Studio Sentieri2 2003-2008) che aggiorna e aggrava il precedente dato di eccesso
di mortalità dell’8% del periodo antecedente (Studio Sentieri1 1995-2002).
Sono numeri pesanti a cui si aggiunge l’allarme della dottoressa Muscogiuri sull’incremento di coloro i quali si stanno ammalando di tumore. Avviare un provvedimento disciplinare verso la dottoressa Muscogiuri è un segnale insopportabile. Sono metodi da politburo sovietico. I tumori di Taranto non sono un segreto militare. Il dolore di questa città va rispettato e non messo a tacere.

Chiediamo a Nichi Vendola che, invece di indagare su chi ha avuto il coraggio di parlare, indaghi su chi, in tutti questi anni, invece non ha parlato. Chiediamo che lo faccia lui, prima che lo faccia la magistratura.

Vogliamo che si faccia piena luce sul passato, in particolare su tutte le ricerche sulla diossina negli alimenti che non hanno mai registrato a Taranto alcun superamento dei limiti di legge, mentre poi quando noi abbiamo fatto fare quelle stesse analisi sono emersi incredibili e scandalosi superamenti.

Chiediamo a Nichi Vendola come mai dal 2002 al 2007 sono state analizzate cozze, orate, spigole, carne, uova, latte e mangimi senza mai trovare negli alimenti consumati a Taranto alcun superamento per diossina e PCB.
Ci riferiamo agli esiti delle 72 analisi PNR e PNAA effettuate dal 16 ottobre 2002 a 23 maggio 2007 presso l’IZS di Foggia. Tutti i dati li riportiamo sul sito http://www.tarantosociale.org in modo che questi dati divengano di pubblico dominio ed emerga la verità su questo passato nel quale gli alimenti registravano esito sempre “conforme” (ossia erano “a norma”) e tuttavia mangiavamo diossina a quattro ganasce.

Invitiamo la Regione a fare luce su questo e a lasciare in pace la dottoressa Muscogiuri. In Regione si interessino di quando tutto risultava a norma di legge, anche perché le carte delle analisi le porteremo alla Procura della Repubblica. Il tempo dei silenzi è finito.

La Regione non deve fare il pompiere. Non spenga le voglia di verità e di giustizia che si è accesa nei cittadini di Taranto.

Vogliamo che si faccia piena luce su tutto.

Ed è per questa sete di verità e di giustizia che accenderemo le nostre fiaccole. Oggi partirà la fiaccolata in ricordo delle vittime dell’inquinamento e per il sostegno alla magistratura. La fiaccolata avrà inizio alle ore 19.30 dal piazzale dell’Arsenale, in via Di Palma a Taranto.

Rosella Balestra – Donne per Taranto
Fabio Matacchiera – Fondo Antidiossina Taranto Onlus
Alessandro Marescotti – PeaceLink

 

FIRMA LA PETIZIONE per i BAMBINI di TARANTO

Questa la Petizione che verrà firmata domenica 23 settembre 2012 in Piazza della Vittoria a Taranto dalle 10 alle 13 e dalle 17.30 alle 21.30
FIRMA ANCHE TU!:
— TARANTO CITTA’ DA SACRIFICARE o CITTA’ DA SALVARE? —

– Al Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano

– Al Ministro dell’Ambiente
Corrado Clini

– Al Ministro della Salute
Renato Balduzzi

p.c al Procuratore di Taranto
Franco Sebastio
p.c. al GIP Patrizia Todisco

Premesso che:
1 – a Taranto viviamo da anni una situazione di Emergenza Ambientale e Sanitaria e fino ad oggi la Politica si è mostrata assente e sorda dinanzi al grido di dolore di una comunità che ha continuato a essere sacrificata sull’altare del Profitto;

2 – la Magistratura ha fatto finalmente luce su quanto noi stiamo denunciando da anni e nonostante ciò, la Politica ha continuato a essere lontana da una reale e concreta presa di posizione per risolvere urgentemente, questa situazione che definiamo un Crimine;

3 – la Salute e la Vita umana sono beni primari e inalienabili dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata ad ogni costo senza detrazioni né alcun compromesso, come recita l’art. 32 della Cost.: “La Repubblica tutela la salute come FONDAMENTALE diritto dell’individuo e interesse della collettività”;

4 – i BAMBINI sono i più fragili e i più esposti e non possiamo aspettare oltre per tutelare la loro Vita già molto compromessa

I sottoscrittori di questa Petizione

Chiedono

– al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
– al Ministro dell’Ambiente Corrado Clini
– al Ministro della Salute Renato Balduzzi

1. di rendere pubblici e accessibili URGENTEMENTE e prima che venga rilasciata l’AIA per l’Ilva spa, l’aggiornamento 2008 dello Studio Sentieri riferito a Taranto e Statte;

2. che tali dati vengano inseriti nella discussione AIA alla quale noi ci opponiamo con forza;

3. che si compiano azioni URGENTI per porre immediatamente fine a questo massacro che si sta perpetuando a danno nostro e dei nostri figli

Informano
che intraprenderanno azioni risarcitorie non solo nei confronti di chi ha Inquinato ma anche nei confronti di tutti coloro che erano e sono a conoscenza della situazione di Emergenza Ambientale e Sanitaria nel SIN di Taranto e nulla hanno fatto di concreto per porre fine a tale crimine.

(Le firme sono raccolte dal Comitato Donne per Taranto (donnepertaranto@libero.it) che conserva gli originali;
i dati sono trattati e archiviati unicamente per i fini previsti dall’iniziativa in oggetto, nel pieno rispetto della normativa sulla privacy)

—————————————————-

SE VUOI COLLABORARE CON NOI AL BANCHETTO O VUOI IL MODULO PER RACCOGLIERE DELLE FIRME TRA I TUOI AMICI E PARENTI
CONTATTACI donnepertaranto@libero.it

 

Concedere l’AIA all’Ilva sarebbe come
concedere ad una vecchia Fiat 124 il bollino Euro 5

Lunedì 27 agosto 2012 – Comunicato stampa di Alessandro Marescotti, Peacelink

È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, piuttosto che l’Ilva di Taranto possa ottenere l’autorizzazione AIA.

L’incipit della famosa frase del Vangelo di San Matteo ben si adatta alla fabbrica più inquinante d’Italia. Se si adotta nella procedura di autorizzazione AIA l’articolo 8 del decreto legislativo 59 del 2005 (è la normativa di riferimento dell’AIA) il cammello Ilva non entra nella cruna della procedura AIA.

Tale articolo fissa infatti i limiti emissivi più restrittivi possibili prendendo in considerazione le migliori tecnologie.

Oggi ho potuto esporre questi concetti a tutti i membri della Commissione AIA all’apertura dei lavori in Prefettura, assieme a Daniela Spera di Legamjonici.

Quando ho chiesto pubblicamente al referente del gruppo istruttore della Commissione AIA, Antonio Fardelli, se la Commissione intende o no adottare i limiti emissivi più stringenti indicati all’art. 8 del dlgs 59/2005
(quelli per cui sono in vigore le ordinanze della Procura di Taranto) la risposta è stata evasiva e imbarazzata. La domanda è stata da me posta più volte con grande nettezza. Ho chiesto più volte che il referente della Commissione AIA rispondesse con un sì o un no. Ma una risposta chiara non c’è stata. E non a caso.

Questo è un campanello d’allarme.

Se infatti si applicasse nell’area di Taranto l’art. 8 del decreto legislativo 58 del 2005, sarebbero garantite (lo dice la norma) “misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale”.

Ciò in concreto significherebbe che, per le sole polveri, la fase di cokefazione dovrebbe avere valori emissivi 70 volte inferiori (da 70 g/t a 1 g/t), il camino E312 per la sinterizzazione dovrebbe attenersi a emissioni 25 volte inferiori (da 85,5 kg/h a 3,4), l’altoforno in fase di caricamento dovrebbe inquinare 14 volte di meno (da 29,8 g/t a 2,1), il colaggio ghisa e loppa dovrebbe impattare 95 volte di meno sull’ambiente (da 40,1 g/t a 0,4) e l’acciaieria sarebbe obbligata a ridurre le emissioni di 15 volte (da 218 g/t a 14).

Il raffronto è fra le emissioni degli impianti e i rendimento delle migliori tecnologie.

Gli impianti Ilva posti sotto sequestro non a caso non hanno i requisiti per ottenere l’AIA se si prendono in considerazione i valori emissivi più restrittivi sopra citati, elencati nelle Bref (BAT Reference), ossia
nell’elenco delle migliori tecnologie (1).

Concedere l’AIA all’Ilva, applicando i valori emissivi più restrittivi previsti dalle Bref (e dall’ordinanza del GIP Todisco), sarebbe come concedere ad una vecchia Fiat 124 il bollino Euro 5. Sarebbe un’assurdità
tecnica. I limiti tecnici non consentirebbero un’autorizzazione del genere anche nel caso la vecchia Fiat 124 venisse portata dal miglior meccanico del mondo. Fuor di metafora, lo stabilimento Ilva di Taranto, per l’area a caldo, ha dei limiti impiantistici strutturali che non consentono di allinerasi con i valori emissivi più rigorosi che la Procura richiede (e che richiederebbe anche una applicazione rigorosa dell’AIA).

Ho specificato ai membri della Commissione AIA che, se adottano i criteri più restrittivi previsti dall’art. 8 del dlgs 59/2005, sarebbe impossibile per loro giustificare tecnicamente il rilascio di una nuova AIA.
Questo principio è talmente chiaro che per tale motivo oggi chi guidava la Commissione AIA non si sbilanciava e non voleva dire né sì né no circa l’applicazione di questa norma restrittiva. Che per noi è la norma fondamentale da applicare.

Con fermezza e chiarezza è stato dato lanciato un chiaro messaggio alla Commissione AIA.
Se non verrà applicato l’articolo 8 della normativa AIA, saremo costretti a fare un esposto alla Procura della Repubblica.
In ogni caso l’AIA va discussa a produzione ferma, così come richiede la Procura.
Nel frattempo invieremo al Ministero dell’Ambiente la richiesta, nell’ambito dei prossimi passaggi della procedura AIA, di incontrare il Ministro Clini per esporre questi stessi concetti.
Nel frattempo noi vigileremo perché nessun cammello entri dalla cruna dell’ago.

 

IL “RICATTO OCCUPAZIONALE” DI ILVA FUNZIONA ANCHE CON L’ALTA FINANZA?

comunicato stampa del coordinamento ambientalista tarantino ALTAMAREA contro l’inquinamento
23 agosto 2012

La “nuova AIA” dell’Ilva di Taranto
Il procedimento sulla “riapertura” dell’A.I.A. di Ilva Taranto assume enorme importanza dal momento che il Governo è deciso a fare della “nuova AIA” lo strumento con cui sbloccare il “Caso Ilva di Taranto”, divenuto caso nazionale.
“ALTAMAREA “, presente nel precedente procedimento, rivendica con fermezza il diritto, sancito dall’art. 118, comma V della Costituzione, di partecipare a pieno titolo a riunioni e Conferenze dei Servizi inerenti il procedimento di “riapertura” AIA di Ilva Taranto. In quella sede saremo presenti con le competenze e conoscenze di cui disponiamo, non “permeabili” dal potere del “ricatto occupazionale”. Verificheremo che sia rigorosa l’osservanza delle norme a tutela della salute e dell’ambiente e che sia effettivo l’inserimento nella “nuova A.I.A.” di tutte le prescrizioni fissate nel provvedimento del G.i.p. Patrizia Todisco. Siamo decisi a denunciare ogni omissione e a contrastare con ogni mezzo democratico gli eventuali “misfatti” perpetrati contro la città di Taranto.

Il “ricatto occupazionale”
Il “ricatto occupazionale” e’ un argomento importante per l’attività di vigilanza civica. I mancati o conniventi controlli ambientali da parte delle Istituzioni si sommano ad un paradosso tipico del male antico del sistema industriale di questo Paese. Ci chiediamo come e’ stato possibile consentire ad un privato, con numerosi precedenti giudiziari specifici, di operare in assoluta autonomia in un settore industriale che solo oggi diventa “strategico per l’economia dell’Italia”. Ora Governo ed economia nazionali appaiono “ostaggio” di un “acciaiere” che, con la propria disinvolta politica imprenditoriale, “tiene sequestrati” 12.000 lavoratori e le proprie famiglie.

Ilva SpA non è quotata in borsa
Ci chiediamo cosa sarebbe accaduto ad Ilva SPA se, invece di essere una società per azioni con pochissimi azionisti di famiglia, fosse stata una SpA quotata in Borsa; come avrebbero reagito i tanti azionisti praticamente “orbati” delle proprie azioni all’indomani dei provvedimenti giudiziari del G.i.p. Todisco e del Tribunale del Riesame. Quale valore avrebbe avuto in borsa l’azione Ilva? Ci poniamo queste domande e ci chiediamo perché lo Stato e le Autorità di vigilanza finanziaria non abbiano condizionato l’esercizio di questa impresa alla quotazione della stessa sui mercati regolamentati, cosa che avrebbe garantito una maggiore trasparenza, imponendo alla società di aprire alle analisi del mondo finanziario i propri processi produttivi, le proprie relazioni sindacali, le proprie relazioni istituzionali.

Basta “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”
Bisogna recuperare il tempo perso chiedendo un maggior controllo sulle scelte della proprietà azzerando il rischio che il patrimonio della società venga azzerato con manovre oscure di occultamento degli attivi, come ci sembra di intravvedere nelle operazioni societarie in corso nel Gruppo Ilva, con conferimenti vari nelle holding di controllo di diritto lussemburghese.
In questo frangente, suggeriamo alla Magistratura di valutare l’opportunità/necessità di intervenire con “misure cautelari di natura patrimoniale” per evitare che, nella ipotesi in cui, confermato l’impianto accusatorio, alle responsabilità penali accertate ne conseguano anche quelle patrimoniali.
Noi riteniamo che sia giunto il momento di interrompere la consuetudine di “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”.

Garanzie finanziarie nell’AIA
Chiederemo al Ministero dell’ambiente di inserire nell’eventuale “nuova AIA” di Ilva Taranto la clausola di garanzia finanziaria attraverso il rilascio di una fideiussione bancaria di importo non inferiore alla somma di: a) costo di tutti gli investimenti necessari per rispettare le prescrizioni inserite nella “nuova AIA”; b) risarcimento dei danni finora prodotti dalla mancanza delle misure riconosciute indispensabili; c) risarcimento dei possibili danni che si verranno a creare durante il tempo occorrente per la realizzazione degli investimenti; d) garanzia per danni da grandi rischi.
Le garanzie finanziarie rientrano nei rapporti di concessione a privati da parte della Pubblica Amministrazione. E’ doveroso adottare per analogia tale cautela a questo caso straordinario.
Non ci fidiamo più delle promesse di Ilva SPA e il Governo italiano non potrà che essere dalla nostra parte, se è vero che hanno riconosciuto gli enormi errori del passato. Vogliamo un immediato e tangibile segno dell’impegno dei Riva e del Governo.
La garanzia fideiussoria e l’adozione di misure cautelari di natura patrimoniale da parte della Magistratura ci rassicurerebbero circa l’effettiva volonta’ dei Riva di voltare pagina. In tal modo si garantirebbero altresi le parti lese da ulteriori inadempimenti o dalla conferma in sede penale dell’accertamento di responsabilita’.
Vedremo, così, se esistono Istituzioni finanziarie che, convinte del leale e reale rispetto degli impegni assunti dai Riva, decidano di correre quei rischi,. E’ voce comune che le Istituzioni finanziarie sono più sospettose delle Istituzioni pubbliche, politiche ed amministrative.

Taranto 23 agosto 2012
Per il Direttivo di ALTAMAREA
Biagio De Marzo Presidente – Pierpaolo Fiume C° Gruppo Giuridico

 

ILVA. Ecco l’ordinanza del Tribunale del Riesame

Ilva Taranto. Ordinanza Tribunale del riesame
Vi si legge che i custodi avevano avuto dal GIP Todisco il compito di avviare “immediatamente le procedure tecniche e di sicurezza per il blocco delle specifiche lavorazioni e lo spegnimento degli impianti” (p.4). A p.110 il Riesame si sofferma sulla “spiccata pervicacia, spregiudicatezza e capacità a delinquere di cui i RIVA e il CAPOGROSSO (…) hanno dato prova, persistendo nelle condotte delittuose”. Per Emilio Riva si parla (a p.111) di sei pendenze giudiziarie, fra cui omicidio colposo. A p.116 si parla della vita e della salute come beni primari tutelati dalla Costituzione “senza alcun compromesso di tipo sociale ed economico”. A p. 117 viene confermato il provvedimento di IMMEDIATO sequestro del GIP “senza facoltà d’uso” degli impianti. Essi possono ritornare a produrre solo se adottano le “misure tecniche necessarie individuate dai periti chimici”. E qui sta la differenza fra l’ordinanza del GIP Todisco e quella del Tribunale del Riesame. La riattivazione della “operatività degli impianti” è subordinata a questa messa a norma “per eliminare le situazioni di pericolo”.

 

Patto d’acciaio tra Riva
e la chiesa cattolica tarantina

il manifesto del 21.08.2012
di Gianluca Coviello

Il rapporto tra l’Ilva e la chiesa cattolica rappresenta una delle pagine più grigie fra quelle all’attenzione dei magistrati di Taranto. Certo, nessun reato penale o civile è emerso per ora a carico di un prelato. È pur vero, però, che non può essere questo motivo di sollievo per una curia che giorno dopo giorno veste sempre più i panni di chi, come tanti altri, si è prostrato ai piedi dei padroni dell’acciaio.
Le parole di questi giorni di Francesco Cinieri, dal 1986 cassiere dell’Ilva, con le quali si fa esplicito riferimento ad alcune donazioni periodiche elargite alla chiesa negli anni 2010 e 2011, non rendono da sole il senso e il ruolo della massima istituzione cattolica sul territorio in tutta la vicenda Ilva. Se le donazioni fossero state finalizzate esclusivamente a opere benefiche e non avessero avuto in cambio una clemenza pubblica tutt’altro che cristiana, infatti, probabilmente nessuno si sarebbe scandalizzato più di tanto. Così però non è stato e i silenzi della chiesa nel passato riguardo il disastro ambientale della città sono stati assordanti. Neanche il passaggio di consegne fra mons. Benigno Luigi Papa (rimasto in carica 21 anni) e mons. Filippo Santoro, lo scorso novembre, ha segnato un cambio profondo e netto nell’atteggiamento verso le grandi imprese inquinanti. Al suo arrivo le aspettative dei fedeli erano altissime visto che nel 1992 è stato membro della delegazione della Santa Sede per la Conferenza Mondiale sull’Ambiente (Eco-92). Aspettative deluse: il diritto alla salute è un concetto che non trova spazio nelle dichiarazioni di questi giorni da parte del numero uno della chiesa cattolica tarantina. In un abile cerchiobottismo, Santoro si districa continuamente in un percorso a ostacoli anche quando, promovendo una fiaccolata sul problema Taranto, avrebbe potuto affermarlo senza indugi e segnare il cambio di rotta.
La scelta della continuità del suo vescovado sui punti cardine della vicenda ambientale fu chiara quasi subito. Pur dichiarando la volontà di svolgere un ruolo chiave, non ebbe il coraggio di annunciare la rinuncia alle regalie dell’Ilva che puntualmente e negli anni hanno minato la credibilità della chiesa a Taranto. Una delle prime occasioni per affermarlo senza indugi, e conquistarsi davvero un ruolo terzo, lo ebbe poche settimane dopo la nomina vescovile. Durante un incontro con i direttori di giornali e tv, gli fu chiesto se fosse stato disponibile ad affermare pubblicamente l’interruzione di ogni donazione. Non rispose. «Sono stato a messa con i famigliari delle vittime dell’inquinamento e del lavoro, presto incontrerò gli operai. Voglio favorire il dialogo affinché lavoro e salute siano compatibili», affermò senza fare alcun riferimento alla domanda posta. Pochi mesi dopo, in occasione della festività patronale di San Cataldo, il patrocinio dell’Ilva era nuovamente lì su locandine e brochure dell’evento. Ma il rapporto chiesa-Ilva ha radici ben più antiche. Una amicizia che la curia ripagava con dichiarazioni di riconoscenza e il controllo sociale delle migliaia di famiglie che vivono al quartiere Tamburi e del pane del siderurgico.
Sconvolgenti furono le prese di posizione di mons. Papa verso chi poneva le basi di una lotta in chiave ambientalista e, quasi contemporaneamente, lo fu anche l’elevazione a pubbliche onorificenze di chi rappresentava il potere del siderurgico. Non è passato tanto tempo, infatti, da quando la curia ionica ha consegnato nelle mani di Girolamo Archinà, fino a poche settimane fa responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva e oggi fulcro intorno al quale ruota l’inchiesta «Ambiente venduto», il Cataldus d’Argento per il volontariato. Si tratta dell’onorificenza più importante che la curia cittadina riconosce a chi si è reso protagonista in positivo durante l’anno precedente. Accadde nel 2011 il giorno successivo alla festa patronale dell’8 maggio dedicata a San Cataldo, di cui l’Ilva è sponsor costante dell’evento e dei costosi festeggiamenti. Forte fu il disappunto di tanti cittadini, meno per quelli che vivono nel martoriato quartiere Tamburi ai piedi delle ciminiere.
Proprio dai Tamburi si levò un grido di rabbia quando monsignor Papa prese carta e penna e scrisse ai parrocchiani dopo l’ultima ingente donazione di patron Riva. 365 mila euro, ben più dei 5mila che a detta di Cinieri rappresentava il limite massimo di quasi tutte le donazioni (appunto, quasi). Servirono a rendere accogliente la chiesa Gesù Divin Lavoratore. Al cospetto i 2.500 euro dati alla parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi il 19 ottobre 2010, tra le regalie che emergono dai documenti a disposizione della procura, sono meno che briciole. E fin qui, ancora una volta, nulla di male se non si guarda oltre leggendo il maquillage che la chiesa tentò di donare al re dell’acciaio agli occhi dei cittadini del quartiere. Per farlo il vescovo volle essere ancora più esplicito scrivendo alle famiglie che ogni giorno respirano l’inferno: «Vogliamo ringraziare Dio per questo dono della Sua Provvidenza, che ci giunge nell’occasione della vostra festa. Il presidente Riva mi ha espresso le motivazioni che hanno indotto il suo gruppo a tale atto di generosa attenzione….». Parole che furono lette dal pulpito durante la messa. Riva vuole così, scrive ancora Papa, «esprimere l’attenzione costante che il suo gruppo riserva a questo quartiere». I cittadini risposero con un po’ di vernice sulla lamiera del cantiere messo su rapidamente grazie ai soldi dei Riva: «Il paradiso non si compra».
Quasi contemporaneamente la curia si mostrava severa e intransigente nei confronti delle associazioni civiche. Quando nel 2009 riuscirono a unirsi e a organizzare con le scuole una manifestazione per accendere i riflettori sul disastro ambientale tarantino, pensarono, erroneamente, di poter avere il sostegno in prima fila della chiesa. Si sbagliarono. Quel giorno non solo il vescovo e le associazioni cattoliche non aderirono all’iniziativa (anche se molti componenti di esse scesero comunque in piazza a titolo personale) ma fu lanciato un pesante monito dall’alto prelato. All’invito dagli organizzatori ad aderire alla marcia pacifica Papa rispose così: «Quello che non dovrebbe accadere è cavalcare la giusta tematica della salvaguardia dell’ambiente per motivazioni strumentali, cioè non tanto perché stia veramente a cuore questo problema, ma perché dalla protesta si possa ricavare un qualche utile personale o di gruppo. Qualora dovesse accadere questo, dovrei pensare che ci sia un inquinamento spirituale che è peggiore dell’inquinamento ambientale».

 

Noi vogliamo vivere!

Venerdì 17 agosto 2012, in occasione dell’arrivo a Taranto dei ministri Corrado Clini e Corrado Passera, nonostante i quasi 40°, migliaia di cittadini, operai, mitilicoltori, medici e pediatri, allevatori, precari, studenti, disoccupati, bambini, ammalati, ecc… hanno sfilato per per via D’Aquino fino a giungere a ridosso della “Zona Rossa” interdetta alla cittadinanza.
guarda le foto della manifestazione del 17 agosto 2012
altre foto
i video

 

Per ordine della Questura niente cortei il 17 agosto a Taranto. Vietata piazza Castello. I cittadini si ritroveranno comunque alle ore 8.30 in piazza Maria Immacolata

Studio Cento Tv
Lo ritengono ingiusto ma hanno deciso di rispettare il decreto del questore di Taranto. Venerdì 17 agosto i componenti del “comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti” manifestano con un assemblea a Taranto in piazza Maria Immacolata, inizio alle ore 8.30. Non saranno permessi cortei né la presenza del simbolo del gruppo, il motocarro. “Un altro schiaffo alla città”, commentano i membri del comitato che si rivolgeranno ad un legale per approfondire i contenuti del decreto e verificare se ci sono i presupposti per una denuncia. Venerdì, intanto, è il giorno dei due ministri Corrado Clini e Corrado Passera che a Taranto affronteranno la questione Ilva. “Vogliamo avere voce in capitolo”, spiegano per tutti Cataldo Maniero e Massimo Battista, specificando che nel comitato non ci sono leader: “Vogliamo partecipare al tavolo o chiediamo la diretta tv di tutti gli incontri, affinché la cittadinanza sia informata”, hanno dichiarato.

 

Tutti in corteo il 17 agosto. L’appuntamento è alle ore 8.30 a Piazza Castello a Taranto. Stop ai veleni Ilva!

Comunicato stampa del comitato “Donne per Taranto”

La posizione ufficiale del Comitato Donne per Taranto è stata sempre quella della chiusura dell’Area a caldo e dei siti inquinanti che persistono sul nostro territorio. Posizione da sempre a Tutela del Bene Supremo e improcrastinabile che è la Salute al quale tutti gli altri Beni e Diritti ne sono subordinati.

In questi anni il nostro impegno è stato sempre orientato a denunciare uno stato di “emergenza sanitaria”, chiedendo che la Politica locale e Nazionale intraprendesse azioni, non annacquate e approssimative, come è stato, ma reali, coraggiose e serie. Ne abbiamo ricevuto continuamente solo silenzi assordanti portando, negli anni, questo territorio ad un punto senza ritorno, senza futuro e senza alternative in una situazione di emergenza sanitaria e ambientale senza paragoni che certamente si sarebbe potuta evitare.

Laddove la Politica è stata assente (o spesso dalla parte del Profitto e dell’Industria) è intervenuta la Magistratura e ora paradossalmente si assiste ad un improvviso e quanto mai “strano” risveglio della Politica che unica cosa che sta tentando di fare è frenare le azioni della Magistratura che finalmente ha messo nero su bianco ciò che da anni, sbattendo contro muri di gomma, stavamo denunciando: a Taranto si sta perpetuando uno dei crimini più gravi dell’Umanità.

Una Politica sorda che si è persino inventata leggi “ad-Personam” (pro-Ilva) non può adesso all’improvviso tornare sulla scena, una scena dove continuano a calpestare il nostro Diritto elementare alla VITA.
Se la Politica ora può fare qualcosa è lasciare che la Magistratura compi il suo percorso senza “minacce velate” che stanno mettendo in atto in un modo sottile e pericoloso.
Se la Politica ora può fare qualcosa è studiare strategie per risanare questo territorio martorizzato da chi lo ha spremuto fino all’osso e cercare fondi per fare in modo che la sua gente torni a vivere e lo faccia senza Ilva e senza dover pagare un Prezzo così alto, come quello pagato fino ad oggi.

Non capiamo e non condividiamo il risveglio di questa Politica che unica cosa che continua a fare è inseguire un sogno di una ECO-COMPATIBILITA’ impossibile da raggiungere. Una ECO-COMPATIBILITA’ che le stesse perizie hanno dimostrato essere impossibile. Cosa si sta inseguendo allora? Forse solo il tentativo di “convincerci” che siamo destinati ad ammalarci e a morire perché se l’Ilva dovesse chiudere questo territorio morirebbe e con esso l’industria italiana? Noi diciamo NO a tale “terrorismo psicologico” e diciamo NO a chi vuole fare di Taranto la culla del Profitto a beneficio di altre Industrie del territorio Nazionale ma a scapito della nostra stessa Vita.

Noi continueremo sempre a sostenere la Magistratura rigettando ogni tentativo di interferenza e continueremo a vigiliare e a lottare perchè a Taranto si ottenga GIUSTIZIA. Il nostro Grazie al GIP Patrizia Todisco e ai Magistrati di Taranto lo esprimeremo ancora una volta partecipando alla Grande Manifestazione organizzata venerdì 17 dal Comitato “cittadini liberi e pensanti” e invitiamo tutta la Popolazione a essere presente. L’appuntamento è alle ore 8.30 a Piazza Castello. Taranto merita di Vivere senza ricatti: Taranto merita di VIVERE!

Il Comitato Donne per Taranto
donnepertaranto@libero.it

 

Ilva, autorizzazioni pilotate e corruzione
adesso la Finanza indaga sull’azienda

La Repubblica di mercoledì 15 agosto 2012
L’inchiesta della Guardia di Finanza gira intorno all’Aia, l’autorizzazione che nel 2011 fu rilasciata dal governo Berlusconi. In alcune foto il passaggio di 10 mila euro al perito del tribunale. Il figlio del patron accusato di corruzione
di MARIO DILIBERTO e GIULIANO FOSCHINI

Il fumo non c’è solo nell’aria di Taranto. Gira fumo anche attorno alle autorizzazioni, alle perizie, ai comunicati stampa che l’Ilva dei Riva ha perpetrato per anni. Anche su questo fumo la procura di Taranto ha da tempo aperto un’inchiesta: l’indagine è per corruzione in atti giudiziari e al centro ci sono i vertici dello stabilimento. Un’inchiesta delicata tanto quella sull’inquinamento. Perché racconta chi e come in questi anni ha fatto finta di non vedere. E soprattutto per quanto lo ha fatto, come emerge da una informativa delle Fiamme Gialle.

L’AIA
Il centro dell’inchiesta della Guardia di finanza gira attorno all’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale che il 4 agosto del 2011 il governo Berlusconi rilasciò dopo quasi otto anni di discussione. Bene, il sospetto delle Fiamme gialle è che in quel documento (che ora il ministro Clini vuole rivedere al più presto) i limiti di inquinamento siano stati disegnati appositamente sulle emissioni dell’Ilva. E’ un fatto, viene ricostruito in un’informativa, che l’allora capo delle relazione esterne dell’azienda, Girolamo Archinà (rimosso ora dal prefetto Bruno Ferrante) fosse in rapporti con i membri di quella commissione. “L’effettiva e la buona riuscita dei contatti – annota la Finanza – si rileva, come si accennava in precedenza, dai costanti aggiornamenti che egli fornisce ai vertici aziendali, con i quali ovviamente condivide le strategie da porre in atto, recependo le direttive che di volta in volta vengono
impartite. Nello specifico emerge come anche a livello ministeriale fervano i contatti non proprio istituzionali per ammorbidire alcuni componenti della Commissione IPCC AIA; con i predetti le relazioni vengono mantenute da tale Vittoria Romeo e in parte anche dall’avvocato Perli””, entrambi consulenti dell’azienda. Ed è un fatto che l’avvocato milanese Franco Perli parlando con Fabio Riva dice: “La Commissione ha già accettato il 90% delle loro osservazioni e che non vi saranno sorprese, anche se la visita va un po’ pilotata”.

Vittoria Romeo parla al telefono con Fabio Riva e spiega le loro modalità di movimento.
R.: “Allora dicevo ad Archinà, se Palmisano che è quello della Regione, tira fuori l’argomento in Commissione, siccome l’Arpa deve ancora dare il parere sul barrieramento e a noi serve un parere positivo per continuare a dimostrare che non dobbiamo fare i parchi…”.
Riva: “E’ chiarissimo. Però siccome noi non possiamo assolutamente coprire i parchi perché non è fattibile… tanto vale rischiarla così”.
R.: “Valutiamo se la cosa in questi giorni la teniamo al livello di Ticali, Pelaggi, Mazzoni (ndr, presidente e membri della commissione) oppure…”.
Riva: “No, picchiamo…. picchiamo duro….”.

Fabio Ticali era il presidente di quella commissione Aia. La sua nomina destò un certo scalpore: proprio Repubblica raccontò che furono fatti fuori esperti e messi nella commissione Aia signori nessuno, quasi tutti siciliani, come l’allora ministro Stefania Prestigicomo. E che fu scelto il trentenne Ticali a capo della commissione che aveva come pubblicazione più importante una sul ravaneto stradale.

LA CORRUZIONE
L’attenzione della Finanza si è concentrata prima sull’incontro tra Archinà e il perito del pm, il professor Lorenzo Liberti. Secondo l’accusa ci fu un passaggio di diecimila euro (documentato da alcune fotografie) per ammorbidire una perizia. Secondo gli investigatori anche Fabi o Riva sapeva, tanto da essere ritenuto responsabile di concorso morale nella corruzione.

Riva: “Ieri come è andata?”.
A.: “E’ andata secondo le aspettative…”.

Archinà, appunta la Finanza, “dice al Fabio Riva che consegnando in anteprima le analisi, potrà iniziare a lavorare (sul Liberti) affinché non nasconda che il profilo è identico, bensì che attesti che comunque le emissioni di diossina prodotte dal siderurgico siano in quantitativi notevolmente inferiori a quelli accertati all’esterno”.
I Riva quindi vogliono addomesticare le perizie. E forse lo fanno con il denaro. Capita anche che conoscano i risultati in anticipo. Al telefono parla ancora una volta Fabio Riva.

Riva: “La perizia tecnica sembrava andasse tutto bene… non lo so che caz… è successo… Però è succulenta la cosa di beccare un Riva giovane.. eh papà…”.

FUMO NEI COMUNICATI
Agli atti c’è anche un incontro tra Nichi Vendola, Fabio Riva, Girolamo Archinà e il direttore dell’Ilva Capogrosso. Proprio Fabio Riva ne parla con il figlio Emilio (omonimo del nonno) che suggerisce: “Facciamo un comunicato stampa fuorviante, tanto per vendere fumo dicendo che va tutto bene e che Ilva collabora con la Regione”. Proprio i giornalisti sono un problema per l’azienda. Tanto che ci sarebbero rapporti “pericolosi” (la Procura sta inviando gli atti all’ordine). Archinà è molto seccato delle notizie sui giornali. “Mi sto stufando perché fino a quando io sò stato accusato di mantenere tutto sotto coperta, però nulla è mai successo… nel momento in cui abbiamo sposato la linea, la trasparenza, non ci raccogliamo più…. La situazione è complicata e se non si ha l’umiltà di dire ritorniamo tutti a nascondere tutto”.

 

Stefano Boccardi, sulla Gazzetta del Mezzogiorno online di martedì 14 agosto 2012, riporta fatti inquietanti che stanno accadendo dentro l’Ilva

FIOM BOICOTTATA

Innanzitutto riferisce che alla Fiom ieri “l’azienda ha negato di riunire i lavoratori in assemblea”.
La Fiom non ha più alcuna intenzione di seguire Fim e Uilm «in iniziative che sono dichiaratamente contro la magistratura».

PALE MECCANICHE CONTRO I CUSTODI GIUDIZIARI

Boccardi racconta: “Surreale, a questo proposito, la situazione che si è determinata a mezzogiorno davanti ai cancelli della Direzione Ilva, dove il presidente Bruno Ferrante aveva convocato i vertici sindacali di Fim, Fiom e Uilm per un incontro preliminare a quelli che si sono poi svolti nel primo pomeriggio a Bari. Ebbene, nonostante la convocazione, i cancelli sono rimasti sbarrati ai rappresentanti sindacali sino alle 12.30. Motivo? Perché nel piazzale interno, situato di fronte ai cancelli, qualcuno (incaricato chissà da chi?) aveva pensato di sistemare delle pale meccaniche. A che scopo? In segno di protesta nei confronti dei custodi giudiziari nominati dalla dottoressa Todisco, i quali sin dal primo mattino si erano recati in fabbrica per prendere visione di tutta la documentazione archiviata proprio negli uffici di Direzione. Un’iniziativa, quest’ultima, che spiega anche i contrasti, ormai evidenti, all’interno dello stesso management, dove più di un dirigente non c!
ondivide la «linea morbida» dell’ex prefetto di Milano Ferrante”.

LE PALE MECCANICHE CHI LE HA MESSE?

La Gazzetta continua: “Durissime, in questo senso, le dichiarazioni che in tarda mattinata ha rilasciato alla Gazzetta il segretario provinciale e regionale della Fiom-Cgil, Donato Stefanelli. «Queste persone – ha detto riferendosi a chi ha sistemato le pale meccaniche sul piazzale – devono essere trattate come tutti quegli operai che in questi anni di fronte a una minima infrazione sono stati colpiti da duri provvedimenti disciplinari. La legge sia uguale per tutti. Se in azienda ci sono soggetti che fanno riferimento al vecchio regime, è bene che comprendano che l’impunità è finita, che il rispetto delle regole c’è anche per loro».

FIM E UILM CONTRO LA MAGISTRATURA

Ancora la Gazzetta: “Ma altrettanto dure, anzi persino più dure, sono le parole che Stefanelli ha pronunciato all’indirizzo dei vertici di Fim e Uilm, sindacati, soprattutto la Uilm, che negli ultimi anni sono diventati largamente maggioritari in Ilva: «Non spetta a noi commentare gli atti della magistratura. Non spetta a noi dire se sono coerenti o quant’altro. Non spetta a noi occuparcene. Lo facciano gli organi competenti: il Csm, il governo, chi lo deve fare. Perché noi rifuggiano dall’utilizzare i lavoratori come testa d’ariete contro la magistratura. Ed è il motivo per il quale ci siamo dissociati da questa iniziativa irresponsabile che stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) Fim e Uilm hanno organizzato. Perchè non ci dimentichiamo che queste cose le ha fatte l’Ilva di ieri. Non ci dimentichiamo del famoso 30 di marzo, quando l’Ilva schierò per le strade di Taranto i lavoratori contro la magistratura nel giorno dell’incidente probatorio. Oggi (ieri) loro hanno fa!
tto la stessa cosa. È un atteggiamento irresponsabile e servile»”.
INQUIETANTI SVILUPPI

Da voci che sono giunte all’associazione ambientalista PeaceLink, la storia delle pale meccaniche non sarebbe finita qui e “sembra preannunciare, ci auguriamo di no – afferma Alessandro Marescotti – inquietanti sviluppi che possono concretizzarsi in un clamoroso braccio di ferro fra uomini dell’azienda e magistratura, senza esclusioni di colpi e di mezzi.

Della vicenda delle ruspe se n’è occupata anche l’Unità: “Ilva, cancello chiuso dalle ruspe”

 

“L’altoforno deve chiudere”. Quando Clini voleva fermare l’Ilva (di Genova)

Il Fatto Quotidiano del 14 agosto 2012
“La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle Acciaierie è una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo già in ritardo”. A pronunciare queste parole sugli impianti dell’Ilva di Cornigliano (Genova) dodici anni fa, era l’attuale ministro dell’ambiente Corrado Clini, in veste decisamente più green. Una sorta di alter ego ambientalista, più vicina alla sua origine professionale di medico responsabile dell’igiene pubblica, ruolo svolto fino al 1990 in un altro sito sfortunato, Porto Marghera. Quando chiedeva con decisione la chiusura degli stabilimenti Ilva nella periferia di Genova Clini occupava già da diversi anni il posto di rilievo di direttore generale negli uffici in via Cristoforo Colombo a Roma e, sull’emergenza, in tutto e per tutto gemella di quella di Taranto, non aveva dubbi: “Non sono un politico, so, però, che sul piano ambientale occorre intervenire subito, alla luce anche dei dati emersi oggi dal seminar

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